31/03/10

L'uomo che verrà


dom 04_04
ore 21.00
lun 05_04 ore 18.00 e 21.00

Proiezione in digitale


REGIA: Giorgio Diritti
SCENEGGIATURA: Giorgio Diritti, Giovanni Galavotti, Tania Pedroni
ATTORI: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Tom Sommerlatte,
FOTOGRAFIA: Roberto Cimatti
MUSICHE: Marco Biscarini, Daniele Furlati
PRODUZIONE: Aranciafilm
PAESE: Italia 2009
GENERE: Drammatico, Storico
DURATA: 117 Min




Alle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell'attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona.
L'eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull'identità culturale. Rispetto al lungometraggio d'esordio, L'uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell'esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi-soggettive a lunga e media distanza dall'evento. La “visione con” di queste inquadrature diviene “con-divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c'è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l'idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall'inizio pone l'antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c'è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti. Edoardo Becattini

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24/03/10

Shutter Island

sab 27_03 ore 21.15
dom 28_03 ore 18.00 e 21.00


REGIA: Martin Scorsese
SCENEGGIATURA: Laeta Kalogridis, Steven Knight
ATTORI: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams,
FOTOGRAFIA: Robert Richardson
MONTAGGIO: Thelma Schoonmaker
PRODUZIONE: Phoenix Pictures, Sikelia Productions, Appian Way, Paramount Pictures
DISTRIBUZIONE: Medusa
PAESE: USA 2009
GENERE: Thriller
DURATA: 148 Min




Nel 1954, i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida residente presso l'istituto mentale Ashecliffe, Rachel Solando. Il direttore dell'istituto, il dottor Cawley, e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti.
Nell'anno del celebrato restauro di Scarpette rosse, due dei più grandi cineasti della modernità americana hanno pagato il loro personale tributo al capolavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger. Francis Ford Coppola ne cita copiosamente delle parti in Tetro, mentre Scorsese, oltre ad averne curato in prima persona il restauro, struttura il suo Shutter Island come quella stessa infinita scala a chiocciola che viene percorsa da Vicky nel finale del film. Ma se il punto di riferimento è lo stesso, completamente opposti sono i sensi che guidano il loro operare. Per Coppola, Scarpette rosse è un modello da imitare, un ideale di rinascita da proporre al cinema contemporaneo ora che il mezzo digitale permette di tornare a quel tipo di fantasia immaginifica. Al contrario, per Scorsese quella spirale infinita rappresenta la capitolazione di un tipo di cinema che non è più riproducibile nell'era della simulazione e della ripetizione.
La spirale è quindi la forma che sceglie per raccontare questa gothic novel che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie per arrivare ad una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un twist non troppo imprevedibile. Ma manipolare lo spettatore non è mai stato uno dei passatempi preferiti di Scorsese, quanto piuttosto l'idea di raccontare dei personaggi manipolati dall'impossibilità di aderire alla realtà. Con Shutter Island, il regista italo-americano arriva in un certo senso a proporre la definitiva consacrazione dell'uomo avulso dalla realtà e della follia come forma unica di sopravvivenza. Per dare enfasi all'idea, riprende il suo personaggio quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l'alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di DiCaprio diviene così l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei gerarchi nazisti all'ingresso del campo di Dachau) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità.
Da questo punto di vista, Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l'incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense, Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell'era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto. Edoardo Becattini

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23/03/10

Il mio amico Eric


ven 26_03 ore 21.15


REGIA: Ken Loach
SCENEGGIATURA: Paul Laverty
ATTORI: Éric Cantona, Steve Evets, John Henshaw, Stephanie Bishop, Lucy-Jo Hudson
FOTOGRAFIA: George Fenton
PRODUZIONE: BIM Film, Canto Bros., Les Films du Fleuve, Sixteen Films, Why Not Productions
PAESE: Belgio, Francia, Gran Bretagna, Italia 2009
GENERE: Commedia, Drammatico, Sportivo
DURATA: 116 Min





Un impiegato delle Poste britanniche vede la sua vita andare sempre peggio. Ha lasciato da trent'anni Lily, suo unico e vero amore. Ora vive con i due figliastri lasciatigli da una donna che non c'è e con uno dei quali ha un pessimo rapporto. Eric, che cerca di non ricordare il passato, ha un solo rifugio in cui cercare un po' di consolazione: il tifo per il Manchester e la venerazione per quello che nel passato è stato il suo più grande campione, Eric Cantona. Ora però Eric ha un nuovo e per lui non secondario problema: la figlia che aveva abbandonato ancora in fasce, ma che non ha mai avuto un cattivo rapporto con lui, gli chiede il favore di occuparsi per un'ora al giorno della bambina che ha avuto, in modo da poter completare in pochi mesi gli studi. Sarà però necessario che Eric si faccia consegnare la neonata da Lily che non ha voluto piu' incontrare dal lontano passato. Qualcuno giunge in suo soccorso in modo inatteso e concretamente irreale: il suo idolo: Eric Cantona. Il problema da affrontare non sarà però purtroppo solo questo.
Ken Loach ha realizzato il film della sua assoluta maturità. Sinora ci aveva regalato delle opere che restano nella storia del cinema tout court e in quella dell'impegno a favore dei meno favoriti nelle nostre società. Lo stile era rigoroso, partecipe, con qualche inserto comico ma con una dominante drammatica. In questa occasione riesce a realizzare una perfetta osmosi tra la commedia e il dramma. Arriva anche a fare di più gestendo l'apparizione onirica della star Cantona in un equilibrio perfetto tra ironia, astrazione e (perchè no?) commozione.
Eric Cantona è una leggenda per il calcio internazionale e per i tifosi del Manchester in particolare. Loach è un appassionato di calcio (straordinaria la replica alla domanda 'impegnata' di una collega in conferenza stampa: "Non vado alle partite per fare dei trattati antropologici ma per vedere la mia squadra vincere") e riesce a rileggere, grazie ancora una volta a una sceneggiatura più che mai calibrata di Paul Laverty, il mito calcistico facendolo interagire con le problematiche del piccolo Eric impiegato alle Poste.
Ne nasce una storia d'amore, un film sulla possibile positività dei miti nonchè (ed era l'impresa più difficile di questi tempi) su una solidarietà ancora possibile. Solo lui e pochissimi altri possono riuscire a regalarci una commedia/dramma con happy end in cui realtà e immaginazione si alleano escludendo la retorica. Giancarlo Zappoli

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18/03/10

Il figlio più piccolo

sab 20_03 ore 21.15
dom 21_03 ore 18.00 e 21.00


REGIA: Pupi Avati
SCENEGGIATURA: Giuliano Pannuti
ATTORI: Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Gisella Marengo, Sydne Rome, Manuela Morabito, Nicola Nocella, Marcello Maietta, Fabio Ferrari, Massimo Bonetti, Alessandra Acciai,
MUSICHE: Riz Ortolani
PRODUZIONE: 01 Rai Cinema
PAESE: Italia 2010
GENERE: Commedia, Drammatico
DURATA: 100 Min






Un apprendista "furbetto del quartierino" (Christian De Sica) porta via gli appartamenti alla moglie (Laura Morante) e l'abbandona, con due piccoli figli a carico. Sarà la donna, candida, tardo - e tarda - fricchettona, a crescerli, mentre l’ex marito in 16 anni costruisce una holding su menzogne, magheggi e magagne, supportato da un commercialista "angelo custode" (Luca Zingaretti): quando sente sul collo il fiato della guardia di finanza, convocherà il figlio più piccolo e ingenuo (l'esordiente Nicola Nocella), che si illuderà sia il ritorno del padre prodigo…
Così Pupi Avati chiude la trilogia dei padri, inaugurata con La cena per farli conoscere e proseguita con Il papà di Giovanna: è Il figlio più piccolo, scritto e diretto dal regista bolognese, prodotto dal fratello Antonio con Medusa, che distribuisce.
Nel mirino l'indecenza e l'alegalità diffusa della nostra società, il denaro e la famiglia come temi portanti, questo Figlio vuole essere duro nei contenuti e leggero nella forma: in altre parole, commedia dai risvolti drammatici, anzi farseschi e grotteschi. Dalla sua, un cast azzeccatissimo e sinergico, con De Sica che si prende una pausa dai cinepanettoni e si ritrova a uscire dal carcere in piena estate con un panettone scaduto: bravo lui, bravi gli altri, e non mancano battute, tic e persino maschere da commedia all'italiana, quella capace di fustigare col sorriso e le grasse risate.
Fin qui, tutto bene, ma a non tornare sono altri conti: stilistici, perché la prolificità di Avati (1,3 film l'anno) paga lo scotto di scenografie e presa diretta approssimative, che non rendono "formale giustizia" allo j'accuse del regista: "Anche per un moderato come me quel che è troppo - l'Italia odierna - è troppo". Non solo, Avati elogia l'ingenuità, il candore come antidoto al Brutto Paese, ma sicuri che l'alternativa non stia nel rigore? Un personaggio rigoroso il film lo offre - il figlio più grande, che smaschera e ripudia papà - ma se lo dimentica: che fine ha fatto lui? Che fine stiamo facendo noi? Federico Pontiggia


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16/03/10

Look Both Ways - Amori e disastri

ven 19_03 ore 21.15


REGIA: Sarah Watt
SCENEGGIATURA: Sarah Watt
ATTORI: Justine Clarke, William McInnes, Anthony Hayes, Lisa Flanagan, Andrew S. Gilbert, Horler,
FOTOGRAFIA: Ray Argall
MONTAGGIO: Denise Haratzis
MUSICHE: Amanda Brown
PRODUZIONE: Hibiscus Films
DISTRIBUZIONE: Fandango
PAESE: Australia 2005
GENERE: Drammatico
DURATA: 100 Min




Mentre su tutte le tv locali scorrono le immagini del deragliamento di un treno che ha causato la morte di molte persone, le vite di alcuni abitanti di Adelaide si confrontano con amore, morte e altre catastrofi. Nick è un fotoreporter cui viene diagnosticato un cancro ad una fase avanzata durante una visita di controllo; Meryl è una illustratrice che fa ritorno in città dopo aver sepolto il padre; Andy è uno scapestrato giornalista con due figli a carico ed un terzo in arrivo dalla sua compagna occasionale, Anna; Phil è il caporedattore di Andy e Nick, a cui la notizia della malattia dell'amico sconvolge completamente tutte le priorità. Nell'arco di un torrido week-end le vite di ognuno di loro si incroceranno e prenderanno nuove strade a partire dalla tragedia di un uomo finito sotto le rotaie di un treno merci.
Ad un primo sguardo sembrerebbe che l'invito alla prudenza che campeggia sul limitare degli incroci pericolosi o delle strade trafficate costituisca anche il modo più pavido da parte di Sarah Watt di intendere la realizzazione del suo film d'esordio. L'intento è dispensare un genuino ottimismo a partire dalla cronaca nera che ci annienta attraverso i media e le piccole e grandi sciagure di tutti i giorni.
I mezzi sono quelli più classici del tipico film dall'estetica indie, in cui il minimalismo surreale della messa in scena riesce a risultare grazioso e piacevole a colpo (quasi) sicuro. Ma Look Both Ways non "guarda da entrambe le parti" unicamente per disquisire sui grandi temi della vita con uno stile fantasioso e piacione, ma anche e soprattutto per concepire la morte da più punti di vista. "Chiunque perda qualcuno merita una foto sul giornale". Il discorso della protagonista Meryl è evidentemente etico: ogni morte è uguale all'altra nell'incommensurabile tragedia che si consuma non solo in ma anche attorno ad essa.
Problema etico che il film cerca di affrontare contrapponendo fin da subito una tragedia di massa (il deragliamento di un treno) con la morte di un singolo (il ragazzo travolto dal treno merci), oppure una morte che consuma dall'interno (il cancro di Nick) con una che sconvolge dal di fuori (il padre di Meryl). Da questo punto di vista, anche i vari momenti delle sequenze realizzate con il disegno animato (campo di formazione dell'autrice australiana) o con il montaggio di scatti fotografici perdono la naiveté che solitamente si accompagna a questo tipo di inserti nel tipico prodotto indipendente, e diventano la sintesi dell'incontro di due differenti capacità di elaborare la realtà per immagini: quella che lavora per fantasia e astrazione di una disegnatrice di acquerelli e quella che "congela" degli istanti privilegiati presi direttamente dalla realtà di un fotoreporter.
Sarah Watt "guarda da entrambe le parti", alle pratiche di adesione e di trasfigurazione della realtà, per mostrare come l'amore possa nascere anche dall'intreccio fra l'immaginazione e la realtà bruta delle cose, fra un disegno animato dai colori caldi e la fredda lividezza dell'immagine di una tomografia.

04/03/10

Tra le nuvole

sab 13_03 ore 21.15
dom 14_03 ore 18.00 e 21.00

REGIA: Jason Reitman
SCENEGGIATURA: Jason Reitman
ATTORI: George Clooney, Jason Bateman, Anna Kendrick, Vera Farmiga,
MUSICHE: Eric Steelberg
PRODUZIONE: Cold Spring Pictures, DW Studios, Montecito Picture Company, The, Paramount Pictures, Right of Way Films
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
PAESE: USA 2009
GENERE: Commedia, Drammatico
DURATA: 108 Min





Ryan Bingham è un uomo affascinante, un abilissimo tagliatore di teste ed è libero come l'aria. Nel cielo, appunto, trascorre la maggior parte del proprio tempo, in trasferte di lavoro, agognando il prestigioso club dei dieci milioni di miglia. Ma qualcosa accade, tra un aereo e l'altro. Nathalie, una ragazzina neolaureata ha convinto il suo capo che viaggiare è dispendioso e si può benissimo licenziare in videoconferenza, minacciando di riportare Ryan a terra proprio quando il nostro ha da poco incontrato Alex, una trentenne che pare la sua fotocopia al femminile, così orgogliosamente sola da fargli venir voglia di non esserlo più.
Aaron Ekhart persuadeva gli altri, George Clooney persuade se stesso. Si convince che sia possibile vivere senza legami, che i rapporti siano una zavorra, che leggeri si vola più alto. La realtà delle cose, in questo terzo film così come nell'esordio di Reitman, s'inganna con la distrazione. Basta muoversi velocemente, procurarsi un trolley con ruote scorrevoli e saper apprezzare le offerte e i comforts del villaggio aeroportuale. Il film gli dà ragione: è quando si creano delle relazioni che il meccanismo s'inceppa e ci si rende conto che sfrecciare sopra le nuvole è come stare fermi; che il vero viaggio, nella vita, è un altro.
Jason Reitman sa creare dei personaggi che non si dimenticano in fretta, fuori dalla norma e sul bordo sdrucciolevole della morale, eppure pieni di naturalezza, grazie alla solidità delle sceneggiature e degli attori che chiama ad incarnarli. Questa volta fa addirittura un passo in più, confondendo testo e paratesto, assoldando lo scapolo d'oro di Hollywood per fargli interpretare il ruolo di un uomo che s'illude di poter stare da solo ma dovrà arrendersi un giorno, e – giù dallo schermo - coronare la favola.
Fuori di dubbio è anche il talento del regista per i dialoghi e il ritratto “senza filtro” delle piccole spietatezze quotidiane, siano esse d'ambientazione scolastica o professionale. Anche qui, Tra le nuvole segna un aumentato bisogno di veridicità e porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili.
Eppure, malgrado la naturalezza con cui Clooney indossa i mocassini di Ryan Bingham, malgrado la verità che fa da set alla finzione, c'è qualcosa di troppo scritto e lineare in quest'opera terza rispetto alle precedenti. Il bello di Juno era che era contraddittorio come l'età che raccontava, canticchiava un sentimento profondo senza bisogno di un arrangiamento in tutta regola; Tra le nuvole, al contrario, va spedito come un volo intercontinentale, dice quel che intende dire e non altro, e l'imprevisto all'arrivo fa in qualche modo parte del pacchetto di viaggio. Marianna Cappi

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03/03/10

Aspettando Soul Kitchen


























A ogni ogni componente del cast del film Soul Kitchen è stata chiesta una canzone.

Questa la compilation che ne è uscita!

Buon ascolto!

Soul kitchen


ven 05_03 ore 21.15

in collaborazione con Associazione Dottor Clown Padova.
Tematica trattata: "Non c’è condizione umana per cui non valga la pena di sorRidere..."

REGIA: Fatih Akin
SCENEGGIATURA: Fatih Akin
ATTORI: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Lucas Gregorowicz, Dorka Gryllus
FOTOGRAFIA: Rainer Klausmann
MONTAGGIO: Andrew Bird
PRODUZIONE: Corazón International
DISTRIBUZIONE: BIM Distribuzione
PAESE: Germania 2009
GENERE: Commedia
DURATA: 99 Min




Ad Amburgo, un cuoco di origine greca, Zinos, gestisce un infimo ristorante denominato Soul Kitchen. La clientela abituale sono i rozzi abitanti della periferia, interessati solo a tracannare birra e ingurgitare piatti surgelati o preconfezionati. Dentro e fuori dal Soul Kitchen ruota tutto il microuniverso di Zinos e relativi problemi: l'ambiziosa e viziata fidanzata Nadine è una giornalista rampante in partenza per la Cina, il fratello Illias un ladruncolo in libertà vigilata con il vizio del gioco, la cameriera Lucia è aspirante artista che vive in un appartamento occupato abusivamente e un vecchio compagno di scuola, Neumann, è disposto a tutto pur di comprare il locale e rilevarne il terreno. Un'ernia al disco improvvisa impone a Zinos delle sedute di fisioterapia e gli inibisce l'uso cucina, così che viene assunto un nuovo cuoco esperto di haute cuisine che, dopo uno scetticismo iniziale, trasforma il ristorante in un locale molto in voga capace di offrire buon cibo e musica soul.
Fatih Akin è un abile deejay del mondo del cinema, un giovane autore che ha saputo costruire un suo linguaggio melodico a partire da un'antologia di stili della New Hollywood di Scorsese, Schlesinger e Bob Rafelson. Questa eredità del cinema americano moderno, con la quale aveva finora raccontato i margini di una società multiculturale in pieno dissidio, pervade anche nell'atmosfera conviviale e disinvolta di Soul Kitchen. Cimentandosi con una vera commedia edificante, il giovane regista turco-tedesco mette da parte il tema del viaggio e delega il percorso di emancipazione sociale e di ricerca delle origini, alla musica (come nel documentario Crossing the Bridge) e all'elogio dell'edonismo.
Akin pone attenzione ai corpi e ai loro bisogni primari: dal cibo al sesso, dall'alcool alla danza (passando per il mal di schiena), così che i suoi personaggi, liberati dalla necessità di affrancarsi dal proprio retaggio culturale, agiscono nel nome di un puro principio di piacere. Allo stesso modo, punta all'occhio e al ventre dello spettatore: costruisce il suo film come un piatto sofisticato di nouvelle cuisine, o meglio, come una playlist di musica accattivante, facendo molta attenzione a creare mediante una serie di gag fisiche una sinergia fra movimenti dei personaggi, movimenti di macchina e ritmo dei brani della colonna sonora. È una strategia molto furba e molto ricercata, elaborata da un regista che ha già compreso le tendenze del nuovo cinema della post-globalizzazione (vedi The Millionaire): le storie che intrecciano società multietniche, una regia dinamica, buona musica e un lieto fine sono destinate a vendere (e incassare) in tutto il mondo. Edoardo Becattini


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