Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta cinema_marconi

L'esempio di Giorgio Perlasca | Lunedì 13 marzo 2017

L'esempio di Giorgio Perlasca, raccontato dal figlio Franco
Lunedì 13 marzo 2017 ore 20.45 al Cinema Marconi di Piove di Sacco (via Gauslino 7).
Incontro organizzato dall'Unità Pastorale di Piove di Sacco e dalla Fondazione Santa Capitanio.
Ingresso libero. 

"Ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa,
cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati
senza un motivo se non l'odio e la violenza?"

Giorgio Perlasca (Como, 31 gennaio 1910 – Padova, 15 agosto 1992) è stato un funzionario, filantropo e commerciante italiano. Nell'inverno del 1944, nel corso della seconda guerra mondiale, fingendosi Console generale spagnolo salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah.

La regola del gioco


ven 9_10 ore 21.15

GENERE: Biografico, Drammatico, Thriller
ANNO: 2014
REGIA: Michael Cuesta
SCENEGGIATURA: Peter Landesman
ATTORI: Jeremy Renner, Paz Vega, Michael Sheen, Ray Liotta, Andy Garcia, Mary Elizabeth Winstead, Robert Patrick, Michael K. Williams, Barry Pepper, Oliver Platt, Rosemarie DeWitt
FOTOGRAFIA: Sean Bobbitt
PAESE: USA
DURATA: 112 Min




Gary Webb è un reporter di talento che lavora per un giornale di provincia. Intraprendente, drogato di lavoro e sempre alla ricerca dello scoop, Webb mette le mani su una storia di narcotraffico che si trasformerà nello scandalo CIA-Contras e nella rovina della sua carriera e vita.
Il miglior cinema d’inchiesta una volta lo facevamo noi, ma di Petri, Rosi e Montaldo non ne nascono spesso, nonostante la materia prima non manchi dalle nostre parti. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, che ha una tradizione altrettanto radicata, soprattutto quando a essere coinvolta è la stampa.
La regola del gioco racconta in buona forma una delle pagine più nere della recente storia americana, facendo anche un’interessante digressione sul confine sottile tra verità e menzogna e notizia e informazione, due cose queste ultime che non sempre coincidono.
Quest’ambiguità di fondo rende il film ancora più intrigante e Michael Cuesta, regista che in televisione con Dexter e Homeland ha ben gestito questi temi, mantiene un ottimo equilibrio fino alla fine. Merito anche di un eccellente Jeremy Renner, attore notevole che si sta meritatamente ritagliando uno spazio importante nella Hollywood di oggi. Alessandro De Simone

Approfondimenti
video
foto

Figlio di nessuno


ven
2_10
ore 21.15


GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Vuk Ršumović
SCENEGGIATURA: Vuk Ršumović
ATTORI: Denis Muric, Milos Timotijevic, Pavle Cemerikic, Isidora Jankovic
FOTOGRAFIA: Damjan Radovanovic
MUSICHE: Jura Ferina, Pavao Miholjevic
PAESE: Serbia
DURATA: 97 Min







Bosnia, 1988. Un gruppo di cacciatori trova nel bosco un bambino cresciuto in mezzo ai lupi, dei quali ha adottato le sembianze e lo stile di vita: non parla, non cammina, ringhia e morde chiunque lo avvicini. Il bambino, chiamato Haris, viene spedito in un orfanotrofio di Belgrado, dove inizialmente rifiuta ogni contatto e ogni forma di educazione, poi, grazie alla presenza di un assistente sociale e all'amicizia con Zika, un ragazzo più grande, esce gradualmente dallo stato animale per ricongiungersi con la propria natura umana. Ma il percorso di umanizzazione del bambino non è necessariamente evolutivo, né garantisce ad Haris una vita migliore di quella vissuta in mezzo ai lupi.
Il paragone fra No One's Child, opera prima vincitrice del Premio del pubblico alla Settimana della Critica e del premio FIPRESCI alla Mostra del cinema di Venezia, e Il ragazzo selvaggio di Francois Truffaut è immediato e inevitabile. Ma il regista serbo Vuk Ršumovic, basandosi su una storia vera, cala il piccolo protagonista nella contemporaneità, introducendo elementi sociopolitici che fanno un'enorme differenza nello sviluppo della storia, ad esempio l'insorgere dei nazionalismi che sarebbero sfociati nella guerra del 1992 (folgorante il momento in cui Haris scopre di essere bosniaco perché un gruppo di ragazzi serbi lo apostrofa come "sporco mussulmano").
In realtà il paragone necessario è con un altro film di Truffaut, I quattrocento colpi, non solo per lo sguardo desolato del piccolo protagonista, che anche fisicamente assomiglia al giovanissimo Antoine Doinel, ma soprattutto perché la storia è raccontata all'altezza di quello sguardo, inizialmente orizzontale, poiché Haris non ha ancora conquistato la posizione eretta, e via via sempre più verticale, ma di una verticalità distorta e fuorviante, perché distorto e fuorviante è il mondo che circonda il ragazzino. Un mondo fatto di gambe senza volto (l'inquadratura delle due ragazzine dal fondo di un sottoscala è un riferimento al Truffaut di Finalmente domenica!, che a sua volta citava L'uomo che amava le donne) e di voci senza corpo, come nella scena del colloquio con la psicologa de I quattrocento colpi.
Ršumovic riesce tuttavia a ritagliarsi un'originalità di stile grazie ad una fotografia nitida ed essenziale priva di qualsiasi sentimentalismo o di qualsiasi afflato romantico "alla Truffaut", e incastona il percorso di Haris in ambienti che paiono quinte teatrali: le stanze dell'orfanotrofio, i vicoli di una Belgrado sordida e allucinata, il cortile degradato e pieno di insidie. La cinepresa di Ršumovic racconta l'assurdità dell'odissea di Haris come coincidente con l'assurdità del conflitto nell'ex Jugoslavia, la cui devastazione identitaria rispecchia e amplifica quella del "ragazzo selvaggio". E tuttavia trova la bellezza anche nello squallore dell'esistenza del bambino perché ne è affamata quanto lui. Malgrado No One's Child sia il film di Haris (e dello straordinario Denis Muric che lo interpreta), ogni personaggio di contorno ha il suo momento, e la scelta degli attori è straordinaria: profondamente attraenti senza esserlo in modo "cinematografico", perfettamente "in parte" nella recitazione essenziale richiesta dalla storia.
No One's Child è un debutto cinematografico di grande maturità e purezza etica ed estetica, un racconto in tre atti quasi muto che utilizza la luce e l'ombra come potenti strumenti narrativi, una struttura perfettamente circolare che inizia e finisce con uno sparo e si articola intorno a un paio di scarpe: quelle che Haris rifiuta, accetta, scambia e di nuovo rifiuta, come maschere sempre inadeguate a definire il suo ruolo nel mondo.

Città di carta


venerdì 18_09 ore 21.15
sabato 19_09 ore 21.15
domenica 20_09
ore 18.00 e 21.15

GENERE: Sentimentale
ANNO: 2015
REGIA: Jake Schreier
SCENEGGIATURA: Scott Neustadter, Michael H. Weber
ATTORI: Cara Delevingne, Nat Wolff, Halston Sage, Cara Buono, Austin Abrams, Meg Crosbie, Caitlin Carver
FOTOGRAFIA: David Lanzenberg
MONTAGGIO: Jacob Craycroft
PAESE: USA
DURATA: 109 Min



Trama
Tratto dal romanzo bestseller di John Green ("Colpa delle Stelle"), Città di carta è la storia di Quentin e della sua enigmatica vicina di casa Margo, amante del mistero al punto da diventarlo lei stessa. Dopo averlo trascinato in un'unica notte di avventure in giro per la città, Margo scompare improvvisamente lasciando degli indizi che Quentin dovrà decifrare. La ricerca porterà Quentin e i suoi amici attraverso un'avventura che sarà al tempo stesso commovente e divertente. Infine, sulle tracce di Margo, Quentin troverà la consapevolezza del significato di vera amicizia e vero amore. 

Approfondimenti
VideoFoto
scheda su cinematografo

Evento speciale: Amy The Girl Behind the Name


Il Cinema Marconi riapre dopo la pausa estiva!
mercoledì 16_09 ore 18.00 e 21.15
giovedì 17_09 ore 18.00 e 21.15


GENERE: Biografico, Documentario, Musicale
ANNO: 2015
REGIA: Asif Kapadia
ATTORI: Amy Winehouse
PRODUZIONE: Krishwerkz Entertainment, Playmaker Films, Universal Music
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 90 Min

BIGLIETTO: Intero € 12. Ridotto € 10 (per prenotati alla mail cinema.marconi@gmail.com). Aperte le prenotazioni.






Trama
C'era una volta Amy Winehouse, star della musica, jazz singer del calibro di Ella Fitzgerald e Billie Holiday, morta di arresto cardiaco a 27 anni, nella sua casa di Londra, provata nel corpo minuto dall'eccesso di alcol e droga, forse proprio mentre ne stava venendo fuori. E c'era una volta Amy, prima del cognome, prima del successo, prima del dimagrimento eccessivo, della vertigine romantica e della perdita di sé, appunto.

Recensione
Asif Kapadia va indietro nel tempo a recuperare la ragazzina in carne che fa le boccacce nei video fatti in casa e non ha ancora avuto l'idea di cotonarsi i capelli, tanto meno di cantare per professione. La segue, attraverso il materiale di repertorio privatissimo, amicale, mentre scopre il suo dono e il piacere di cantare per un pubblico raccolto, a cui raccontare le proprie esperienze in musica. Quel piacere resterà sempre tale ma diverrà una chimera, un sogno impossibile, man mano che le platee dei suoi concerti si allargano a dismisura, le copie vendute non si contano più, la macchina della finanza gira ad alti livelli e pretende il prezzo del carburante.
Il documentario procede in ordine cronologico, apparentemente non dissimile da un lungo servizio televisivo, di quelli che ricapitolano le parabole biografiche delle glorie del rock, finendo magari per spruzzare del mistero sulla morte, ribadendo l'enormità del talento sprecato, di chiunque si stia parlando. Ma il film di Kapadia non cerca il mistero né ribadisce alcunché. Lascia che sia un mostro sacro come Tony Bennet a spendere le lodi più alte di Amy Winehouse, le uniche, in fondo, e le sole di cui lei sarebbe stata orgogliosa. E non è certo la delicatezza che lo guida: al contrario, il film non risparmia nulla al suo soggetto, nemmeno la fotografia del cadavere, però non lascia il contatto coi fatti, rifiuta i voli pindarici, dà voce all'ipotesi psicologica solo laddove è l'interessata stessa a formularla ("I can't help but demonstrate my Freudian fate ..."). Del resto, la sciacallaggine del padre e del fidanzato, l'influenza positiva ma troppo debole delle amiche e del primo manager, e l'assenza della madre, parlano da sole.
Non è un film artisticamente rilevante, Amy, non è il primo dietro le quinte della sua storia né sarà l'ultimo, però ha alcune qualità speciali. Pur mostrando ciò che la protagonista non ha scelto di mostrare, non dà l'impressione di violare una soglia dolente, come accade in Cobain: Montage of Heck, il recente ritratto dell'autocombustione di Kurt Cobain. Perché Amy Winehouse era probabilmente superiore alla propria immagine struccata e alle inquadrature impietose; la sua debolezza era un'altra, era la coppia, e lì dentro Kapadia non scava, non sgomita, ancora una volta è Blake Fielder-Civil a dare il peggio di sé, e a farlo da solo. L'altro motivo d'interesse sta nell'accento posto sulle parole delle canzoni, associate al suo vissuto, stavolta proprio come nel film di Brett Morgen, con un effetto ancora più trasparente, perché le sue canzoni parlavano ancora più chiaro, con la loro grafia giovane ma il vocabolario scelto.
Sarà anche impietoso, ma il ritratto che esce da Amy è quello di una piccola grande donna, con un dono unico, a cui la vita avrebbe insegnato a vivere, per dirla con Tony Bennet, se solo il suo fisico gliene avesse lasciato il tempo. Marianna Cappi

Approfondimenti
sito ufficiale
video
scheda completa

Terra di Maria


dom 17_5
ore 18.00 e 21.00


C’era una volta, Dio. E vissero tutti felici e contenti.
Addio, Padre Nostro. A mai più rivederci, esseri celesti. Se non vi vediamo, non vi crediamo. Abbiamo deciso di vivere come se non ci foste.
Nonostante questo… milioni di persone continuano a parlare con Gesù Cristo, che chiamano “Fratello”. E con la Vergine Maria, che chiamano “Madre”. Credono che siamo tutti figli di Dio e quindi lo chiamano “Padre”.
L’Avvocato del Diavolo riceve una nuova missione: interrogare, senza paura, chi confida ancora nelle ricette del Cielo. Sono dei truffatori? O dei truffati? Se scoprirà che le loro convinzioni sono false, continueremo come abbiamo fatto finora. Ma… se non ​​fosse una favola?



http://www.terradimaria.it/

Suite Francese


dom 5_4 (Pasqua) ore 18.00 e 21.00
lun 6_4 ore 18.00 e 21.00

 GENERE: Drammatico, Guerra, Sentimentale
ANNO: 2015
REGIA: Saul Dibb
SCENEGGIATURA: Saul Dibb, Matt Charman
ATTORI: Michelle Williams, Kristin Scott Thomas, Matthias Schoenaerts, Sam Riley, Margot Robbie, Ruth Wilson, Lambert Wilson, Eileen Atkins, Harriet Walter, Tom Schilling
PAESE: Canada, Francia, Gran Bretagna
DURATA: 107 Min







Trama
Dal celebrato romanzo di Irène Némirovsky, SUITE FRANCESE, è il racconto dell’amore bruciante di un uomo e una donna travolti dalla Storia. Ambientato in Francia nel 1940, il film narra della bellissima Lucile Angellier (Michelle Williams) che nell'attesa di ricevere notizie del marito prigioniero di guerra, vive un'esistenza soffocante insieme alla suocera, donna dispotica e meschina (Kristin Scott Thomas). La vita di Lucile viene stravolta quando i parigini in fuga si rifugiano nella cittadina dove vive e la città viene invasa dai soldati tedeschi che occupano le loro case. Inizialmente Lucile ignora la presenza di Bruno (Matthias Schoenaerts) un raffinato ufficiale tedesco che è stato dislocato nella loro abitazione. Ma dopo l'iniziale indifferenza, Lucile "si risveglia" e inizia a esplorare sentimenti sepolti che la porteranno inevitabilmente verso Bruno...

Recensione
Quando un romanzo come “Suite francese” arriva sullo schermo, non è solo il lettore a chiedersi se il film riuscirà a rappresentarlo al meglio, ma anche il regista e - in questo caso - cosceneggiatore a sentire  la responsabilità di rendere giustizia al capolavoro incompiuto di una grande scrittrice, scritto durante l'occupazione della Francia nei tristi giorni di Vichy e affidato dall'autrice alle figlie bambine prima di scomparire per sempre ad Auschwitz. Un'opera conservata per 60 anni e mai letta, scritta in una calligrafia minuta, ritenuta a torto un diario e poi scoperta come romanzo, pubblicata nel 2004 e diventata caso letterario e libro amatissimo in tutto il mondo.
Concepito dall'autrice Irène Némirovsky come un grande affresco in cinque parti sulla tragedia della guerra e i suoi effetti sulla popolazione civile, sul modello di “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, “Suite francese” resta l'unico romanzo contemporaneo al conflitto, visto attraverso uno sguardo femminile (per altri versi gli è analogo un altro testo francese importante come “Il silenzio del mare” di Vercors). Proprio le donne sono protagoniste di “Dolce”, la seconda parte del romanzo, che Saul Dibb intelligentemente integra con la prima, cronaca dell'esodo dei cittadini parigini verso la campagna: donne sole con mariti, figli o fidanzati in guerra o prigionieri, donne giovani e senza uomini, disposte a fraternizzare col nemico pur di sentirsi ancora belle e amate e donne vecchie piene di odio verso chi ha portato via i loro cari. Leggi tutto

Approfondimenti
video
foto
rassegna stampa

The Water Diviner

sab 24_01 ore 21.15
dom 25_01 ore 18.15 e 21.00

GENERE: Drammatico, Guerra
ANNO: 2014
REGIA: Russell Crowe
SCENEGGIATURA: Andrew Anastasios, Andrew Knight
ATTORI: Russell Crowe, Jai Courtney, Olga Kurylenko, Isabel Lucas, Deniz Akdeniz, Jacqueline McKenzie, Ryan Corr, Damon Herriman, Cem Yilmaz, Robert Mammone, Michael Dorman
FOTOGRAFIA: Andrew Lesnie
PAESE: Australia, Turchia, USA
DURATA: 110 Min




Trama
Il film, ambientato quattro anni dopo la devastante battaglia di Gallipoli, in Turchia, durante la Prima Guerra Mondiale, vede protagonista Connor (Russell Crowe), un agricoltore australiano che intraprende un lungo viaggio verso la Turchia alla ricerca della verità riguardo la sorte dei suoi tre figli, dati per dispersi in battaglia. Qui instaura una relazione con una bellissima donna turca (Olga Kurylenko), proprietaria dell'albergo in cui alloggia. Animato dalla speranza e forte dell'aiuto di un ufficiale turco, Connor attraversa il Paese sulle tracce dei suoi figli. via

Recensione
Quando in un film risuona il nome di Gallipoli la memoria dell'appassionato di cinema non può non ritornare a Gli anni spezzati di Peter Weir. Si tratta di un modello inarrivabile e Russell Crowe ne è sicuramente consapevole nel momento in cui affronta la sua prima regia tornando ad occuparsi di quello che fu letteralmente un massacro di giovani soldati australiani che già, a poca distanza dagli avvenimenti, venne portato sugli schermi australiani da ben due società di produzione cinematografica. Se però Weir lo raccontava dall'interno, Crowe decide di omaggiare la storia della terra che gli ha dato i natali partendo da un doppio esterno. Inizialmente infatti veniamo collocati non nelle postazioni australiane ma invece nelle trincee turche e a seguire siamo condotti a 9000 miglia di distanza in Australia dove Connor, quattro anni dopo, deve combattere quotidianamente con l'assenza dei figli e con il senso di colpa per aver consentito loro di partire. Connor è un rabdomante e così come è abile nel trovare corsi d'acqua sotterranei sente il bisogno di estrarre dalla terra martoriata dai combattimenti i corpi di coloro a cui ha dato la vita.
Crowe è stato attratto da una scoperta fatta dallo sceneggiatore australiano Andrew Anastasios il quale ha letto, in un rapporto del colonnello incaricato delle ricognizioni su quello che era stato un campo di battaglia, questa frase: "Un vecchio è riuscito ad arrivare qui dall'Australia per cercare la tomba di suo figlio". Crowe non si traveste da vecchio e si permette anche una storia d'amore fatta di sguardi e di frasi reticenti ma si percepisce l'interesse che ha per una storia che parla di atrocità ma anche della possibilità di trovare negli esseri umani (anche di coloro che erano 'nemici' da eliminare) dei punti di condivisione. Si lascia però attrarre da una forma di narrazione molto classica che in più di un'occasione ricalca personaggi e situazioni già visti sul grande schermo. Il suo tocco personale (si potrebbe dire anche l'intenzione nascosta che lo ha spinto a dirigere questa storia) lo si avverte nella scena ripetuta in cui i tre fratelli si ritrovano feriti insieme. Ognuno esprime la propria sofferenza in modo diverso e proprio per questo l'assurdità della guerra (e di quel massacro in particolare) emerge con particolare forza.  Giancarlo Zappoli

Approfondimenti
video
foto
 

The look of silence

ven 23_01 ore 21.15
In occasione della Giornata della Memoria

GENERE: Documentario
ANNO: 2014
REGIA: Joshua Oppenheimer
PRODUZIONE: Final Cut for Real
DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures
PAESE: Danimarca
DURATA: 90 Min
 

NOTE:
Presentato in concorso al Festival di Venezia 2014.





Trama
The Look of Silence, seguito del documentario drammatico The Act of Killing, analizza ancora il tema del genocidio in Indonesia, le purghe anticomuniste del 1965, affrontandolo da un'altra prospettiva. The Look of Silence offre una visione della tragedia da parte delle vittime, in particolare segue la storia di un uomo sopravvissuto, il cui fratello è stato torturato fino alla morte durante la rivoluzione da un gruppo di ribelli; storia già raccontata dal punto di vista degli assassini nel documentario del regista The Act of Killing. In The Look of Silence si osserva la famiglia dell'uomo ucciso, in particolare il fratello minore, che decide di incontrare gli uomini che hanno massacrato uno di loro. via

Approfondimenti
video
foto
recensione
rassegna stampa

Magic in the Moonlight


sab 10_1 ore 21.15
dom 11_1 ore 18.00 e 21.00

GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Woody Allen
SCENEGGIATURA: Woody Allen
ATTORI: Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater, Jacki Weaver, Eileen Atkins, Erica Leerhsen, Simon McBurney, Jeremy Shamos, Kenneth Edelson
FOTOGRAFIA: Darius Khondji
MONTAGGIO: Alisa Lepselter
PAESE: USA
DURATA: 98 Min





Trama
Berlino, 1928. Wei Ling Soo è un celebre prestigiatore cinese in grado di fare sparire un elefante o di teletrasportarsi sotto gli occhi meravigliati di un pubblico acclamante. Ma dietro la maschera e dentro il suo camerino, Wei Ling Soo rivela Stanley Crawford, un gentiluomo inglese sentenzioso e insopportabile che accetta la proposta di un vecchio amico: smascherare una presunta medium, impegnata a circuire una ricchissima famiglia americana in vacanza sulla riviera francese. Ospite dei Catledge sulla Costa azzurra e sotto falsa identità, si fa passare per un uomo d'affari; Stanley incontra la giovane Sophie Baker ed è subito amore. Ma per un uomo cinico e sprezzante come lui è difficile leggere dietro alle vibrazioni di Sophie un sentimento sincero. Un temporale e il ricovero della zia adorata, faranno crollare il razionalismo e le resistenze di Stanley: il soprannaturale esiste eccome e si chiama amore.

Recensione
Non va mai preso alla leggera un film di Woody Allen, anche se si presenta fresco ed estivo come una promenade lungo la Costa Azzurra. Perché il gusto che avvertiamo dopo averne goduto è sempre più complesso di quello inizialmente percepito. Nel suo cinema sono sempre i dettagli o le presenze marginali ad aprire gli spiragli che fanno intravedere la profondità di senso. Dietro alle coppe di champagne e alle maniere sofisticate, dentro i vestiti bianchi e le automobili decappottabili, sotto i cappellini a cloche, i temporali estivi e la comédie au champagne, quella dove lui e lei si conoscono, si detestano e poi finiscono col capitolare l'uno nelle braccia dell'altro, si prepara in fondo il crepuscolo della Jazz Age fitzgeraldiana e il collasso della Germania sotto i colpi della crisi e del nazismo. E Magic in the Moonlight apre proprio sul 'palcoscenico' di Berlino e davanti a un pubblico che a breve non vedrà più l'elefante nella stanza perché sceglierà di ignorarlo, ignorando col pachiderma una tragedia evidente. Nemmeno la magia può volatilizzare un elefante e una verità, la sparizione è soltanto un'illusione prodotta da un prestigio, una rimozione dal campo visivo che prima o poi ricompare, proprio come la madre di Sheldon-Woody nell'Edipo derelitto. Lo sa bene il mago very british di Colin Firth, che come il film possiede tutta la malinconia e l'esotismo di una cartolina postale.
Non è certo la prima volta che Allen ricorre alla magia, che ha giocato d'altra parte un ruolo rilevante nella sua filmografia. Magia (Stardust Memories, New York Stories, Alice, Ombre e nebbia, La maledizione dello scorpione di giada, Scoop) e divinazione (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni) si impongono in primo piano e dentro le sue commedie, sublimando la dimensione comica e rivelando uno dei temi principali della poetica alleniana: la scelta. Il cinema di Allen arriva sempre al vicolo cieco dell'alternativa tra "orribile o miserrimo" (Io e Annie) o come per Magic in the Moonlight tra la vita vera e la sua illusione. Come ogni altro personaggio alleniano nemmeno Stanley Crawford troverà una risposta perché per il regista è più importante continuare a porsi nuove domande. Il protagonista di Colin Firth, un'implosione raffinata di cinismo e arroganza, sceglie allora lo slancio vitale, l'impulso irrazionale di agire e reagire dentro l'universo, "un luogo assolutamente freddo". Come l'arroseur arrosè dei Lumière, il prestigiatore finisce annaffiato dal suo stesso annaffiatoio e da un'avventuriera americana che sembra barare meglio di lui, provando che la magia non si trova sempre dove noi pensiamo. Così il suo razionalismo implacabile capitolerà sotto la luce brillante di Darius Khondji e lo charme preveggente di Emma Stone che, come il mago cinese di Alice, lo stana dalla codardia e lo porta a consapevolezza. Se i pessimisti sostengono che il nostro passaggio sulla terra è un disastro, l'avvenire non può essere che funesto e "l'eternità troppo lunga, specialmente verso la fine", esibendo soltanto la loro insofferenza e il loro malessere scoraggiante e lamentoso, gli ottimisti da par loro sono dei cretini assoluti, totalmente irragionevoli e privi di logica e di buon senso, proprio come la vecchia coppia sulla panchina di Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni. Così non resta che gettare la maschera cartesiana e ammettere di essere proprio come Sophie, non un essere candido magari ma nemmeno infame, che esercita la suggestione per ingannare e proteggere, la magia per rendere più piacevole la vita degli altri, il potere mistificatorio per richiamare i morti in vita, non quelli seppelliti ma quelli che vivono temporaneamente fuori dalla partita. Non datevi pensiero perciò se vedrete l'impostore rivelato pregare e implorare addirittura la misericordia divina in un momento di sconforto, è solo una boutade. Woody Allen non accetta mai il soccorso della religione ma non smette mai di trovarlo nell'illusione. L'illusione delle immagini, dei vecchi giochi di prestigio, di una bolla di champagne e di qualche nota jazz sul nero. Marzia Gandolfi

Approfondimenti
video
foto

Cub - Piccole Prede

ven 9_01 ore 21.30
maratona horrror

GENERE: Horror
ANNO: 2014
REGIA: Jonas Govaerts
SCENEGGIATURA: Jonas Govaerts
ATTORI: Maurice Luijten, Evelien Bosmans, Jan Hammenecker, Titus De Voogdt, Stef Aerts
FOTOGRAFIA: Nicolas Karakatsanis
MONTAGGIO: Maarten Janssens
MUSICHE: Maarten Janssens
PAESE: Belgio





Un gruppo di boy scout, guidato da un trio di adulti - il saggio Chris, lo scanzonato Peter e la bella Jasmijn - parte per un campo boschivo che è inteso come un'avventura. Tra i ragazzini si distingue il taciturno Sam, preso un po' di mira sia da Peter sia da alcuni degli altri scout. Per evitare le intemperanze di un paio di giovinastri del luogo, invece di accamparsi nel prato al limitare del bosco che avevano affittato, Chris e gli altri si inoltrano con il furgoncino nel folto della vegetazione e montano le tende nel cuore della foresta. Lì, pensano, nessuno li disturberà. Il poliziotto locale, venuto a controllare se va tutto bene, è però perplesso: ricorda loro che lì vicino c'era una fabbrica di autobus, ora abbandonata. Diversi degli operai, dopo aver perso il lavoro per la chiusura della fabbrica, si erano impiccati nella foresta. Il macabro riferimento non impressiona il trio dei capi boy scout. Del resto, loro stessi hanno propagato, a uso e consumo degli impressionabili ragazzini, la storia di Kai, un ragazzino che vivrebbe nella foresta e di notte si trasformerebbe in licantropo. Il problema è che Sam comincia a vederlo, anche se nessuno gli crede. Un problema ancora maggiore è che nel bosco c'è qualcosa di peggiore di Kai.
L'horror belga non ha una grande tradizione quantitativa, ma presenta notevoli picchi qualitativi. Harry Kümel ha diretto un paio di classici come La vestale di Satana e Malpertuis. Il trio Belvaux-Bonzel-Poelvoorde ha creato un "caso" con il feroce e riuscito Il cameraman e l'assassino. Più recentemente, il Fabrice Du Welz di Calvaire o il Pieter Van Hees di Linkeroever, per citarne un paio, si sono messi in evidenza. Insomma, qualcosa brucia sotto la cenere e di tanto in tanto emerge. Jonas Govaerts si inserisce con autorità nella storia belga dell'horror aggiornando ai tempi moderni uno dei classici tòpoi dell'horror: il bosco cupo e misterioso, con l'accampamento dei giovani scout e un essere feroce che si annida nell'oscurità. Prima che qualcuno pensi a Jason Voorhees, bisogna avvertire che siamo su un versante più realistico e, per questo, più impressionante. Il film rielabora lo spirito dei racconti orrorifici tramandati attorno al fuoco dei campeggi e lo unisce alla ferocia degli slasher silvestri per trarne un racconto teso, feroce e riuscito anche sotto il profilo drammatico.
Il disagio di Sam - orfano e con un passato violento e misterioso - si lega a quello generato dalla rovina sociale, con la spettrale fabbrica abbandonata a rappresentare l'essenza di una profonda crisi che ripudia e imbestialisce. Proprio per questo, Sam - l'unico con la sensibilità per cogliere il disagio di chi è rifiutato dalla società - è anche l'unico in grado di capire che c'è incredibilmente qualcosa di vero nella leggenda di Kai.
La tensione interna al gruppo è delineata con pochi tocchi ed è strumentale a evidenziare le pulsioni adolescenziali di Sam, solitario ma attratto da Jasmijn e in qualche misura geloso di lei. In questo contesto, il rapporto che Sam instaura problematicamente con Kai è cruciale nel liberarlo dalla repressione e nello sprigionare un turbato e confuso spirito di rivalsa.
L'esordio di Jonas Govaerts è comunque di quelli promettenti: dimostra di avere stile, di saper girare con padronanza e capacità e di saper gestire bene i vari momenti del racconto. Rudy Salvagnini 

Approfondimenti
video
foto



Big Eyes

gio 1_1 ore 18.00 e 21.00
ven 2_2 ore 21.15
sab 3_1 ore 21.15
dom 4_1 ore 18.00 e 21.00
mar 6_1 ore 18.00 e 21.00


 GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Tim Burton
SCENEGGIATURA: Scott Alexander, Larry Karaszewski
ATTORI: Christoph Waltz, Amy Adams, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Danny Huston, Terence Stamp








Trama
Quando carica la figlioletta sull'automobile e lascia il primo marito, Margaret Ulbrich è una giovane donna senza soldi, che dipinge per passione e per necessità quadretti semicaricaturali di bambini dagli occhi smodatamente grandi. Opere intrise di sentimentalismo e di un gusto kitsch, che raggiungeranno però un enorme e inaspettato successo quando a commercializzarle sarà Water Keane, secondo marito di Margaret e "wannabe artist" a tutti i costi. Spacciando i quadri della moglie per propri, per quasi un decennio, Walter costruisce un impero su un'enorme bugia, riuscendo ad abbindolare l'America intera. Finché Margaret non si ribella. Gli occhi sono lo specchio dell'anima, dicono. Eppure sotto gli occhioni dei milioni di "figli" dei Keane, si cela una delle più grandi frodi dell'arte contemporanea.
In un'epoca, a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, in cui l'arte femminile non era presa in seria considerazione, il plagio che Walter opera ai danni della moglie si racconta come una storia d'amore della stessa epoca, di quelle che cominciano con la seduzione e finiscono per alzare la voce se lei fa resistenza. Ma il femminismo è alle porte e Margaret ne è a suo modo una pioniera.

Recensione

Tim Burton è amico della vera Margaret Keane, ha comprato alcune sue opere in tempi non sospetti, e forse è solo con la motivazione dell'affetto che si spiega questo nascondersi del regista dentro il suo stesso film fino a rendersi quasi introvabile. Eppure Burton c'è, la sua è la firma nel primo strato, quello coperto dall'autografo a olio del plagiatore, ma bisogna davvero pensare che abbia giocato a mascherarsi lui stesso, parlando di furto d'identità, per spiegare un film così maledettamente illuminato dalla luce del sole, dove i personaggi vestono mise colore pastello in case color pastello con piscina e angolo bar.
Mentre lascia che la biografia scritta dall'esperta coppia di sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski proceda cronologica e fedele, e lascia altresì che Christoph Waltz furoreggi nell'arte dell'istrione, oltre la commedia e oltre la gigioneria, nell'incomparabile (s)vendita di sé che domanda il personaggio, Burton si nasconde in poche inquadrature, negli occhi di Amy Adams che guida e piange nell'unica scena notturna (che sono il sentimento ad ingrandire e non la matita o il trucco) o in quelli degli orfani del quadro "esagerato" (leggi mostruoso) che spariscono dentro la cassa di legno e lasciano il museo destinati ad un vero oblio. Marianna Cappi
 
Approfondimenti
video
foto

Il ragazzo invisibile

ven 19_12 ore 21.15
sab 20_12 ore 21.15
dom 21_12 ore 18.00 e 21.00
gio 25_12 ore 21.00
ven 26_12 ore 18.00 e 21.00
sab 27_12 ore 21.15
dom 28_12 ore 18.00 e 21.

GENERE: Fantasy
ANNO: 2014
REGIA: Gabriele Salvatores
SCENEGGIATURA: Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo
ATTORI: Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Kseniya Rappoport, Noa Zatta, Laura Sampedro, Aleksey Guskov
FOTOGRAFIA: Italo Petriccione
PAESE: Francia, Italia, Irlanda





Trama
Michele è un adolescente e vive a Trieste con la mamma Giovanna, poliziotta single ("Non zitella!") da quando il marito, anche lui poliziotto, è venuto a mancare. A scuola i bulletti della classe, Ivan e Brando, lo tiranneggiano e la ragazza di cui è innamorato, Stella, sembra non accorgersi di lui. Ma un giorno Michele scopre di avere un potere, anzi, un superpotere: quello di diventare invisibile. Sarà solo la prima di una serie di scoperte strabilianti che cambieranno la vita a lui e a tutti quelli che lo circondano.

Recensione

Gabriele Salvatores compie un altro salto nel vuoto cimentandosi con un film di genere nel genere: una storia di supereroi all'interno di un film per ragazzi, filone supremamente (e inspiegabilmente) trascurato in Italia. Quello di Michele è un classico viaggio di formazione che pone al pubblico, snocciolandole una dopo l'altra all'interno di una narrazione fluida e coesa, le grandi domande di chi si affaccia all'età adulta (e che continuano a riguardare anche il mondo dei "grandi"). Chi siamo? Di chi possiamo fidarci? A chi dobbiamo dare ascolto? Di chi (o che cosa) siamo figli? La nostra famiglia di elezione coincide con quella biologica? Quali sono i nostri veri talenti e come possiamo usarli in modo consapevole?
Salvatores sceglie, con molta onestà artistica, di ricordarci che il suo film deve rimanere accessibile in primis ai giovanissimi, e dunque non disdegna spiegazioni didascaliche e sottolineature esplicite, rifiutando lo snobismo dell'autore adulto che strizza l'occhio ai suoi coetanei. Il ragazzo invisibile resta però fortemente autoriale nelle scelte estetiche e narrative, che rispettano la composizione grafica del fumetto e l'iperrealismo (magico) del racconto fantastico.
La scelta del potere dell'invisibilità è ricca di valenze metaforiche, soprattutto per il cinema che è per definizione racconto del visibile, e visto che l'adolescenza è in genere il periodo di minima autostima e massimo narcisismo, essere invisibili diventa contemporaneamente un'aspirazione e uno spauracchio. Salvatores sceglie di filmare l'assenza nel momento stesso in cui rivendica il suo (anti)eroe come presenza innanzitutto fisica, e non sottrae il suo protagonista all'ambiguità di questo rapporto di attrazione e repulsione verso il proprio "non essere".
Gli effetti speciali de Il ragazzo invisibile sono artigianali nel senso migliore del termine: niente di fantasmagorico o strabiliante, piuttosto un recupero della meraviglia e dell'incanto infantile, sempre profondamente radicati nella concretezza di una quotidianità riconoscibile. Anche il montaggio si tiene lontano dalla frenesia da action movie hollywoodiano, ancor più se legato all'immaginario fumettistico.
Il ragazzo invisibile lavora soprattutto sulla costruzione dei personaggi e sulla semina dei grandi quesiti esistenziali di cui sopra, sempre enunciati a misura di adolescente. La sceneggiatura, del trio Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, attinge a molti capisaldi del cinema di genere senza diventare imitativa, e le innumerevoli citazioni, spesso d'autore - da Gremlins a Ferro 3, da Lasciami entrare ad Hanna (complice anche la somiglianza di Noa Zatta, la giovane attrice che interpreta Stella, con Saoirse Ronan), da Salt a Il sesto senso, da Spider Man a X-Men, da L'alieno a Grosso guaio a Chinatown. Anche l'intervento produttivo è competente, con un product placement discreto e un giusto equilibrio fra attenzione alle esigenze commerciali e rispetto della vocazione autoriale di Salvatores.
Il ragazzo invisibile racconta un corpo adolescente in cambiamento come cartina di tornasole e motore dell'evoluzione di un'intera comunità, creando un sottile distinguo fra talento e potere, appoggiandosi ad un'architettura narrativa solida e ad un'estetica precisa, apparentemente semplice e invece assai sofisticata nella cura dei dettagli, nel posizionamento delle luci, nella costruzione delle inquadrature e nella scelta "fumettistica" dei punti di ripresa. Una scommessa vinta per una sfida coraggiosa e infinitamente più complessa di quanto la sua superficie children friendly lasci intuire.  Paola Casella

Approfondimenti
video
foto
rassegna stampa

Trash


ven 12_12 ore 21.15
sab 13_12
ore 21.15
dom 14_12 ore 18.00 e 21.00

 GENERE: Thriller
ANNO: 2014
REGIA: Stephen Daldry
SCENEGGIATURA: Richard Curtis
ATTORI: Rooney Mara, Martin Sheen, Wagner Moura, Selton Mello, André Ramiro, José Dumont, Nelson Xavier, Stepan Nercessian
FOTOGRAFIA: Adriano Goldman
MONTAGGIO: Elliot Graham
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 115 Min




Trama
Rafael, Gardo e Gabriel detto Rato hanno 14 anni e vivono nelle favelas brasiliane, campando grazie allo smistamento dei rifiuti. Un giorno Rafael trova nella discarica un portafogli che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l'immagine di San Francesco e una chiave. Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono né fiducia né simpatia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio. Il gioco si fa duro, ma i nostri piccoli eroi non rinunciano a giocare. 

Recensione
Trash è l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo per ragazzi scritto da Andy Mulligan, e il film è sceneggiato da Richard Curtis (sì, quello di Quattro matrimoni e un funerale e Love Actually) e diretto da Stephen Daldry (sì, quello di Billy Elliot e The Hours). Ci sono anche una troupe brasiliana e un produttore esecutivo, Fernando Meirelles, utili a certificare la "credibilità etnica" dell'operazione. Ma a reggere il timone è il talento, e il punto di vista, riconoscibilmente anglosassone di regista e autori, e la produzione britannica Working Title.
Il risultato è un film che è puro entertainment dalla confezione formale impeccabile ma dalle implicazioni etiche discutibili, non perché parla di polizia corrotta e giovani ladruncoli, ma perché osserva una realtà degradata attraverso lo sguardo del benessere angloamericano. Le concessioni all'estetica brasiliana, in particolare quella di City of God, cedono presto il passo ai canoni di genere del cinema d'azione yankee, da Traffic alla saga di Bourne, e in assoluto la pietra di paragone è The Millionaire, operazione altrettanto narrativamente coinvolgente e altrettanto accusabile di "colonialismo commerciale", con cui l'inglese Danny Boyle ha raccontato l'India degli slum.
Sia chiaro, dal punto di vista meramente cinematografico, Trash è un film eccezionale ed eccezionalmente godibile, a cominciare dai tre giovanissimi protagonisti scelti dalle favelas (quelle vere) con un casting fra migliaia di aspiranti, tutti e tre irresistibilmente carismatici e convincenti sia nella recitazione verbale che in quella fisica: tre action figure in miniatura a metà fra Oliver Twist e Huckelberry Finn, che ci trascinano nelle loro avventure picaresche tenendoci inchiodati alla sedia nella preoccupazione (adulta) per la loro incolumità, e allo stesso tempo convincendoci della loro insopprimibile capacità di sopravvivenza. I tre piccoli non-attori saltano dentro e fuori le inquadrature come cartoni animati (o come il ballerino Billy Elliot), e la cinepresa di Daldry (ma anche la cinematografia del direttore della fotografia brasiliano Adriano Goldman, sodale di Meirelles e veterano delle produzioni hollywoodiane) è abilissima nell'intercettarli in velocità, raccontandoceli per parti anatomiche: gambe e braccia di scattante magrezza, occhi sgranati, sorrisi strafottenti.
Il montaggio tiene dietro al ritmo incalzante della narrazione grazie anche all'accompagnamento musicale del compositore brasiliano Antonio Pinto, altra iniezione "etnica" all'operazione e altra eredità di City of God, ma anche di action movie hollywoodiani come Collateral e The Host. Daldry usa, come di consueto, la decostruzione temporale con numerosi flashback e flash forward, per stratificare la linea narrativa e aggiungere movimento alla storia. La sola scena iniziale riesce a concentrare più informazioni di mille lungaggini sceneggiate a tavolino. Anche il mix di tecniche cinematografiche, che segnala la presenza della tecnologia informatica ed elettronica anche nelle favelas di Rio, funziona bene come espediente drammaturgico, senza mai diventare vezzo registico.
Trash è un vero spasso e una festa per gli occhi, ma lascia lo spettatore occidentale con il disagio per aver contemplato come fonte di svago la miseria delle bidonville del Terzo Mondo e l'esistenza dei "bambini spazzatura" che, nella vita vera, vengono fermati da una pallottola se rischiano anche solo una delle bravate dei nostri tre piccoli eroi. Il modo migliore di godersi il film è quello di leggerlo come una favola, o come una parabola sul potere salvifico della fede (sarà un caso che due su tre dei giovani protagonisti portano il nome di un arcangelo?) in ciò che è giusto. Se poi sia giusto raccontare questa storia da ovest, invece che affidarla ad una narrazione autoctona, è la domanda che determinerà l'opinione sul film, una volta smaltito il rush di adrenalina.

Approfondimenti
video
foto

La scuola più bella del mondo

sab 6_12 ore 21,15
dom 7_12 ore 18,00 e 21,00
lun 8_12 ore 18,00 e 21,00

 GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Luca Miniero
SCENEGGIATURA: Daniela Gambaro, Massimo Gaudioso, Luca Miniero
ATTORI: Christian De Sica, Rocco Papaleo, Lello Arena, Miriam Leone, Angela Finocchiaro
FOTOGRAFIA: Federico Angelucci
MONTAGGIO: Giogiò Franchini
PAESE: Italia
DURATA: 98 Min






Trama
Christian De Sica è il preside puntiglioso di una scuola media toscana nella quale giunge in visita una classe di studenti napoletani accompagnati da un eccentrico professore (Rocco Papaleo). Non tutto però sembra corrispondere al programma. Perché quando la tecnologia inganna - in questo caso basta solo che Accra, in Ghana, diventi Acerra Napoli - si genera l'equivoco che porterà confusione e tanto scompiglio.

Recensione
Come era nelle intenzioni di Luca Miniero, il film effettivamente riduce all’osso le battute sui luoghi comuni tra nord e sud (o meglio, tra Toscana e Campania) e usa le differenze culturali come pretesto per raccontare una storia sull’insegnamento, sul rapporto tra professori e alunni delle medie e sul cronico stato di disagio infrastrutturale con cui spesso il meridione deve fare i conti. Partendo dall’invito per un gemellaggio spedito per sbaglio a un istituto di Acerra (Napoli) anziché a una scolaresca di Accra (Ghana), La scuola più bella del mondo è una gradevole gita in Val D’Orcia in compagnia due classi di attori, i ragazzini debuttanti toscani e napoletani e i ben noti veterani in ottimo stato di forma.
Quest’anno Christian De Sica passa la mano sulla commedia natalizia di produzione Filmauro e sceglie questo personaggio, un preside che adora la disciplina e crede nelle istituzioni. La sua competitività, per far della scuola toscana che dirige un modello sulle altre, si scontra con una vigliaccheria di fondo nella quale l’attore inserisce il repertorio interpretativo che ben conosciamo. Eppure, come già successo in altri ruoli passati, De Sica dimostra grande disinvoltura nel cambiare registro. Allo stesso modo, Rocco Papaleo si svincola dalle caricature di precedenti interpretazioni e rende oltremodo credibile il professore svogliato al quale dà anima e corpo. In lui si riconosce una metafora sul Sud Italia, le cui energie per risalire la china le possiede e sono più forti di qualunque stato di rassegnazione.
Oltre a una sceneggiatura equilibrata che schiva le ovvietà, scritta con Massimo Gaudioso e Daniela Gambaro, Luca Miniero può vantare due grandi meriti. La direzione degli attori con i frequenti ciak che fa loro ripetere, ha garantito credibilità ai personaggi e regalato brillanti interpretazioni. Non solo per quanto riguarda i sopracitati ruoli maschili e le brevi e meravigliose apparizioni di Lello Arena. Miriam Leone fa della sua giovane professoressa una graziosa mini macchietta e il poco mestiere dell’attrice (qui al secondo film) ha giovato al personaggio, ancora in cerca di sicurezza nel lavoro e nell’amore. Al contrario, con l’immensa esperienza che possiede, Angela Finocchiaro è riuscita a nascondere minore consistenza del suo personaggio rispetto agli altri. Decorosa è anche la fetta di film che i ragazzi conquistano con spirito e irruenza, grazie anche all’attore Massimo De Lorenzo che ne è stato l’acting coach.
L’altro merito del regista è l’inserimento delle sequenze animate. Con tratto minimalista, il fumetto è l’elemento che rincara l’originalità di questo film per famiglie. Le conversazioni tra Papaleo in versione cartone animato che conversa con Dio sottoforma di alieno anfibio sono ciò che resta maggiormente impresso a fine film, insieme alla sequenza dei peni disegnati sulla lavagna luminosa. Antonio Bracco

Approfondimenti
rassegna stampa
foto
video

Il mio amico Nanuk


sab 6_12 ore 18,00
dom 7_12 ore 15,00
lun 8_12 ore 15,00

sab 13_12 ore 18,00
dom 14_12 ore 15,00

 GENERE: Avventura, Family
ANNO: 2014
REGIA: Roger Spottiswoode, Brando Quilici
SCENEGGIATURA: Bart Gavigan, Hugh Hudson
ATTORI: Dakota Goyo, Goran Visnjic, Bridget Moynahan, Peter MacNeill, Linda Kash, Kendra Timmins, Michelle Thrush, Imajyn Cardinal, Nanuk
FOTOGRAFIA: Peter Wunstorf
MONTAGGIO: Pia Di Ciaula
MUSICHE: Lawrence Shragge
PAESE: USA
DURATA: 90 Min





Trama
l giovane Luke vive nella regione artica in cui nascono gli orsi polari. Il padre è morto annegato fra i ghiacci e la madre, che è una ricercatrice, cerca di proteggere lui e la sorella Abby da ogni pericolo. Un giorno un'orsa bianca si avvicina all'abitato della città di Devon e le forze dell'ordine, dopo averla narcotizzata, la trasportano presso il lontano Cape Resolute. Peccato che l'orsa avesse con sé un cucciolo che viene ritrovato a Devon proprio da Luke. Da quel momento il ragazzo farà il possibile per ricongiungere il piccolo, che ribattezzerà con il nome Nanuk (in lingua inuit significa "orso vagabondo"), con la sua mamma.


Recensione

"Questa è la storia di una grande amicizia", esordisce la voce fuori campo di Luke, ed è vero: Il mio amico Nanuk è innanzitutto il tenero resoconto minuto per minuto della straordinario rapporto di affetto e complicità che si crea fra il ragazzo e l'orsetto (ma anche fra l'interprete umano e quello animale). Vediamo Luke e Nanuk giocare, rotolarsi insieme, scambiarsi il cibo, e più volte è l'orsetto a venire in soccorso del ragazzo, non viceversa. Ma il film, nato da un soggetto di Brando Quilici, figlio di Folco, che è anche il regista delle meravigliose sequenze artiche del film (roba da National Geographic, per capirci) è anche altro: una parabola su come i giovani maschi, soprattutto se privi di una figura paterna, devono avventurarsi nel mondo uscendo da sotto l'ala protettiva delle madri, e di come le madri devono imparare a fidarsi dello spirito di avventura dei propri figli. Questo messaggio non va a scapito dell'importanza dell'educazione materna: infatti Luke cerca di riportare Nanuk alla sua mamma perché sa che sarà lei, per i primi due anni e mezzo, ad insegnarli tutto quello che gli servirà per sopravvivere.
Nel film c'è un altro personaggio maschile di grande interesse, la guida Muktuk, interpretata dall'attore croato Goran Visnjic. È lui, che vive in simbiosi con la natura e con gli indigeni che gli hanno regalato il suo soprannome, ad accompagnare da lontano Luke nel suo percorso di crescita, un percorso ispirato alla poesia Se di Rudyard Kipling.
La storia di Luke e Nanuk è raccontata in modo semplice, a portata di bambino, anche se le situazioni di pericolo in cui il ragazzo si ritrova (spesso per propria imprudenza) sono piuttosto ansiogene. Ma il viaggio iniziatico dei due amici in mezzo ai ghiacci ha un bel respiro narrativo, ci fa conoscere un mondo meraviglioso popolato da una nutrita fauna polare e una popolazione, quella eschimese, saggia e gentile. Il mio amico Nanuk è una favola ecologista che mostra amore e rispetto per la natura e incoraggia gli uomini, grandi e piccoli, a non avere paura, e a non arrendersi mai. Paola Casella 

Approfondimenti
video
foto
rassegna stampa

Lunch box


ven 5_12 ore 21.15

GENERE: Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2013
REGIA: Ritesh Batra
SCENEGGIATURA: Ritesh Batra
ATTORI: Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui, Denzil Smith, Bharati Achrekar, Nakul Vaid, Yashvi Nagar, Lillete Dibey
FOTOGRAFIA: Michael Simmonds
PAESE: Germania, Francia, India
DURATA: 105 Min






Trama
Ila prepara tutti i giorni il pranzo al marito, lo impacchetta in una lunchbox e lo consegna a chi glielo porterà. Per un errore però il suo pacchetto comincia ad essere recapitato ad un'altra persona, Saajan. Visto che suo marito non si accorge di ricevere cibo preparato da un'altra donna e visto che ha cominciato a mandare biglietti dentro il pasto a Saajan (che risponde), Ila decide di continuare, scoprendo di più su un uomo che ha da tempo smesso di cercare qualcosa nella vita, e di converso scoprendo che forse è il momento anche per lei di cambiare qualcosa.

Recensione
È un prodotto del TorinoFilmLab questo film indiano che attenua le componenti più esagerate di quella cinematografia, apparendo così più digeribile anche agli spettatori internazionali. Lontano dall'India d'esportazione delle cartoline che possono piacere solo agli stranieri ma anche lontano dal sentimentalismo zuccheroso e dall'ingenuità della Bollywood di grande incasso, Lunchbox è una commedia sentimentale che quanto a serietà e rigore potrebbe gareggiare con quelle europee (per non dire le americane).
Nonostante il tono leggero e le risate, quasi sempre scatenate con recitazione e messa in scena e raramente attraverso battute o gag fisiche, nei due personaggi protagonisti e nel loro atteggiamento nei confronti dell'occasione che il caso offre loro esiste un'austerità penetrante che non abbandona anche dopo la fine del film, un peso violento e silenzioso che è quello di un'entita invisibile ma sempre presente come la società.
Schiacciando tutto e tutti su sfondi densi e colmi di persone (gli uffici, come le strade, come i mezzi pubblici o i ristoranti) l'esordiente Ritesh Batra dice molto più con le immagini di quanto non faccia con le parole. La disillusione di Saajan, rimasto senza l'amore della sua vita, è una caratterizzazione che abbiamo visto molte volte eppure Irrfan Khan (attore molto noto al pubblico occidentale per le apparizioni in film come Spider-man, Il treno per il Darjeeling, The milionaire e Vita di Pi) gli dà vita con una misura ed un'economia d'espressioni che sfondano in pochi gesti il muro dell'incredulità e si accoppiano perfettamente al colore grigio dei luoghi che abita.
Che non siamo di fronte a una commediola di poco conto è evidente da subito, che lo spunto dei lunchbox (tradizione forte in India, assente in occidente) sia solo un pretesto è chiaro immediatamente. Ila e Saajan, nello scriversi consumano più della nascita di un sentimento o di un risveglio personale, raccontano il loro paese rinunciando ai fatti e passando direttamente al sepolto, al non detto e a quel misterioso ambito del pensiero che si situa tra allusione e allusione.
Concepito come un film di pura scrittura (delle situazioni, dei personaggi ma soprattutto delle epistole), Lunchbox stupisce per la sua capacità di avere anche una dimensione visiva potente e ragionata, per quanto abbia le idee chiare sul mondo che intende riprendere e per come sia in grado di farlo. Gabriele Niola

Approfondimenti
rassegna stampa
video
foto
 

Torneranno i prati

sab 29_11 ore 21.15
dom 30_11 ore 18.00 e 21.00

 GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Ermanno Olmi
SCENEGGIATURA: Ermanno Olmi
ATTORI: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti
FOTOGRAFIA: Fabio Olmi
PAESE: Italia
DURATA: 80 Min




Trama
In un avamposto d'alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, "così vicina che pare di udire il loro respiro". Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Ordini telefonati che mandano i soldati a farsi impallinare come tordi.

Recensione
torneranno i prati, scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale, non è un film d'azione e non ha nemmeno una trama nel senso canonico del termine, perché i pochi avvenimenti si consumano come la cera di una candela, dentro una quotidianità sporca e scoraggiata. Il film di Olmi è una ballata malinconica come la melodia alla fisarmonica che apre la narrazione, e triste come Il silenzio, le cui note sono incorporate nel tema finale composto e suonato alla tromba da Paolo Fresu. torneranno i prati è un film epidermico, che ci fa sentire il ruggito dei mortai in lontananza, il rosicchiare del trapano che scava una galleria nemica sotto la trincea, il gelo e la monotonia delle giornate segnate dal rancio e dalla consegna della posta, unica occasione in cui i nomi dei soldati vengono pronunciati, riconoscendoli come esseri umani invece che come semplici numeri. I militari, dal capitano alla recluta, restano attoniti davanti all'orrore dell'inganno in cui sono caduti per aver creduto nell'amor di patria e nel dovere del cittadino italiano. Alcuni guardano verso di noi e raccontano quell'orrore e quella solitudine, ricordandoci i magistrali sguardi in camera de Il mestiere delle armi. Anche questi soldati semplici sono testimoni della storia, una storia che si è consumata sulla loro pelle, e a loro insaputa.
La fotografia profondamente evocativa di Fabio Olmi, a suo agio nel gestire tanto le nebbie quanto il profilo nitido delle montagne, allinea quadri grigi in successione atemporale, sottolinea i colori dell'oro e del sangue; le scenografie di Giuseppe Pirrotta ricostruiscono con esattezza storica ed emotiva la miseria della trincea, fatta di pochi pezzi essenziali - la gavetta, la lampada ad olio - e i costumi di Andrea Cavalletto (con l'amichevole supervisione di Maurizio Millenotti) trasformano i soldati in fantasmi, ombre imbacuccate irriconoscibili a se stesse sotto pile di coperte che non bastano a cacciare il freddo dalle ossa. Ci vuole pudore per raccontare una guerra senza senso, come lo sono tutte le guerre. Ci vogliono lunghi silenzi, profondità di sguardo e di coscienza, per intonare un de profundis dedicato alla memoria dei tanti giovani (e meno giovani) morti in luoghi dove poi sarebbero ricresciuti i prati, cancellando la memoria del loro sacrificio. Un sacrificio di cui il regista si fa cantore, ritraendo i suoi soldati nel momento dell'estrema consapevolezza di essere andati a morire invano, in una guerra di posizione che si è rivelata una mera attesa del proprio destino finale.
In torneranno i prati c'è la lezione di Remarque e Rigoni Stern e Buzzati, nessuno citato perché tutti assorbiti nel sapere di Olmi, che crea un mondo da incubo i cui personaggi si rivolgono a noi dicendo: questo ero io, e lo ricordo proprio a te, sperando che tu sia custode della mia memoria, e che porti con te il mio messaggio. Perché "anche quelli che sono tornati indietro hanno portato dentro la morte che hanno conosciuto", e se il piccolo Ermanno ricorda i racconti del padre, cui ha dedicato questo film, il regista più che ottantenne teme che, come dice un soldato, "di quel che c'è stato qui non si vedrà più niente, e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero".
torneranno i prati è un film perfettamente centrato nel cuore di tenebra di una trincea, e di una guerra, buia e allucinata, il nostro Apocalypse Now, cronaca di un conflitto supremamente inutile, e che la Storia vorrebbe dimenticare. Paola Casella

Approfondimenti
video
foto

I nostri ragazzi

ven 28_11 ore 21.15

GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Ivano De Matteo
SCENEGGIATURA: Valentina Ferlan, Ivano De Matteo
ATTORI: Alessandro Gassman, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori
FOTOGRAFIA: Vittorio Omodei Zorini
MONTAGGIO: Marco Spoletini
PAESE: Italia




Trama
Due fratelli dai caratteri opposti (uno chirurgo pediatrico e l'altro avvocato) si incontrano a cena ogni mese in un ristorante stellato con le reciproche mogli che si detestano senza nasconderlo troppo. Il pediatra ha un figlio, Michele, e l'avvocato una figlia, Benedetta, nata da un precedente matrimonio. I due adolescenti si frequentano spesso. Una notte una telecamera di sicurezza riprende (senza che se ne possa ricostruire l'identità) l'aggressione a calci e pugni da parte di un ragazzo e di una ragazza nei confronti di una mendicante che finisce inizialmente in coma. Le immagini vengono messe in onda da "Chi l'ha visto?" e in breve tempo le due coppie acquisiscono la certezza che gli autori dell'atto delittuoso sono i reciproci figli. Che fare?

Recensione

Ivano De Matteo con La bella gente e Gli equilibristi aveva raccontato l'irrompere di un elemento che veniva da fuori in un nucleo familiare apparentemente ben assestato. Ora invece la sfida si fa ancora più complessa. Cosa accade se invece ciò che sconvolge assetti ormai consolidati irrompe dall'interno? La sequenza che apre il film appartiene all'ordinaria follia quotidiana che trova spazio nella cronaca o nei Tg specializzati in disgrazie, finendo col collocarsi non solo come elemento che attraversa il film (il chirurgo si occupa di una delle vittime) ma soprattutto come occasione di riflessione sullo scatenarsi di una violenza incontrollata mirante a risolvere in tempi brevi qualsiasi questione e a rimuovere letteralmente dalla faccia della Terra ciò che rischia di rappresentare un pericolo.
Lo spettatore viene però posto in una condizione di estraneità al fatto che gli viene consentito di giudicare nella sua dinamica assegnando torti e ragioni. È quanto accade dopo che invece l'accaduto costringe ognuno a porsi la domanda: io come mi comporterei? La totale amoralità dei due ragazzi ci può spaventare spingendoci quasi a rifiutarne le modalità di espressione. De Matteo ci chiede piuttosto di guardarla in faccia senza nascondere la testa sotto la sabbia. Perché è su questo piano che ai genitori viene chiesto di intervenire, senza prediche inutili ma anche senza cedimenti. A questo si intreccia l'ulteriore e fondamentale domanda: il degrado morale, l'assenza di punti fermi va imputata a una gioventù ormai lasciata in balia dei social network o ha le sue radici in un falso perbenismo incapace di reggere al maglio della realtà? I genitori di Michele e Benedetta non sono 'cattive persone', non possono neppure imputare alla società (visto il loro status) un degrado sociale a cui attribuire le proprie opzioni.
Dentro di loro alberga però (e ha messo radici) la convinzione di poter aggirare ogni ostacolo azzittendo qualsiasi sussulto di coscienza. Forse non in tutti e forse non nello stesso modo. De Matteo ci accompagna nell'osservazione delle loro reazioni suggerendoci pre-giudizi con i quali confrontarci.  Giancarlo Zappoli

Approfondimenti

video
foto

David Bowie is




mart 25_11 ore 18:00 e 21:00


Museum di Londra nel 2013 con uno straordinario record di pubblico (sono stati infatti oltre 311.000 i visitatori in pochissimi mesi), arriva al cinema la più incredibile mostra mai allestita per il più camaleontico artista del rock internazionale: DAVID BOWIE.

Girato tra le sale del Victoria and Albert Museum di Londra, David Bowie Is è un viaggio lungo 50 anni di carriera, innumerevoli trasformazioni e personaggi - dal Major Tom di “Space oddity” a “Ziggy Stardust”, dal Thin White Duke di “Station to Station” al diafano post-rocker di “Heroes” fino ai trionfi di “Let’s dance” e del più recente “The next day” - eccentrici costumi di scena e una colonna sonora composta di canzoni che hanno fatto la storia del rock. David Bowie Is è una mostra diventata leggenda che ora arriva nei cinema italiani solo il 25 e il 26 novembre per guidare gli spettatori tra i 300 oggetti esposti che includono filmati, fotografie, testi scritti a mano, storyboard per i video, bozzetti di costumi e scenografie... Un patrimonio di memorabilia legati al mondo di un uomo che è stato in grado di cambiare la nostra cultura, dalla musica alla moda, dalle performance al design.

Descritta da The Times come "elegante e oltraggiosa" e da The Guardian come "un trionfo", la mostra su Bowie è stata un successo clamoroso in patria dove i biglietti sono andati a ruba come mai nella storia del V & A Museum. E mentre continua a girare per il globo, la mostra parte ora anche in tour… nei cinema del mondo. Il film accompagna infatti il pubblico in un viaggio straordinario attraverso le sale dell’esposizione con ospiti molto speciali, tra cui il leggendario stilista giapponese Kansai Yamamoto e il front-man dei Pulp Jarvis Cocker, per esplorare le storie che si nascondono dietro ad alcuni dei più begli oggetti esposti. I curatori della mostra, Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Dipartimento di Teatro & Performance V & A -che propongono lungo il percorso i video musicali più memorabili e i rispettivi costumi originali, così come gli elementi più personali legati alla carriera e alla creatività dell’artista - hanno dichiarato: "Siamo felici che questa mostra straordinaria viaggi per il mondo, che le persone possano immergersi nel tour cinematografico dell’esposizione di Londra. Il film offre affascinanti dettagli sugli oggetti chiave del David Bowie Archive, commenti di ospiti speciali e naturalmente… una fantastica colonna sonora! ".

David Bowie is è stato girato e diretto da Hamish Hamilton, il regista Premio BAFTA degli Academy Awards e della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici di Londra 2012.
E’ distribuito nei cinema italiani da Nexo Digital in collaborazione con Radio DEEJAY e MYmovies.it.