ven 12_12 ore 21.15
sab 13_12 ore 21.15
dom 14_12 ore 18.00 e 21.00
GENERE: Thriller
ANNO: 2014
REGIA: Stephen Daldry
SCENEGGIATURA: Richard Curtis
ATTORI: Rooney Mara, Martin Sheen, Wagner Moura, Selton Mello, André Ramiro, José Dumont, Nelson Xavier, Stepan Nercessian
FOTOGRAFIA: Adriano Goldman
MONTAGGIO: Elliot Graham
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 115 Min
Trama
Rafael, Gardo e Gabriel detto Rato hanno 14 anni e vivono nelle favelas
brasiliane, campando grazie allo smistamento dei rifiuti. Un giorno
Rafael trova nella discarica un portafogli che contiene denaro, una foto
con alcuni numeri sul retro, un calendario con l'immagine di San
Francesco e una chiave. Subito dopo la polizia locale, per cui i
ragazzini non nutrono né fiducia né simpatia, cala sulle favelas alla
ricerca del portafoglio. Il gioco si fa duro, ma i nostri piccoli eroi
non rinunciano a giocare.
Recensione
Trash è l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo per ragazzi scritto da Andy Mulligan, e il film è sceneggiato da
Richard Curtis (sì, quello di
Quattro matrimoni e un funerale e
Love Actually) e diretto da
Stephen Daldry (sì, quello di
Billy Elliot e
The Hours). Ci sono anche una troupe brasiliana e un produttore esecutivo,
Fernando Meirelles,
utili a certificare la "credibilità etnica" dell'operazione. Ma a
reggere il timone è il talento, e il punto di vista, riconoscibilmente
anglosassone di regista e autori, e la produzione britannica Working
Title.
Il risultato è un film che è puro
entertainment dalla
confezione formale impeccabile ma dalle implicazioni etiche discutibili,
non perché parla di polizia corrotta e giovani ladruncoli, ma perché
osserva una realtà degradata attraverso lo sguardo del benessere
angloamericano. Le concessioni all'estetica brasiliana, in particolare
quella di
City of God, cedono presto il passo ai canoni di genere del cinema d'azione yankee, da
Traffic alla saga di
Bourne, e in assoluto la pietra di paragone è
The Millionaire, operazione altrettanto narrativamente coinvolgente e altrettanto accusabile di "colonialismo commerciale", con cui l'inglese
Danny Boyle ha raccontato l'India degli slum.
Sia chiaro, dal punto di vista meramente cinematografico,
Trash
è un film eccezionale ed eccezionalmente godibile, a cominciare dai tre
giovanissimi protagonisti scelti dalle favelas (quelle vere) con un
casting fra migliaia di aspiranti, tutti e tre irresistibilmente
carismatici e convincenti sia nella recitazione verbale che in quella
fisica: tre
action figure in miniatura a metà fra Oliver Twist e
Huckelberry Finn, che ci trascinano nelle loro avventure picaresche
tenendoci inchiodati alla sedia nella preoccupazione (adulta) per la
loro incolumità, e allo stesso tempo convincendoci della loro
insopprimibile capacità di sopravvivenza. I tre piccoli non-attori
saltano dentro e fuori le inquadrature come cartoni animati (o come il
ballerino Billy Elliot), e la cinepresa di Daldry (ma anche la
cinematografia del direttore della fotografia brasiliano
Adriano Goldman, sodale di
Meirelles
e veterano delle produzioni hollywoodiane) è abilissima
nell'intercettarli in velocità, raccontandoceli per parti anatomiche:
gambe e braccia di scattante magrezza, occhi sgranati, sorrisi
strafottenti.
Il montaggio tiene dietro al ritmo incalzante della narrazione grazie
anche all'accompagnamento musicale del compositore brasiliano
Antonio Pinto, altra iniezione "etnica" all'operazione e altra eredità di
City of God, ma anche di
action movie hollywoodiani come
Collateral e
The Host. Daldry usa, come di consueto, la decostruzione temporale con numerosi
flashback e
flash forward,
per stratificare la linea narrativa e aggiungere movimento alla storia.
La sola scena iniziale riesce a concentrare più informazioni di mille
lungaggini sceneggiate a tavolino. Anche il mix di tecniche
cinematografiche, che segnala la presenza della tecnologia informatica
ed elettronica anche nelle favelas di Rio, funziona bene come espediente
drammaturgico, senza mai diventare vezzo registico.
Trash è un vero spasso e una festa per gli occhi, ma lascia lo
spettatore occidentale con il disagio per aver contemplato come fonte di
svago la miseria delle bidonville del Terzo Mondo e l'esistenza dei
"bambini spazzatura" che, nella vita vera, vengono fermati da una
pallottola se rischiano anche solo una delle bravate dei nostri tre
piccoli eroi. Il modo migliore di godersi il film è quello di leggerlo
come una favola, o come una parabola sul potere salvifico della fede
(sarà un caso che due su tre dei giovani protagonisti portano il nome di
un arcangelo?) in ciò che è giusto. Se poi sia giusto raccontare questa
storia da ovest, invece che affidarla ad una narrazione autoctona, è la
domanda che determinerà l'opinione sul film, una volta smaltito il
rush di adrenalina.
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