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Visualizzazione dei post da Gennaio, 2010

La prima cosa bella

sab 06_02 ore 21.15
dom 07_02 ore 21.00


Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Attori: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Dario Ballantini, Marco Messeri, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi,
Fotografia: Nicola Pecorini
Musiche: Carlo Virzì
Produzione: Motorino Amaranto, Medusa Film
Paese: Italia 2009
Genere: Commedia
Durata: 116 Min






Bruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita.
È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all'italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell'anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un'irresistibile attrazione.
Indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce.
La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo.
La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l'equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi. Marzia Gandolfi

Il nastro bianco

ven 29_01 ore 21.15

proiezione in collaborazione con l'Assessorato alla cultura di Piove di Sacco.



Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Attori: Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Joseph Bierbichler
Fotografia: Christian Berger
Montaggio: Monika Willi
Produzione: X-Filme Creative Pool, Les Films du Losange, Wega Film
Paese: Austria, Germania, Francia 2009
Genere: Drammatico
Durata: 145 Min








Un villaggio protestante nel nord della Germania. Anni 1913-1914. La vita si presenta con i ritmi delle stagioni e con la sua monotona ripetitività. Fino a quando accade un fatto inspiegabile: il medico si frattura gravemente una spalla in seguito a una caduta da cavallo dovuta a un filo solido ma invisibile teso sul suo percorso. A raccontare gli avvenimenti è la voce di un anziano: all'epoca dei fatti era l'istitutore arrivato in loco da un paese non troppo lontano. L'attentato al medico però non resta isolato. Altri eventi si susseguiranno sotto lo sguardo attento e misterioso dei bambini delle varie famiglie.
Haneke continua lucidamente e implacabilmente la sua analisi delle relazioni tra gli esseri umani decidendo, in questa occasione, di incentrare la sua attenzione su un microcosmo che assurge a laboratorio del futuro della Germania. Grazie a un bianco e nero bergmaniano il regista austriaco costruisce un clima di opprimente attesa. Ciò che gli interessa non è la detection (scoprire chi sta all'origine degli inattesi episodi di violenza) quanto piuttosto riflettere su una società che sta ponendo a dimora i semi che il nazismo, dopo la Prima Guerra Mondiale, farà fruttificare.
Le relazioni tra gli adulti e tra questi e i bambini sono quanto di più algido e privo di un senso di umanità vera si possa concepire. Nei personaggi del Medico, del Pastore e del Barone si concretizzano tre modi di esercitare l'autorità e il sopruso (in particolare nei confronti della donna) che forniscono un modello da amare/odiare per i più piccoli. I quali finiscono con l'introiettare la violenza che domina la società, per quanto apparentemente celata dalle convenzioni. Il nastro bianco che il Pastore impone ai figli più grandi dovrebbe simboleggiare la necessità, per loro, di raggiungere una purezza che dovrebbe coincidere con l'acquisita maturità. Di fatto in quel piccolo mondo, in cui solo l'istitutore e la sua timida e consapevole innamorata, sembrano credere nella positività della vita il disprezzo domina. Non passeranno molti anni e quei nastri bianchi si trasformeranno in stelle di Davide. Ad appuntarli sul petto delle nuove vittime saranno proprio quegli ex bambini. Giancarlo Zappoli

Il riccio

sab 23_01 ore 21.15
dom 24_01 ore 18.00 e 21.00

Regia: Mona Achache
Sceneggiatura: Mona Achache
Attori: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride, Wladimir Yordanoff, Sarah Le Picard,
Produzione: Les Films des Tournelles, Pathé, France 2
Paese: Francia 2009
Genere: Commedia, Drammatico, Sentimentale
Durata: 100 Min







Tratto dal bestseller di Muriel Barbery L’eleganza del riccio, l’opera prima di Mona Achache è il piacevole e divertente adattamento delle peripezie della piccola Paloma, ricca adolescente parigina attanagliata dalla vita borghese e con serie manie suicide, spezzate solo dall’incontro con uno strambo signore giapponese e dalla scoperta delle insospettate doti culturali e affettive della portinaia del suo palazzo. Sostenuta dall’interpretazione monumentale di Josiane Balasko e dalla freschezza della giovane Garance Le Guillermic, la regista riesce nell’intento di portare sul grande schermo in maniera convincente una storia bizzarra e insolita, a metà tra la favola il dramma sociale. La forma del diario scritto viene abbandonata a favore di un intelligente mix di linguaggi che vanno dalla narrazione filmica tradizionale, agli spezzoni animati, ai filmini sgranati e fatti in casa della protagonista Paloma, a cui Achache affida le divagazioni più spiritosamente visionarie e sperimentali di una pellicola per il resto fin troppo classica e “pulita”. Il vero punto di forza de Il riccio sta però nella capacità di unire senza forzature il punto di vista immaginifico e un po’ infantile della ragazzina con quello disincantato della misteriosa concierge. Due personaggi femminili che non potrebbero essere più diversi, e invece accomunati dall’essere in qualche modo abbarbicati dietro a uno stereotipo di ruolo, da cui cercano in tutti i modi di fuggire ma in cui finiscono sempre per ricadere, attratte dall’innegabile tepore protettivo della prevedibilità quotidiana.
Nonostante qualche scivolone patetico, quello di Achache si dimostra quindi un film di notevole intensità, dedicato a tutte le persone che vivono nel rifugio e nella gabbia della propria scorza coriacea. via

Ben X


venerdì 22_01
ore 21.15

Regia: Nic Balthazar
Sceneggiatura: Nic Balthazar
Attori: Greg Timmermans, Laura Verlinden, Marijke Pinoy, Pol Goossen, Titus De Voogdt, Maarten Claeyssens, Jakob Beks,
Produzione: MMG, BOS.BROS
Paese: Belgio, Olanda 2007
Genere: Drammatico
Durata: 90 Min




Tratto dal romanzo Nothing was all he said scritto dallo stesso regista Nic Balthazar, successivamente adattato per il teatro e per il cinema, Ben X è la storia di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger e vittima di bullismo: un film a basso budget, premiato dalla giuria ecumenica al Montréal World Film Festival e interpretato con grande talento da Greg Timmermans, al suo debutto sullo schermo.
Incapace di avere un’interazione normale, segnato da comportamenti ritualizzati, Ben lotta ogni giorno come l’avatar (Ben X) del suo videogioco preferito (Archlord) per sentirsi normale tentando di sopravvivere e decodificare il mondo reale.
Il film gioca su tre registri narrativi diversi in un mix tra mondo reale e mondo virtuale-cyberspazio. La visione soggettiva di Ben è il mondo dei videogiochi attraverso il quale leggiamo le sue emozioni. Le inquadrature da macrofotografia ci rendono palpabili le sue difficoltà a cogliere la realtà come un insieme: "Vede tutte le foglie, ma non l’albero", dice uno psicologo alla madre per cercare di spiegare le difficoltà del figlio.
La visione oggettiva della macchina da presa non nega alcun particolare delle aggressioni subite da Ben e infine il commento affidato alle varie interviste (la madre, il padre, gli insegnanti) tenta di spiegare il comportamento di Ben e la difficoltà ad aiutarlo.
Il risultato è un'opera originale, che, ricordando vagamente Donnie Darko, forse perde un po’ nel finale, con un escamotage troppo forzato, ma ha il merito di riuscire a sensibilizzare il grande pubblico sull’autismo, la solitudine e l’isolamento sociale, mantenendo alta la tensione. Come dice la ragazza di cui è innamorato (conosciuta nel mondo virtuale), Scarlet: "Devi imparare a sentire per sentirti bene". Giulia Lucchini

Cineforum Diversi Orizzonti 2010

Vi presentiamo la programmazione del Cineforum 2010 "Diversi Orizzonti"
che si svolgerà presso il Cinema Marconi dal 22 gennaio al 24 aprile.

Come per la precedente edizione, ad ogni proiezione verrà abbinato un dibattito
a cura di un'associazione di Piove di Sacco.

Prima parte
22_01
Ben X
29_01
Il nastro bianco *
05_02
Welcome
12_02
Lourdes
19_02
Capitalism: A Love Story *
26_02
Terra Madre

Seconda parte
05_03
Soul Kitchen
19_03
Funny People
26_03
Il mio amico Eric
09_04
In Bruges - La coscienza dell'assassino
16_04
Rosso come il cielo *
23_04
The Age of Stupid
*

inizio spettacolo ore 21.15* proiezione in digitale

biglietto unico € 5

A Serious Man

sab 16_01 ore 21.15
dom 17_01 ore 18.00 e 21.00

Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Attori: Simon Helberg, Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Adam Arkin, George Wyner, Katherine Borowitz, Fyvush Finkel, Steve Park, Raye Birk
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Ethan Coen, Joel Coen
Produzione: Working Title Films
Paese: USA 2009
Genere: Commedia, Noir
Durata: 105 Min



Da qualche parte nel Mid West, 1967. Larry Gopnik è un professore di fisica con poche pretese e molti guai. La moglie gli preferisce il più serio Sy Ableman e vuole un divorzio rituale per (ri)sposarsi nella fede, il figlio fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane in attesa di celebrare il suo Bar mitzvah, la figlia lava principalmente i capelli e gli ruba il denaro per rifarsi il naso, il fratello russa sul suo divano e redige un diario sul calcolo delle probabilità, uno studente coreano lo corrompe col denaro e lo minaccia di diffamazione, una bella vicina si offre nuda ai raggi del sole e al suo sguardo, un vicino di casa taglia la sua erba sempre meno verde. Travolto da una messe di guai, Larry si rivolge a uno, due e tre rabbini per ascoltare la parola di Hashem e interpretare la sua volontà. In attesa di una cattedra all'Università, dell'esito delle lastre e dell'arrivo dell'uragano, Larry insegue la strada per diventare un mensch, un uomo serio.
Come sempre, dietro e prima di ogni storia coeniana c'è un piccolo evento, un incontro fortuito, una notizia di cronaca, un romanzo o addirittura un poema in versi, insomma ogni cosa può diventare pretesto e scintilla per avviare la giostra dell'assurdo e lo splendore registico dei fratelli di Minneapolis. Questa volta il sipario si alza su uno shtetl polacco dove un uomo, una donna e un supposto dybbuk (un'anima posseduta) interagiscono e parlano una lingua antica e minoritaria, l'yiddish. Un secolo dopo e in un continente altro, i Coen voltano pagina e piombano nel Mid West attraverso un auricolare che suona "Somebody to love" nell'orecchio di un indisciplinato studente ebreo. Il prologo, avulso dalla storia che segue ma iscritto nel corpo del film, favorisce il gioco interpretativo e lo impone come strumento necessario e come parte integrante della sceneggiatura. Frammento estraneo alla vicenda dominante che tuttavia la presenta e la connota in senso ebraico.
Come già dimostrato da Marge, l'agente incinta di Fargo, nel più stupido dei mondi possibili che annichilisce i soggetti, c'è spazio anche per “l'uomo ordinario” per il quale la realtà non è a tutti i costi il peggior mondo possibile. Per questa ragione il dio-regista a due teste si diverte a tormentare Larry Gopnik, a giocargli irridenti scherzi (la morte di un grasso avvocato), rovesciandone repentinamente prospettive ed attese.
A serious man si impegna a raccontarci l'impossibilità di una famiglia (e di una vita) perfetta e l'irraggiungibilità di una felicità inattaccabile. La telefonata di un medico o l'occhio di un ciclone possono abbattersi impietosi, costringendo nella riserva onirica dell'immaginazione gli impossibili desideri di un uomo semplice, di un marito improbabile ma probabilmente innamorato.
Il professore ebreo di Michael Stuhlbarg come il drugo Lebowski e il barbiere "che non c'era" vengono trascinati in un'incredibile sciarada di disavventure contro la propria radicale apatia. Sospeso tra l'orrore per il caos della vita e la noia esistenziale, Larry si rivolge a tre rabbini per non precipitare nel vuoto e in un movimento insensato. La risposta è un grande buco di senso intorno al quale i Coen fanno scorrere le azioni dei personaggi. L'yiddish e l'ebraico diventano lingue morte di un rituale ormai privo di significato che il rabbino Marshak converte nel linguaggio e nei versi rock dei Jefferson Airplane prima dell'uragano e della fine (del film? Di tutto?).
Ancora una volta i Coen tendono fino all'estremo la corda, sfiorando un happy end, per poi capovolgere tutto con il colpo di coda dell'ultima battuta e dell'ultima inquadratura. Battuta e inquadratura che azzerano e (insieme) moltiplicano qualsiasi dubbio sul senso ultimo del film. Cabalistico. Marzia Gandolfi

grazie!



















L'associazione Arte del Sogno ringrazia tutti coloro che hanno partecipato alla seconda Maratona Horror "Brivido in sala".

Aspettando la maratona horror #2

Intervista (in iglese) con il regista Sam Raimi sul film suo Drag me To Hell, proiettato venerdì 15 gennaio presso il cinema Marconi di Piove di Sacco in occasione della Maratona Horror.

vincent collins

Oggi vi presentiamo alcuni lavori del cartoonist Vincent Collins.





aspettando la maratona horror...

Drag me to Hell

ven_15_01 dalle ore 21.30
in occasione della maratona horror


GENERE: Horror, Thriller
ANNO PROD: 2009 DATA DI USCITA: 11/09/2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Sam Raimi










Christine Brown è in attesa di un'importante promozione nella banca in cui lavora. Un giorno nega all'anziana signora Ganush la proroga di un prestito che le consentirebbe di conservare la propria abitazione. La donna, che è in contatto con un Lamia, le lancia contro una maledizione che metterà il demone sulle sue tracce. Da quel momento Christine dovrà cercare di respingere gli attacchi e di trovare la soluzione definitiva per liberarsi dal Male.
Sam Raimi, dopo l'immersione nei tre Spiderman, torna a un suo antico progetto (risale a più di 10 anni fa) sviluppato con il fratello Ivan. Un imprinting dalla serie sul supereroe deve però essere rimasto perchè la nuova protagonista Alison Lohman sintetizza, non solo fisicamente, le caratteristiche di Kirsten Dunst. Non tanto sul versante fidanzatina (anche Christine lo è) quanto piuttosto su quello della ragazza di sani principi che viene posta dinanzi a continui e sempre piu' drammatici bivi. Anche perchè il nuovo film di uno dei maestri dell'horror diverte più che fare paura. I colpi di scena si susseguono ma sono il più delle volte attesi e quindi suscitano quel tipo di brivido che è causato dal gratificante pensiero di avere previsto l'accaduto.
Come però sa fare chi conosce bene le dinamiche del genere Raimi non si limita a trasportare lo spettatore nel tunnel degli orrori di un parco divertimenti a 35 millimetri (nel quale è bene stare attenti a tutto e, in particolare, alle mosche) ma affronta anche un livello più alto.
Christine rappresenta quei tanti che,pur essendo fondamentalmente onesti, in questo mondo in cui la precarietà del lavoro domina si trovano quasi costretti a far tacere un angolino della loro coscienza, per andare avanti. L'horror molto spesso, al di là di quello che ne pensano i detrattori che però non lo conoscono, punta a una morale finale. Anche in questo caso lo fa.
Christine ha fatto del male a qualcuno, trovando delle giustificazioni che sono comprensibili ma non sufficienti. Basta questo per trascinarla all'Inferno ?

Dave Matthews Band: The Road To Big Whiskey


ven 08_01 ore 20.30
(in digitale, ingresso a offerta libera)



























in collaborazione con www.davematthewsband.it