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La prima luce


giovedì 8_10 ore 21.15
sabato 10_10 ore 21.15
domenica 11_10
ore 18.00 e 21.15 

GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Vincenzo Marra
SCENEGGIATURA: Angelo Carbone, Vincenzo Marra
ATTORI: Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez, Gianni Pezzolla, Luis Gnecco, Alejandro Goic
PAESE: Italia
DURATA: 108 Min








Trama
Martina (Daniela Ramirez) non ne può più. Sente che la sua storia con Marco (Riccardo Scamarcio, bravo) ormai è finita e vive con disagio la lontananza della terra natia: desidera solamente poter tornare a “casa” sua. Ma l’America Latina è lontana e a Bari, da ormai sette anni, oltre a Marco c’è anche Mateo (Gianni Pezzolla), bambino amato da entrambi i genitori che, inevitabilmente, soffre la situazione di crisi che si è venuta a creare. Martina però è decisa e, senza il consenso del compagno, approfittando di un suo viaggio di lavoro, prende Mateo e scappa oltreoceano. Un giorno, due, cinque, dieci: nessuna notizia. Marco, avvocato cinico e rampante, non può più aspettare, e tenta l’ultima carta: partire anche lui alla volta del Cile per tentare di ritrovare suo figlio.

Recensione
Tema di drammatica attualità quello affrontato da Vincenzo Marra nel suo nuovo film, La prima luce, ospitato alle Giornate degli Autori di Venezia72: le storie dei “figli contesi” riempiono ormai da tempo anche le pagine dei quotidiani. Terreno scivoloso e delicato, difficile da calpestare in termini emotivi e giuridici, arduo e complesso da percorrere anche nel momento in cui si decide di “romanzarlo” per portarlo sul grande schermo. Ebbene Marra, forte di una sensibilità non nuova, che ormai da tempo contraddistingue la sua cifra stilistica, riesce nella non facile traduzione, realizzando un film tanto doloroso quanto dignitoso: nessun ricorso a scene madri o facili pietismi, piuttosto la volontà di tratteggiare con un sussurro, dei silenzi, due parole, qualche abbraccio, il carattere e la psicologia dei suoi personaggi.
Entrambi innocenti e al tempo stesso colpevoli, Martina e Marco sono facce di un’unica medaglia: non a caso, l’ambientazione del film è chirurgicamente divisa in due, proprio a sottolineare la difficoltà e il disagio provato prima da una, poi dall’altro, in luoghi non sentiti come propri.
Il mare primaverile della Puglia, il freddo dell’inverno ai piedi delle Ande: in mezzo c’è il sentimento non variabile del piccolo Mateo. Che dovrebbe essere salvaguardato a prescindere dagli egoismi di uno o dell’altro genitore. via

Approfondimenti

La regola del gioco


ven 9_10 ore 21.15

GENERE: Biografico, Drammatico, Thriller
ANNO: 2014
REGIA: Michael Cuesta
SCENEGGIATURA: Peter Landesman
ATTORI: Jeremy Renner, Paz Vega, Michael Sheen, Ray Liotta, Andy Garcia, Mary Elizabeth Winstead, Robert Patrick, Michael K. Williams, Barry Pepper, Oliver Platt, Rosemarie DeWitt
FOTOGRAFIA: Sean Bobbitt
PAESE: USA
DURATA: 112 Min




Gary Webb è un reporter di talento che lavora per un giornale di provincia. Intraprendente, drogato di lavoro e sempre alla ricerca dello scoop, Webb mette le mani su una storia di narcotraffico che si trasformerà nello scandalo CIA-Contras e nella rovina della sua carriera e vita.
Il miglior cinema d’inchiesta una volta lo facevamo noi, ma di Petri, Rosi e Montaldo non ne nascono spesso, nonostante la materia prima non manchi dalle nostre parti. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, che ha una tradizione altrettanto radicata, soprattutto quando a essere coinvolta è la stampa.
La regola del gioco racconta in buona forma una delle pagine più nere della recente storia americana, facendo anche un’interessante digressione sul confine sottile tra verità e menzogna e notizia e informazione, due cose queste ultime che non sempre coincidono.
Quest’ambiguità di fondo rende il film ancora più intrigante e Michael Cuesta, regista che in televisione con Dexter e Homeland ha ben gestito questi temi, mantiene un ottimo equilibrio fino alla fine. Merito anche di un eccellente Jeremy Renner, attore notevole che si sta meritatamente ritagliando uno spazio importante nella Hollywood di oggi. Alessandro De Simone

Approfondimenti
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Per amor vostro


giovedì 1_10 ore 21.15
sabato 3_10 ore 21.15
domenica 4_10
ore 18.00 e 21.15

GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Giuseppe M. Gaudino
SCENEGGIATURA: Giuseppe M. Gaudino, Isabella Sandri, Lina Sarti
ATTORI: Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini
PRODUZIONE: Buena Onda, Eskimo, Figli del Bronx, Gaudri, Bea Production Company, Minerva Pictures Group, con Rai Cinema
DISTRIBUZIONE: Officine UBU
PAESE: Francia, Italia
DURATA: 110 Min




Trama
Anna è stata una bambina spavalda e coraggiosa. Oggi è una donna che vive nella sua Napoli e che da vent'anni ha smesso di vedere quel che davvero accade nella sua famiglia, preferendo non prendere posizione, sospesa tra Bene e Male. Per amore dei tre figli e della famiglia, ha lasciato che la sua vita si spegnesse, lentamente. Fino a convincersi di essere una "cosa da niente". La sua vita è così grigia che non vede più i colori, benché sul lavoro - fa la "suggeritrice" in uno studio televisivo - sia apprezzata e amata, e questo la riempia di orgoglio. Anna ha doti innate nell'aiutare gli altri, ma non le adopera per se stessa. Non trova mai le parole né l'occasione per darsi aiuto.

Recensione
Giuseppe M. Gaudino realizza con Per amor vostro il suo film più ambizioso perché la 'storia' che racconta si vuole allargare a uno sguardo che coinvolga non solo coloro che agiscono al suo interno ma si applichi alla complessa città in cui si dipana, alla sua storia, alla sua cultura ancestrale. Perché Anna, con le sue incertezze e la sua caparbietà, la sua incommensurabile generosità e il suo bisogno di essere compresa e di avere qualcosa che sia solo per sé è in fondo la summa della coscienza profonda della città che attraversa con il suo passo nervoso e una vita in bianco e nero pronta a colorarsi nei momenti topici in cui la sua anima si sente più fragile.
Anna è Napoli, capace di fingere di non vedere (per quieto vivere) il marciume morale che la circonda e che rischia di sommergerla ma anche capace di serietà, di slanci, di disponibilità al sacrificio e bisognosa di una comprensione difficile da trovare. Gaudino affida alle poderose spalle interpretative di Valeria Golino le innumerevoli sfaccettature di una persona che si fa presente/passato e forse anche futuro e ne viene ripagato quasi che il nome di finzione che le attribuisce volesse, più o meno inconsciamente, far correre il pensiero a una 'grande' del cinema come Anna Magnani. Se la colonna sonora musicale riesce a far confluire in un magma di suoni e di stili (si va dal Quartetto Cetra al "Lascia ch'io pianga" di Handel passando per affabulazioni ritmate in un napoletano quasi da cantastorie) il rapporto tra gli inferi urbani e un cielo che a tratti si fa quasi più ctonio degli inferi stessi, la messa in parallelo della vita quotidiana della protagonista e il mondo 'della' e 'da' soap opera in cui lavora e si innamora suona un po' didascalico. Ma quando si ha a disposizione una 'vera' attrice anche questo ostacolo può essere superato. Giancarlo Zappoli

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Figlio di nessuno


ven
2_10
ore 21.15


GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Vuk Ršumović
SCENEGGIATURA: Vuk Ršumović
ATTORI: Denis Muric, Milos Timotijevic, Pavle Cemerikic, Isidora Jankovic
FOTOGRAFIA: Damjan Radovanovic
MUSICHE: Jura Ferina, Pavao Miholjevic
PAESE: Serbia
DURATA: 97 Min







Bosnia, 1988. Un gruppo di cacciatori trova nel bosco un bambino cresciuto in mezzo ai lupi, dei quali ha adottato le sembianze e lo stile di vita: non parla, non cammina, ringhia e morde chiunque lo avvicini. Il bambino, chiamato Haris, viene spedito in un orfanotrofio di Belgrado, dove inizialmente rifiuta ogni contatto e ogni forma di educazione, poi, grazie alla presenza di un assistente sociale e all'amicizia con Zika, un ragazzo più grande, esce gradualmente dallo stato animale per ricongiungersi con la propria natura umana. Ma il percorso di umanizzazione del bambino non è necessariamente evolutivo, né garantisce ad Haris una vita migliore di quella vissuta in mezzo ai lupi.
Il paragone fra No One's Child, opera prima vincitrice del Premio del pubblico alla Settimana della Critica e del premio FIPRESCI alla Mostra del cinema di Venezia, e Il ragazzo selvaggio di Francois Truffaut è immediato e inevitabile. Ma il regista serbo Vuk Ršumovic, basandosi su una storia vera, cala il piccolo protagonista nella contemporaneità, introducendo elementi sociopolitici che fanno un'enorme differenza nello sviluppo della storia, ad esempio l'insorgere dei nazionalismi che sarebbero sfociati nella guerra del 1992 (folgorante il momento in cui Haris scopre di essere bosniaco perché un gruppo di ragazzi serbi lo apostrofa come "sporco mussulmano").
In realtà il paragone necessario è con un altro film di Truffaut, I quattrocento colpi, non solo per lo sguardo desolato del piccolo protagonista, che anche fisicamente assomiglia al giovanissimo Antoine Doinel, ma soprattutto perché la storia è raccontata all'altezza di quello sguardo, inizialmente orizzontale, poiché Haris non ha ancora conquistato la posizione eretta, e via via sempre più verticale, ma di una verticalità distorta e fuorviante, perché distorto e fuorviante è il mondo che circonda il ragazzino. Un mondo fatto di gambe senza volto (l'inquadratura delle due ragazzine dal fondo di un sottoscala è un riferimento al Truffaut di Finalmente domenica!, che a sua volta citava L'uomo che amava le donne) e di voci senza corpo, come nella scena del colloquio con la psicologa de I quattrocento colpi.
Ršumovic riesce tuttavia a ritagliarsi un'originalità di stile grazie ad una fotografia nitida ed essenziale priva di qualsiasi sentimentalismo o di qualsiasi afflato romantico "alla Truffaut", e incastona il percorso di Haris in ambienti che paiono quinte teatrali: le stanze dell'orfanotrofio, i vicoli di una Belgrado sordida e allucinata, il cortile degradato e pieno di insidie. La cinepresa di Ršumovic racconta l'assurdità dell'odissea di Haris come coincidente con l'assurdità del conflitto nell'ex Jugoslavia, la cui devastazione identitaria rispecchia e amplifica quella del "ragazzo selvaggio". E tuttavia trova la bellezza anche nello squallore dell'esistenza del bambino perché ne è affamata quanto lui. Malgrado No One's Child sia il film di Haris (e dello straordinario Denis Muric che lo interpreta), ogni personaggio di contorno ha il suo momento, e la scelta degli attori è straordinaria: profondamente attraenti senza esserlo in modo "cinematografico", perfettamente "in parte" nella recitazione essenziale richiesta dalla storia.
No One's Child è un debutto cinematografico di grande maturità e purezza etica ed estetica, un racconto in tre atti quasi muto che utilizza la luce e l'ombra come potenti strumenti narrativi, una struttura perfettamente circolare che inizia e finisce con uno sparo e si articola intorno a un paio di scarpe: quelle che Haris rifiuta, accetta, scambia e di nuovo rifiuta, come maschere sempre inadeguate a definire il suo ruolo nel mondo.

Dove eravamo rimasti

News: il Cinema Marconi da questa stagione è aperto anche il giovedì!
giovedì 24_09 ore 21.15
venerdì 25_09 ore 21.15
sabato 26_09 ore 21.15
domenica 27_09
ore 18.00 e 21.15


 GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Jonathan Demme
SCENEGGIATURA: Diablo Cody
ATTORI: Meryl Streep, Kevin Kline, Mamie Gummer, Rick Springfield, Sebastian Stan, Audra McDonald, Doris McCarthy, Charlotte Rae
FOTOGRAFIA: Declan Quinn
PAESE: USA
DURATA: 101 Min




Trama
Rick è la front woman di una band rock che entusiasma un non foltissimo pubblico di appassionati. Non è più giovanissima e ha lasciato da molti anni il marito e i tre figli per inseguire il suo sogno musicale. La brusca rottura del matrimonio della figlia Julie la spinge a 'tornare a casa'cioè a raggiungere l'ex marito che vive con la nuova compagna in una lussuosa villa. L'incontro con l'ormai cresciuta prole avrà luci ed ombre.

Recensione
Sicuramente Jonathan Demme sarà rimasto affascinato dallo script di Diablo Cody (ricordate Juno?) per la possibilità che gli forniva di tornare a tradurre la musica in immagini. Lo aveva fatto in passato con i Talking Head e con Neil Young perché non riprovarci ancora mutando però il livello di lettura passando dal documentario alla fiction? Da grande regista qual è deve avere anche intuito immediatamente che la storia di base era di quelle già viste innumerevoli volte sul grande schermo: un genitore che ha lasciato la famiglia ed è costretto dalle circostanze a farvi ritorno portandosi dietro tutte i propri buoni diritti ma anche una montagna di sensi di colpa. Ma Demme sapeva che anche i copioni più deja vu, se hanno dentro un fondo di verità, possono funzionare se affidati a un'interprete che sappia fare emergere quella verità. L'ha trovata in Meryl Streep e anche qui si potrebbe cadere nel risaputo perché si sono sprecati fiumi di parole nel corso dei decenni per dire quanto è brava Meryl Streep e si finisce con il doverlo ripetere per l'ennesima volta. Perché la Streep che suona e canta davvero non si limita a questo tipo di performance passando dal country dell'altmaniano Radio America al rock carico di energia della sua band, ma fa molto di più. Offre a questa madre tutto il carico degli anni e dei sentimenti provati, le regala sensi di colpa ma anche di orgoglio, insinua nei suoi gesti quella che altri pensano sia volgarità e che per lei non è un atteggiamento ma un modo di essere. Demme le consente anche di lavorare su un piano che mescola finzione e realtà ponendola di fronte al tormentato personaggio di Julie che è interpretato da Mamie Gummer che è figlia di Meryl e ha seguito le sue orme.
In tutto questo Demme non dimentica la propria dimensione 'politica' e non si lascia alle spalle film come Philadelphia o documentari come The Agronomist o Man from Plains. Porta così sullo schermo una Rick che ha votato due volte per George W. Bush, che non pronuncia neppure il nome di Obama e che di fronte al figlio gay non ha un atteggiamento iniziale di comprensione. Rick sta dall'altra parte rispetto a ciò che pensa Demme ma questo non impedisce di fare emergere passo dopo passo, ruga dopo ruga, un senso di umanità profonda in cui errori e capacità di riconoscerli finiscono con il coesistere. Perché come diceva Giorgio Gaber (per rimanere sempre in ambito musicale) "L'uomo è quasi sempre meglio rispetto alla propria ideologia". Giancarlo Zappoli 

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Città di carta


venerdì 18_09 ore 21.15
sabato 19_09 ore 21.15
domenica 20_09
ore 18.00 e 21.15

GENERE: Sentimentale
ANNO: 2015
REGIA: Jake Schreier
SCENEGGIATURA: Scott Neustadter, Michael H. Weber
ATTORI: Cara Delevingne, Nat Wolff, Halston Sage, Cara Buono, Austin Abrams, Meg Crosbie, Caitlin Carver
FOTOGRAFIA: David Lanzenberg
MONTAGGIO: Jacob Craycroft
PAESE: USA
DURATA: 109 Min



Trama
Tratto dal romanzo bestseller di John Green ("Colpa delle Stelle"), Città di carta è la storia di Quentin e della sua enigmatica vicina di casa Margo, amante del mistero al punto da diventarlo lei stessa. Dopo averlo trascinato in un'unica notte di avventure in giro per la città, Margo scompare improvvisamente lasciando degli indizi che Quentin dovrà decifrare. La ricerca porterà Quentin e i suoi amici attraverso un'avventura che sarà al tempo stesso commovente e divertente. Infine, sulle tracce di Margo, Quentin troverà la consapevolezza del significato di vera amicizia e vero amore. 

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Evento speciale: Amy The Girl Behind the Name


Il Cinema Marconi riapre dopo la pausa estiva!
mercoledì 16_09 ore 18.00 e 21.15
giovedì 17_09 ore 18.00 e 21.15


GENERE: Biografico, Documentario, Musicale
ANNO: 2015
REGIA: Asif Kapadia
ATTORI: Amy Winehouse
PRODUZIONE: Krishwerkz Entertainment, Playmaker Films, Universal Music
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 90 Min

BIGLIETTO: Intero € 12. Ridotto € 10 (per prenotati alla mail cinema.marconi@gmail.com). Aperte le prenotazioni.






Trama
C'era una volta Amy Winehouse, star della musica, jazz singer del calibro di Ella Fitzgerald e Billie Holiday, morta di arresto cardiaco a 27 anni, nella sua casa di Londra, provata nel corpo minuto dall'eccesso di alcol e droga, forse proprio mentre ne stava venendo fuori. E c'era una volta Amy, prima del cognome, prima del successo, prima del dimagrimento eccessivo, della vertigine romantica e della perdita di sé, appunto.

Recensione
Asif Kapadia va indietro nel tempo a recuperare la ragazzina in carne che fa le boccacce nei video fatti in casa e non ha ancora avuto l'idea di cotonarsi i capelli, tanto meno di cantare per professione. La segue, attraverso il materiale di repertorio privatissimo, amicale, mentre scopre il suo dono e il piacere di cantare per un pubblico raccolto, a cui raccontare le proprie esperienze in musica. Quel piacere resterà sempre tale ma diverrà una chimera, un sogno impossibile, man mano che le platee dei suoi concerti si allargano a dismisura, le copie vendute non si contano più, la macchina della finanza gira ad alti livelli e pretende il prezzo del carburante.
Il documentario procede in ordine cronologico, apparentemente non dissimile da un lungo servizio televisivo, di quelli che ricapitolano le parabole biografiche delle glorie del rock, finendo magari per spruzzare del mistero sulla morte, ribadendo l'enormità del talento sprecato, di chiunque si stia parlando. Ma il film di Kapadia non cerca il mistero né ribadisce alcunché. Lascia che sia un mostro sacro come Tony Bennet a spendere le lodi più alte di Amy Winehouse, le uniche, in fondo, e le sole di cui lei sarebbe stata orgogliosa. E non è certo la delicatezza che lo guida: al contrario, il film non risparmia nulla al suo soggetto, nemmeno la fotografia del cadavere, però non lascia il contatto coi fatti, rifiuta i voli pindarici, dà voce all'ipotesi psicologica solo laddove è l'interessata stessa a formularla ("I can't help but demonstrate my Freudian fate ..."). Del resto, la sciacallaggine del padre e del fidanzato, l'influenza positiva ma troppo debole delle amiche e del primo manager, e l'assenza della madre, parlano da sole.
Non è un film artisticamente rilevante, Amy, non è il primo dietro le quinte della sua storia né sarà l'ultimo, però ha alcune qualità speciali. Pur mostrando ciò che la protagonista non ha scelto di mostrare, non dà l'impressione di violare una soglia dolente, come accade in Cobain: Montage of Heck, il recente ritratto dell'autocombustione di Kurt Cobain. Perché Amy Winehouse era probabilmente superiore alla propria immagine struccata e alle inquadrature impietose; la sua debolezza era un'altra, era la coppia, e lì dentro Kapadia non scava, non sgomita, ancora una volta è Blake Fielder-Civil a dare il peggio di sé, e a farlo da solo. L'altro motivo d'interesse sta nell'accento posto sulle parole delle canzoni, associate al suo vissuto, stavolta proprio come nel film di Brett Morgen, con un effetto ancora più trasparente, perché le sue canzoni parlavano ancora più chiaro, con la loro grafia giovane ma il vocabolario scelto.
Sarà anche impietoso, ma il ritratto che esce da Amy è quello di una piccola grande donna, con un dono unico, a cui la vita avrebbe insegnato a vivere, per dirla con Tony Bennet, se solo il suo fisico gliene avesse lasciato il tempo. Marianna Cappi

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Youth - La Giovinezza


sab 23_5
ore 21.15
dom 24_5 ore 18.00 e 21.00
sab 30_5 ore 21.15
dom 31_5 ore 18.00 e 21.00

GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Paolo Sorrentino
SCENEGGIATURA: Paolo Sorrentino
ATTORI: Michael Caine, Rachel Weisz, Jane Fonda, Harvey Keitel, Paul Dano
PAESE: Svizzera, Gran Bretagna, Italia
DURATA: 119 Mi










Trama

In un elegante albergo ai piedi delle Alpi Fred e Mick, due vecchi amici alla soglia degli ottant'anni, trascorrono insieme una vacanza primaverile.
Fred è un compositore e direttore d'orchestra in pensione, Mick un regista ancora in attività. Sanno che il loro futuro si va velocemente esaurendo e decidono di affrontarlo insieme.
Guardano con curiosità e tenerezza alla vita confusa dei propri figli, all'entusiasmo dei giovani collaboratori di Mick, agli altri ospiti dell'albergo, a quanti sembrano poter disporre di un tempo che a loro non è dato. E mentre Mick si affanna nel tentativo di concludere la sceneggiatura di quello che pensa sarà il suo ultimo e più significativo film, Fred, che da tempo ha rinunciato alla musica, non intende assolutamente tornare sui propri passi. Ma c'è chi vuole a tutti i costi vederlo dirigere ancora una volta e ascoltare le sue composizioni.

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Maraviglioso Boccaccio


ven 22_5
ore 21.15

GENERE: Commedia, Drammatico, Storico
ANNO: 2015
REGIA: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
SCENEGGIATURA: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
ATTORI: Kasia Smutniak, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Vittoria Puccini, Rosabell Laurenti Sellers, Kim Rossi Stuart, Carolina Crescentini, Paola Cortellesi, Flavio Parenti, Michele Riondino, Miriam Dalmazio, Lello Arena, Eugenia Costantini, Fabrizio Falco, Ilaria Giachi, Josafat Vagni, Niccolò Calvagna
PAESE: Francia, Italia
DURATA: 120 Min




Trama 
Lo sfondo è quello della Firenze trecentesca colpita dalla peste, che spinge dieci giovani a rifugiarsi in campagna e a impiegare il tempo raccontandosi delle brevi storie. Drammatiche o argute, erotiche o grottesche, tutte le novelle hanno in realtà un unico, grande protagonista: l'amore, nelle sue innumerevoli sfumature. Sarà proprio l'amore a diventare per tutti il migliore antidoto contro le sofferenze e le incertezze di un'epoca.

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Ma che bella sorpresa


sab 16_5
ore 21.15




 GENERE: Commedia
ANNO: 2015
REGIA: Alessandro Genovesi
SCENEGGIATURA: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti, Claudio Torres
ATTORI: Claudio Bisio, Frank Matano, Valentina Lodovini, Ornella Vanoni, Renato Pozzetto, Chiara Baschetti
FOTOGRAFIA: Federico Masiero
PAESE: Italia
DURATA: 91 Min






Trama
Guido, milanese, professore di lettere in un liceo di Napoli, affabile e simpatico, quanto prevedibile e monotono, è stato lasciato dalla sua fidanzata napoletana che gli ha preferito un maschio alfa aitante, avventuroso e straniero, ma del nord d'Europa. Guido, quindi, rimane solo a fronteggiare la crisi, malamente sostenuto dall'amicizia tenue e non-sense di un suo ex alunno, diventato professore di ginnastica (esemplificazione plastica del suo fallimento professionale). Cerca conforto in cene su misura, ma il suo pensiero ossessivo ha un solo scopo: vendicarsi della sua ex. Ogni tentativo è vano, non solo perché goffo. Sprofondato nel tipico algoritmo del single di mezza età senz'arte né parte, Guido apre inconsapevole le porte della sua percezione emotiva, il giorno in cui la nuova vicina bussa per un po' di zucchero. È bella, giovane, disponibile, tifosa, sensibile... insomma perfetta, la donna ideale. Il suo nome è Silvia. Gli studi letterari non gli vengono in soccorso a Guido non riconosce negli occhi ridenti e fuggitivi e nella personalità lieta e pensosa una Silvia del tutto ideale (certo calibrata sull'immaginario di un maschio italiano di oggi, tra Milan e Van Gogh, lingerie e buona cucina). Scoppia l'amore e accade che dalle stanze segrete di un amore perfetto, la coppia si riversi per le strade di una Napoli iper-realistica, città abituata a creder possibile l'impossibile, ma pazzo un uomo che parla da solo al tavolo per due di una pizzeria del posto. Il suo unico amico, l'ex studente con la tuta da ginnastica, lo scopre e allerta i genitori (Ornella Vanoni e Bruno Pozzetto) che da Milano vanno in missione per stanare il figlio e la sua ossessione.

Recensione
Con il ritmo da industria della commedia italiana del periodo d'oro, Alessandro Genovesi torna in sala a distanza di pochi mesi dalla "sua" Soap Opera (rappresentazione corale di un mondo artificiale da stabilimento cinematografico) con una commedia sentimentale, remake napoletano di un film brasiliano, A Mulher Invisivel, campione d'incassi. La commedia delle "seconde nozze", o del ri-matrimonio, che fu cara alla Hollywood degli anni Trenta e Quaranta, e che aveva riflettuto sui rapporti di coppia, sulla donna nuova, sulla differenza dei sessi, sembra qui riaversi ma in una versione casereccia e nostrana, non senza alcune punte acuminate, almeno per chi ne sa saggiare lo spessore.
Senza pretese eccessive, in una confezione ben controllata e di gusto, forse meno "autoriale" della più sperimentale Soap Opera, Genovesi intesse la sua tela disegnando un modo suo e originale, tutt'altro che banale, capace di insinuarsi nelle maglie della commedia portandola un po' più in là di quel che l'industria italiana oggi vuole e riesce a fare. Ci piace di Genovesi, oltre a una scrittura ben calibrata e alla capacità di far ben figurare i nostri attori (anche quando molto televisivi), quella sua visionarietà un po' fumettistica, garbatamente artefatta, iper-realistica ma non grottesca, moderatamente inverosimile. La Napoli di questa Sorpresa è così, un po' immaginaria, ma mai troppo folcloristica, con qualche ammiccamento semmai a De Filippo e alla Loren. Dario Zonta

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Terra di Maria


dom 17_5
ore 18.00 e 21.00


C’era una volta, Dio. E vissero tutti felici e contenti.
Addio, Padre Nostro. A mai più rivederci, esseri celesti. Se non vi vediamo, non vi crediamo. Abbiamo deciso di vivere come se non ci foste.
Nonostante questo… milioni di persone continuano a parlare con Gesù Cristo, che chiamano “Fratello”. E con la Vergine Maria, che chiamano “Madre”. Credono che siamo tutti figli di Dio e quindi lo chiamano “Padre”.
L’Avvocato del Diavolo riceve una nuova missione: interrogare, senza paura, chi confida ancora nelle ricette del Cielo. Sono dei truffatori? O dei truffati? Se scoprirà che le loro convinzioni sono false, continueremo come abbiamo fatto finora. Ma… se non ​​fosse una favola?



http://www.terradimaria.it/

SAMBA

ven 8_5 ore 21.15
sab 9_5 ore 21.15
dom 10_5 ore 18.00 e 21.00

GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Olivier Nakache, Eric Toledano
ATTORI: Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Issaka Sawadogo, Hélène Vincent, Christiane Millet, Jacqueline Jehanneuf, Liya Kebede
FOTOGRAFIA: Stéphane Fontaine
MUSICHE: Ludovico Einaudi
PAESE: Francia
DURATA: 116 Min




Trama
Samba Cissé è senegalese e costretto da dieci anni in un centro di accoglienza alle porte di Parigi. In attesa di un permesso di soggiorno e incalzato dalla paura di essere espulso dalla Francia, Samba si rivolge a un'associazione che si occupa di questioni giuridiche legate all'immigrazione. L'associazione si prende a cuore il suo caso nella persona di Alice, una giovane donna borghese in congedo lavorativo. Affetta da sindrome da stress, Alice sembra trovare in Samba un rifugio e una ragione per uscire dall'impasse. Allo stesso modo Samba è convinto che Alice sia la chiave per regolarizzare la sua posizione sociale. Tra espedienti, mestieri, sotterfugi, baci rubati, fughe ai controlli e costante reinvenzione della sua identità, Samba troverà il suo posto nel mondo e nel cuore di Alice.

Recensione
Quattro anni dopo lo straordinario successo di Quasi amici, Olivier Nakache e Éric Toledano realizzano Samba, una commedia sociale che racconta in fondo la stessa storia, quella di un borghese, offeso dall'handicap ieri e dalla depressione oggi, che ritrova senso ed entusiasmo a fianco di un indigente nero. Se Omar Sy interpreta una volta ancora il ruolo 'proletario', Charlotte Gainsbourg subentra a François Cluzet e incarna una donna d'affari riconciliata allo stesso modo con la vita dopo un giro di valzer esotico. A cambiare sono le modalità con cui la coppia Nakache-Toledano raggiunge il risultato. Se in Quasi amici la 'cura' veniva retribuita e passava attraverso "l'educazione" di Driss, in Samba i due protagonisti si prendono mutualmente cura l'uno dell'altro.
I registi correggono il tiro e bilanciano allora la loro commedia popolare con l'ingresso leggero di Charlotte Gainsbourg, che combatte la malinconia con ironia lunare, quello pesante dei clandestini, che testimonia la volontà di affrontare la società francese in maniera diretta, quello (est)etico del documentario, con cui i registi approcciano il loro soggetto.
Film ambizioso, Samba va oltre Quasi amici e getta la maschera, rivelando finalmente la visione utilitaristica delle relazioni umane. C'è un disprezzo di classe, un solipsismo che resiste in Alice e allo stesso modo c'é un'opacità e un egoismo che si rivela in Samba, lucido sui benefici che gli deriverebbero frequentando una bobo francese e disinvolto nel tradire un amico che diventerà nemico, insinuando nel film la dimensione tragica. Questa convenienza cinica, questa morale individualista sono la vera sorpresa di Samba, un feel-good movie dal cuore 'nero' affondato nella Senna.
A ridimensionare il protocollo ecumenico di Nakache e Toledano provvede anche l'interpretazione di Omar Sy, che questa volta nel suo incontro con l'altro non si accontenta della carica di 'buffone terapeutico' e rimanda l'ottimismo all'irrealtà. Ispirato da un romanzo di Delphine Coulin ("Samba pour la France"), Samba è una commedia che fin dal principio passa per luoghi inconciliabili: un palazzo nel centro di Parigi e un centro di accoglienza ubicato lungo le piste dell'aeroporto Charles de Gaulle. Inconciliabilità che rammenta che la visione esilarante e concorde tra classi, esibita in Quasi amici, nasce in una realtà differente che Samba guarda finalmente in faccia. Marzia Gandolfi

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Mia madre


ven 1_5 ore 21.15
sab 2_5 ore 21.15
dom 3_5 ore 18.00 e 21.00


GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Nanni Moretti
SCENEGGIATURA: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella
ATTORI: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Stefano Abbati, Beatrice Mancini, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Toni Laudadio, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Lorenzo Gioielli
PAESE: Italia
DURATA: 106 Min




Trama
Margherita sta girando un film impegnato sulla crisi economica italiana dove si racconta lo scontro tra gli operai di una fabbrica e la nuova proprietà americana che promette tagli e licenziamenti. Oltre a dover gestire la complessità del set corale di un film politico, deve fare i conti con le bizze della star italo-americana che ha scelto per interpretare il ruolo del nuovo proprietario; un attore in crisi, ostaggio della sua maschera di divo, qui esasperata dal provincialismo del cinema italiano.
Margherita è separata, ha una figlia adolescente che frequenta malvolentieri il liceo classico in ossequio alla tradizione famigliare impressa dalla nonna (insegnante di latino e greco), ha un amante, attore nel film impegnato, mollato all'inizio delle riprese, e una vita confusa, solitaria e complicata. La concentrazione, richiesta per girare un film così difficile, tutto spostato verso il lato pubblico e politico, è minacciata dalle istanze del privato e dall'ombra sempre più densa della possibile morte della madre che la costringe a un confronto difficile e doloroso, soprattutto con se stessa e con il fratello Giovanni, un ingegnere posato che si è preso un periodo di aspettativa dal lavoro per accudire la madre malata di cuore, ricoverata con poche speranze in un ospedale della capitale.
 
Recensione
Mia madre è un film profondo e sincero, tanto da essere quasi crudele per il lavoro che compie di scavo ineluttabile e autentico.
Non è il primo film in cui Moretti "mette a nudo" se stesso nel confronto con in suoi alter-ego cinematografici. Lo ha sempre fatto. Ma la natura di questo dialogo ha da qualche tempo assunto una qualità diversa. È come se avesse avuto bisogno di liberarsi della sua stessa maschera per guardarsi in faccia. E non è un caso che questo gesto coincida con il graduale mettersi da parte dell'attore/regista a favore di altri sembianti, figure, personaggi, attori. Moretti ha dovuto non coincidere con la propria immagine per avviare un confronto con se stesso. L'ha iniziato a fare con il Caimano e con Habemus Papam. Ma lì la crisi e le domande (pubbliche e private) venivano assunte da figure "politiche", mentre ora il confronto è con il ruolo del regista nell'esercizio della sua funzione di direzione. Ecco, Moretti non ha cercato scappatoie, vie di fuga, facili "neologismi". È andato diretto al punto.
Ad aumentare la complessità di un film ricco di suggestioni psicoanalitiche e di elementi autobiografici, c'è la scelta di trovare se stessi nel corpo di una donna. Margherita (Buy), alter-ego di Moretti, non si trasforma mai nell'icona dell'Apicella che fu. In questo senso, lui e lei riescono in qualcosa di molto difficile: confondersi l'uno nell'altra, dando vita a un genio complesso e originale.
A parte qualche piccola tentazione, dove è più evidente lo scambio di ruoli, la Margherita del film è una figura autonoma, la cui sensibilità e intelligenza non è eterodiretta. E lo stesso Moretti (che interpreta il fratello Giovanni) vive in uno spazio riservato, metabolizzando l'imminente morte della madre con una riservatezza commovente e laica, lasciando alla sorella il primo piano di una crisi mai esasperata, ma appunto profonda e complessa.
Ma c'è tanto di più in questo film così stratificato, solo in apparenza intimista. Intorno al nucleo di un dolore privato, Moretti con i suoi sceneggiatori e sceneggiatrici erige un edificio fatto di diversi piani, ognuno dei quali sviluppa un discorso, un tema, una riflessione.
Mia madre quindi è anche un film sul cinema, sul rapporto tra realtà e finzione.
La prima scena è uno scontro tra manifestanti operai e poliziotti. Per come è stata girata, prim'ancora di scoprire il film nel film, si intuisce che c'è puzza di "finzione", ma nel senso (potremmo dire tutto italiano) di fasullo: le botte dei poliziotti non sono così realistiche, l'azione dei manifestanti appare improbabile, l'azione è povera... non è solo una sensazione, presto qualcuno grida "stop" e inizia a lamentare la povertà della scena. È Margherita al centro del suo set che inizia a mietere dubbi nei suoi collaboratori, facendosene carico lei stessa. Parlando al direttore della fotografia che aveva posizionato la camera dentro alla mischia riproducendo un senso di realismo brutale e spettacolare, Margherita esprime il suo dubbio etico: "ma tu stai con i poliziotti o con i manifestanti"? Domande che pochi si fanno, ormai, ma che Moretti continua a fare e non è un caso che le sequenze del film nel film, il racconto della protesta degli operai, siano così maldestre, improbabili, finte (Moretti infatti non girerebbe mai un film così).
Ma c'è dell'altro, se volessimo andare a fondo. La dimensione politica e pubblica, la lotta degli operai, la crisi economica così come s'affacciano nel film sembrano aver perso ogni urgenza e necessità. Non interessa a nessuno della sorte degli operai. In questo senso Mia madre è un film che racconta una stanchezza e una inadeguatezza. L'ingegnere Giovanni (interpretato da Moretti) si è messo in aspettativa per poi dare le dimissioni e la regista Margherita gira il suo film politico senza troppa convinzione, come fosse un dovere, con una certa stanchezza e sfiducia verso il mezzo stesso, verso la finzione. Margherita, come il suo divo americano dopo l'ennesima notte di ciak andati male, vuole tornare alla realtà, che si quella tangibile del privato e qualcosa d'altro in via di definizione.
In questo senso il film è di una cupezza esemplare, quasi senza scampo, perché attraverso l'alter-ego, ci dice che il suo autore non riesce più a credere che iquel cinema (il suo? quello italiano? quello di finzione?) sia il modo più efficace per raccontare il presente politico e sociale. Non per questo, sia ben chiaro, bisogna intendere Mia madre come un'opera che si rifugia nell'intimismo e nel privato. Anzi proprio nell'attivare questa dialettica così stringente tra individuo e società, privato e pubblico, personale e politico, attore e regista, uomo e icona... il film s'appresta ad essere un manifesto del nostro tempo complesso e problematico. Dario Zonta

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La famiglia Bélier


sab 25_4 ore 21.15
dom 26_4 ore 18.00 e 21.00

 GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Eric Lartigau
SCENEGGIATURA: Stanislas Carre' De Malberg
ATTORI: Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Roxane Duran, Louane Emera, Ilian Bergala, Mar Sodupe
FOTOGRAFIA: Romain Winding
MONTAGGIO: Jennifer Augé
MUSICHE: Evgueni Galperine, Sacha Galperine
PAESE: Francia
DURATA: 106 Min



Trama
Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.

Recensione
Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell'adolescente alla ricerca di un'identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau 'riorganizza' una famiglia esuberante intorno a un'età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente dell'edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l'amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo 'smorzato' dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei 'normali' sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. Linguaggio che regista e attori dimostrano di saper adottare con sensibilità dentro un film good movie alla francese, che 'canta' Michel Sardou. Celebre chanteur parigino, ammirato dal professore appassionato e coinvolto di Éric Elmosnino, Sardou è il tappeto musicale che 'accompagna' il ritratto di una famiglia in un interno domestico e in un esterno bucolico, lontano dalle città e dentro una Francia atemporale e irriducibile, che alla techno preferisce la chanson française, al formaggio di soia quello a latte crudo, alle hall degli aeroporti le piazze di paese. Per preservare 'quella Francia' i Bélier sono addirittura disposti a scendere politicamente in campo e a battersi 'a gran voce'. In tempi di crisi, la commedia di Lartigau ripara nei valori di cui Paula è in fondo portatrice sana. Perché il suo distacco dalle 'origini' è solo fisico, mai totale e lirico come le parole 'segnate' di Sardou ("Je vole"). Parafrasando la canzone, Paula "non fugge, lei vola" verso spazi e tempi di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell'adolescenza e di un'adolescente che deve apprendere un 'linguaggio' nuovo ed evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare. Ispirato al libro di Véronique Poulain ("Les Mots qu'on ne me dit pas"), La famiglia Bélier è abitato da un cast irresistibile, condotto da François Damiens e Karin Viard, genitori affatto 'sordi' a la maladie d'amour e a quel fiume di note impetuose che cercano una melodia. Una melodia che Paula legittima adesso con la sua voce (e le sue mani). 

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Automata


ven 24_4 (Maratona di Fantascienza) 
ore 21.30

 GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2015
REGIA: Gabe Ibáñez
SCENEGGIATURA: Gabe Ibáñez, Igor Legarreta, Javier Sánchez Donate
ATTORI: Antonio Banderas, Dylan McDermott, Melanie Griffith, Birgitte Hjort Sørensen, Robert Forster, Tim McInnerny, Andy Nyman
PAESE: Bulgaria, Spagna
DURATA: 109 Min





Trama
2044 la Terra sta andando verso la desertificazione e l'umanità lotta per la sopravvivenza in un ambiente divenuto ostile. La razza umana coesiste con i robot, creati per supportare la condizione di una società in declino. L'agente assicurativo Jacq Vaucan (Antonio Banderas), che lavora per una società di robotica, la Roc Robotics Corporation, indaga su androidi difettosi. Durante una delle sue indagini scopre che alcuni robot si sono evoluti, diventando una possibile minaccia per l'umanità.

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