ven 31_1 ore 21.15
GENERE: Commedia
ANNO: 2013
REGIA: Pif
SCENEGGIATURA: Marco Martani
ATTORI: Pif, Cristiana Capotondi, Ninni Bruschetta, Claudio Gioè,
FOTOGRAFIA: Roberto Forza
MONTAGGIO: Cristiano Travaglioli
MUSICHE: Santi Pulvirenti
PAESE: Italia
DURATA: 90 Min
Trama
Arturo ha pochi anni e un segreto romantico che condivide con Rocco
Chinnici, giudice e vicino di Flora, la bambina che gli ha incendiato il
cuore. Nato a Palermo, Arturo è stato concepito il giorno in cui Totò
Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri due uomini della
famiglia Badalamenti, uccisero Michele Cavataio vestiti da militari
della Guardia di Finanza. Da quel momento e da che si ricordi la sua
vita, spesa a Palermo, è stata allacciata alla Mafia e segnata dai suoi
efferati delitti. Cresciuto in una famiglia passiva, in una città 'muta'
e tra cittadini incuranti dei crimini che abbattono i suoi eroi in
guerra contro la Mafia, Arturo prova da solo a produrre un profilo e un
senso a quegli uomini contro e gentili che gli offrono un iris alla
ricotta (il commissario Boris Giuliano) o gli concedono un'intervista
(il Generale Dalla Chiesa). L'unico che proprio non riesce a incontrare,
ma di cui ritaglia e colleziona foto dai giornali, è il premier Giulio
Andreotti, che da una trasmissione televisiva gli impartisce un'ideale
lezione sentimentale da applicare al cuore della piccola Flora. Gli anni
passano, la Mafia cresce in arroganza e crudeltà e i paladini della
giustizia vengono falciati, sparati, esplosi. Soltanto Arturo rimane
uguale a se stesso, ossequiante e 'svenduto' in una televisione locale e
nella campagna elettorale di Salvo Lima. Ma la morte di Giovanni
Falcone e quella di Paolo Borsellino lo risveglieranno da un sonno
atavico e dentro una città finalmente cosciente.
Recensione
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, debutta al cinema con una storia
di rimozione, una storia scomoda perché chiama in causa responsabilità
collettive che costringono a interrogarsi sull'identità culturale del
Paese, sul suo passato e sul suo futuro. Aiuto regista di
Marco Tullio Giordana nel 2000, lo ha accompagnato nei
cento passi
che separavano l'abitazione di Peppino Impastato da quella del boss
Tano Badalamenti. E di quel film l'opera prima di Pif ha l'urgenza e la
necessità di raccontare una pagina drammatica che non deve essere
dimenticata perché rompe col silenzio e con l'omertà, un contratto
sociale basato sulla connivenza.
Costruito come un romanzo di formazione,
La mafia uccide solo d'estate
trova la sua rilevanza in quello che racconta e la sua forza in come lo
racconta e come rappresenta la mafia senza indulgenze celebrative.
Infilato il terreno minato dell'universo criminale, Pif contempla il
fascino sinistro dell'eroe del male, incarnato nel film da Giulio
Andreotti e allargato a una lunga serie di 'persone perbene'e
istituzionali fino alla bassa macelleria criminale, scartando i
sentimenti retorici e i cliché che veicolano l'idea dell'immutabilità
della Mafia. Nato in una regione incline al fatalismo come la Sicilia,
Pif fa qualcosa di più che dimostrare la parabola discendente di Cosa
Nostra, scegliendo come protagonista un ragazzino che coltiva sogni,
speranze e illusioni e che imparerà a sottrarsi alle regole del gioco
sentendosi e volendosi 'diverso' rispetto alla cultura diffusa di cui la
criminalità organizzata è espressione. I padrini forti e arcaici visti
sempre nella loro sacralità di potenti e cattivi vengono 'rovesciati' in
una storia drammaturgicamente valida e capace di scendere dentro le
cose.
Cinema impegnato in prima linea, che arriva col sorriso fino in fondo, fino a sentire e a far sentire un dolore lancinante,
La Mafia uccide solo d'estate
capovolge il comico in tragico ricordandoci che ribellarsi è possibile.
Il film porta a coscienza del protagonista e della sua città i mostri
che stanno anche dentro chi li vorrebbe cacciare e che decide per questo
di dichiarare guerra a una parte di sé. Lo sguardo attonito e incredulo
di Arturo bambino sulle omertà e le brutalità del mondo degli adulti,
che lo hanno sedotto (Giulio Andreotti), innescato (il giornalista
esiliato di Claudio Gioè) e (ri)educato (i 'retroscena' del potere
mafioso), si posa adesso consapevole sul figlio e sulle targhe di marmo.
Targhe che 'medicano' le ferite di Palermo, targhe fissate sui suoi
muri e nella sua memoria, targhe su cui Arturo legge i nomi dei caduti
per la Mafia. Legge il loro impegno, le loro imprese, rompendo l'ordine
delle cose (nostre) e avviando il processo di eredità di chi ha saputo
far esistere la cultura come possibilità della comunità.
Marzia Gandolfi
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