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Referendum 2011: responsabilità ed informazione




Si avvicina la data dei quattro referendum abrogativi, per i quali si voterà il 12 e il 13 giugno prossimi.

Molti soggetti del mondo cattolico hanno contribuito alla raccolta di firme in particolare per i due quesiti referendari sull’acqua: questo è stato un segno di partecipazione e di interesse da guardare come fatto positivo.

Il meccanismo stesso del referendum abrogativo e, in generale, la complessità del panorama legislativo rendono i quesiti difficilmente comprensibili. Quando, poi, non si abroga per intero una legge bensì solo alcuni articoli o parti di essi, la difficoltà di comprensione aumenta ulteriormente.

Come Consiglio Pastorale Diocesano offriamo alcune riflessioni.

Oggi i meccanismi partecipativi sono in crisi, anche a causa di norme che mortificano il potere di scelta del corpo elettorale. Pensiamo ad esempio alla legge elettorale che ha trasformato l’elezione dei parlamentari in una designazione ad opera dei vertici dei partiti nazionali, o del leader in sella al proprio partito da dieci o venti anni.

visioni estive



L'associazione Arte del Sogno e il Cinema Marconi vi ringraziano per aver partecipato alle proiezioni della stagione 2010-2011 e vi danno appuntamento al settembre per l'inizio di una nuove rassegne ed iniziative!


Con l'occasione vi segnaliamo i titoli imperdibili della stagione selezionati da Arte del Sogno. (in ordine alfabetico)


di Ken Loach

American Life 
di Sam Mendes

Animal Kingdom 
di David Michôd
 
di Radu Mihăileanu 
di Sylvain Chomet 

Inception
di Christopher Nolan 

Machete 
di Robert Rodriguez
di Stephen Frears

di Eran Riklis

di John Hillcoat.
di Juan José Campanella

di David Fincher

di Ben Affleck

di Susanne Bier

di Claudio Cupellini

Acqua bene comune
















Segnaliamo dagli amici di Libera - Associazioni, nomi e numeri contro la mafia questo incontro di sensibilizzazione sul tema dell'acqua in preparazione del referendum del 12 e 13 giugno 2011, organizzato dal Coordinamento piovese "Acqua bene comune", a cui aderisce anche il presidio di LIBERA

VENERDI' 20 MAGGIO alle ore 21.00
presso il patronato di Sant'Anna 

si terrà un incontro pubblico, a cui parteciperanno:

- Gianni Ballestrin, coordinatore provinciale del Comitato Referendario "2 Sì per l'acqua bene comune"
- Maurizio Marini, presidente regionale Lega Consumatori Veneto

vi invitiamo a partecipare e a diffondere l'iniziativa il più possibile.
 

C'È CHI DICE NO

venerdì 13_05 ore 21.15
sabato 14_05 ore 21.15
domenica 15_05 ore 18 e 21




 Max è un precario di talento impiegato presso un quotidiano locale dove sogna di essere assunto ma viene ancora una volta scalzato dal raccomandato di turno. Samuele insegna diritto penale mentre aspira al posto da ricercatore e assiste un barone universitario che gli preferisce da sempre segnalati incapaci. Irma è una dottoressa appassionata in attesa di un contratto, soffiato in zona Cesarini dalla procace fidanzata del primario. Ex compagni di liceo, ritrovatisi a una cena commemorativa, Max, Samuele e Irma si scambiano difficoltà e dilemmi e decidono di fare fronte comune contro la piaga della raccomandazione. Fondatori di un movimento virtuale, “I pirati del merito”, diventeranno le (lunghe) ombre nere della coscienza dei ‘segnalanti’, incalzandoli con molestie e rappresaglie decisamente creative.
Il cinema italiano ha evidentemente scoperto la drammaticità del precariato e di conseguenza l’urgenza di affrontare sul grande schermo la vita di chi tira avanti con contratti a progetto, collaborazioni a termine, lavori a tempo determinato. Lo ha fatto Paolo Virzì con Tutta la vita davanti, poi Anna Negri con Riprendimi e Massimo Venier con Generazione 1000 euro e ancora Ascanio Celestini col documentario Parole sante, raccontando con toni e stili diversi il cul de sac in cui sembra essersi infilato il mondo del lavoro nell’era della globalizzazione.
Il film di Giambattista Avellino non fa eccezione ma introduce una variante, è una commedia sociale abitata da tre giovani precari che questa volta non ci stanno e puntano il dito contro la raccomandazione, ovvero quella odiosa forma di segnalazione ‘autorevole’ che mira ad agevolare un favorito ‘figlio di’ naturalmente incompetente. Avvalendosi di un cast assortito che sfrutta abilmente la duplice notorietà cinematografica e televisiva dei suoi attori (l’inflazionata Paola Cortellesi e lo sfruttatissimo Luca Argentero), C’è chi dice no si inserisce nella nutrita schiera della nuova commedia nazionale, ‘civica e democratica’, in grado di intercettare i gusti del pubblico, il mood sociale e un tema corrente e dibattuto su giornali e mass media. Se il film ha l’indubbio merito di introdurre un motivo di crisi (la pratica della raccomandazione o quella endemica degli scambi di favore) e addirittura di costringere uno dei nobili protagonisti ad abbandonare la nave ‘pirata del merito’ quando quest’ultima sta per affondare per salvare se stesso e il proprio vantaggio, l’ecumenismo buonista ha la meglio sulla tentazione drammatica e trascina sul fondo commedia e ‘morale’. Insomma c’è sempre una ragione (umana) alla base dei comportamenti, anche quelli più indegni, e così due dei tre raccomandati si discolperanno ravvedendosi e lasciando finalmente il posto ai meritevoli, e il terzo, eroe da cinepanettone stereotipato e improbabile, finirà per eliminarsi da solo. Il criticismo nei confronti dei personaggi viene immediatamente riassorbito e annullato da uno sguardo partigiano e consolatorio, che rimedia anche il tracollo morale del giornalista di Argentero, costretto insieme agli impavidi compagni agli arresti domiciliari e a una partita a subbuteo, prima di ripiegare all’estero o in un giornalino locale.
C’è chi dice no è un film sproblematizzante e sconsolante, che non difende la serietà dell’esperienza morale dei suoi pirati-precari ma anzi nutre e approva la tendenza degli italiani a prendere il mondo com’è senza mai invertire la tendenza. Il sistema non si abbatte e chi (fuori dalla finzione) è ingranaggio ben lubrificato di quel sistema produce un cinema normalizzato che non trova mai la rabbia e l’indignazione e soffoca sul nascere ogni tentativo di perseguire idee e modelli di cinema (e di vita) diversi. Il sistema è chiuso. Fuori la visione dissidente, dentro la domanda sovrana. Confezionata naturalmente in una commedia di grande appeal. Marzia Gandolfi 

HABEMUS PAPAM



venerdì 06_05 ore 21.15
sabato 07_05 ore 21.15
domenica 08_05 ore 18 e 21


REGIA: Nanni Moretti
SCENEGGIATURA: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli
ATTORI: Nanni Moretti, Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Margherita Buy, Franco Graziosi, Cecilia Dazzi,
MUSICHE: Franco Piersanti
PAESE: Italia 2011
GENERE: Commedia, Drammatico
DURATA: 104 Min

Sito Ufficiale









I cardinali riuniti in Conclave nella Cappella Sistina procedono all'elezione del nuovo Papa. Smentendo tutti i pronostici viene nominato il cardinale Melville il quale accetta con titubanza l'elezione ma, al momento di presentarsi alla folla dal balcone centrale della basilica di San Pietro, si ritrae. Lo sgomento assale i cristiani in attesa ma, ancor più, i cardinali che debbono cercare di porre rimedio a questo evento mai verificatosi sotto questa forma. Si decide, pur con tutte le perplessità imposte dalla dottrina, di far accedere ai palazzi apostolici lo psicoanalista più bravo per tentare di far emergere le cause che hanno spinto l'alto prelato al diniego e favorirne un ripensamento. Lo psicoanalista fa però un riferimento alla moglie come la terapeuta più brava (dopo di lui). Il portavoce della Santa Sede decide allora di far uscire il Papa dalle Mura vaticane per avere anche un altro intervento che risolva la questione. Che invece si complica perché il Papa, approfittando di un momento di distrazione, scompare per le vie di Roma.
Con Habemus Papam siamo di fronte al film più maturo di un regista che ha saputo conservare intatti il proprio segno inconfondibile e le tematiche che gli stanno da sempre a cuore integrandoli con grande intelligenza e sensibilità a uno sguardo che si allarga a una dimensione che afferma di non condividere ma che qui osserva con la giusta dose di ironia che si fonde con un profondo rispetto.
Non è necessario fare riferimento a La messa è finita per leggere questo film. Erano altri tempi ed altro cinema. Anche per Nanni. Che qui torna con forza sul tema della profonda solitudine dell'essere umano ma sa che non la si può ipostatizzare assolutizzandola. C'è una bellissima scena (che potremmo definire ‘morettiana doc') in cui, mentre sta facendo giocare i cardinali a pallavolo, l'analista afferma che la tremenda verità che Darwin ci ha lasciato è che nulla ha un senso. Proprio in quel momento lui, terapeuta privo dell'augusto paziente, sta cercando di darne uno a quegli uomini che non vengono descritti né alla Dan Brown né ridicolizzati. Si sorride e si ride certo anche delle loro debolezze ma sono e restano delle persone. Il Papa poi (interpretato da un sempre più grande Michel Piccoli) non è un uomo che dubita della propria fede come sarebbe stato facile pensare. Non è Pietro che, invitato da Cristo a camminare sull'acqua per raggiungerlo, affonda perché di fatto non crede al potere del suo Signore. Questo Papa, dallo sguardo intenso e dal sorriso luminoso, non è un pavido ma un umile. Conosce i propri limiti e anche le proprie passioni. Come quella del teatro che ha covato da sempre (qui il rimando, cambiato di segno, a Wojtyla sembra trasparente). È da questa consapevolezza che, progressivamente, gli deriva una grande forza. La forza di chi sa dire di no a Dio non per paura ma perché è convinto di non poterlo servire, attraverso l'umanità, come sarebbe necessario leggendo i segni dei tempi. Il Papa di Moretti si interroga e ci interroga, laici e credenti. Ogni volta che un film ci pone dei quesiti di fondo ci aiuta di fatto a sentirci meno soli e a liberarci, almeno un po', dal più volte citato "deficit di accudimento". Giancarlo Zappoli

BORIS

domenica 24_04 ore 18 e 21
sabato 25_04 ore 18 e 21


REGIA: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
ATTORI: Francesco Pannofino, Pietro Sermonti, Caterina Guzzanti, Carolina Crescentini, Luca Amorosino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi,
FOTOGRAFIA: Mauro Marchetti
MONTAGGIO: Massimiliano Feresin
MUSICHE: Giuliano Taviani, Carmelo Travia
PAESE: Italia 2011
GENERE: Commedia
DURATA: 108 Min








René Ferretti ha fatto tanta brutta televisione. Ad essere precisi l'ha subita, per ottemperare alle richieste al ribasso delle produzioni, alle ridotte capacità professionali della sua troupe storica e all'immensa negazione degli attori a sua disposizione, paragonabile soltanto alla misura dei loro capricci. Eppure, un giorno, il momento di dire “basta” arriva anche per lui, di fronte alla richiesta di girare a ralenti la corsa nei prati di un giovanissimo Ratzinger. Tutti a casa, tutti in crisi, tutti in bolletta. Almeno finché il cinema non bussa alla porta. A Ferretti non sembra vero: un film in pellicola, serio, di denuncia. L'adattamento del saggio best-seller “La Casta”, il racconto di sprechi, scandali e privilegi immotivati della classe politica italiana. Peccato che il mondo del cinema non sia molto diverso…
Il salto di Boris dal piccolo al grande schermo, ma soprattutto da un pubblico di nicchia al grande pubblico, “laurea” definitivamente i suoi tre autori con lode, per l'umorismo finissimo (anche laddove fa della volgarità il suo humus), lo sguardo implacabile, la scrittura diretta e coraggiosa, la capacità di scelta (nell'abbondanza da loro stessi prodotta, in fase di sceneggiatura e di riprese) e soprattutto l'eleganza e la coerenza con cui sono passati dal ritrarre la televisione in televisione al fotografare il cinema nel cinema. Non di parodia si tratta, infatti, spessissimo, ma di fotografia vera e propria, ritoccata ad arte e virata sul comico.
Sono tante le battute o le scene del film che potrebbero essere estrapolate come costole per offrire un'idea dell'organismo nel suo insieme; dal produttore cinematografico che spiega: “non c'ho i sordi per tutta ‘sta sensibilità”, al regista che paventa: “non si esce dalla televisione, è come la mafia, non se ne esce se non morti”. Ma è nella scena in cui Antonio Catania alias Lopez immagina il destino di René qualora lo abbandonasse per passare alla concorrenza e, dopo avergli fatto chiudere gli occhi, gli riappare davanti uguale identico a pochi secondi prima esclamando: “eccola la concorrenza!”, che il film si rivela maggiormente. Nella terribile verità di quello sketch ci sono, infatti, sia un'indicazione di tono, cinico, dissacrante, spoetizzante, sia l'indicazione sulla natura dell'umorismo in gioco –si ride per non piangere- sia la lucidità e la schiettezza di sguardo e parola rispetto all'argomento trattato, vale a dire lo stile, che fanno di Boris qualcosa di unico in Italia.
La prima vera serie televisiva italiana di qualità (che aveva per soggetto la pessima qualità della televisione italiana) si congeda dagli schermi, parrebbe, con questo maxi episodio dedicato al mondo del cinema nostrano, massacrandone il mito con straordinaria capacità di sintesi e umorismo, nonostante il cinema non solo abbia già raccontato spesso il suo dietro le quinte ma soprattutto abbia sempre avuto maggior autoironia rispetto alla nipotina televisione. Marilita Loy, l'attrice che ha fatto della sua insicurezza un'arma micidiale e parla così piano che non la sente nemmeno il microfono, o la combutta di scenografo, segretaria di edizione e direttore della fotografia, che stanno sul set di René per i soldi ma poi lo piantano in asso per andare a fare Virzì, “Valdo e l'acqua cotta”, sono cose che non si dimenticano e restano “negli occhi del cuore”. Quando arrivano Biascica, Itala, Duccio e Lorenzo, su un'utilitaria strombazzante, non si può che fare il tifo per loro: non i criptocialtroni ma i cialtroni veri.
Non si esce dalla televisione, René. Marianna Cappi

NESSUNO MI PUÓ GIUDICARE


venerdì15_04 ore 21.15
sabato 16_04
ore 21.15
domenica 17_04 ore 18 e 21



 REGIA: Massimiliano Bruno
SCENEGGIATURA: Massimiliano Bruno, Edoardo Falcone
ATTORI: Paola Cortellesi, Raoul Bova, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Caterina Guzzanti,
MUSICHE: Giuliano Taviani, Carmelo Travia
PAESE: Italia 2011
GENERE: Commedia
DURATA: 95 Min










Che l’Italia avesse due facce e che la solidarietà, il senso dell’amicizia e l’umanità fossero soprattutto dalla parte della gente semplice, degli esclusi e degli emarginati lo aveva già rivendicato Ferzan Ozpetek ne Le fate ignoranti, storia - più triste che allegra - dell’apertura mentale di una donna borghese.
A 10 anni di distanza ci riprova, servendosi della lente deformante della commedia, Massimiliano Bruno, regista di Nessuno mi può giudicare. Attraverso la plausibile disavventura di una nouvelle riche di Roma Nord che per non finire sul lastrico si improvvisa escort, lo sceneggiatore di Fausto Brizzi lascia da parte buonismi e sentimentalismi e, da ragazzo di Pietralata, riflette senza moralismi sul presente di un paese in cui non c’è più tempo per i pregiudizi perché ciò che conta è arrivare alla fine della giornata.
La presa di coscienza di queste mutate condizioni permette  - felicemente! - al film di giustificare il ricorso al mestiere più antico del mondo, togliendo al regista l’imbarazzo di alludere a un’attualità politica che scotta e di cui non vogliamo più sentir parlare.
Risultato non facile, a cui contribuiscono sia una scrittura fresca e innovativa che una protagonista femminile in grado di cambiare continuamente registro e di fare dell’autoironia e della goffaggine le proprie carte vincenti.

Forte di una robusta formazione televisiva e teatrale e dotata di una buona dose di talento, nonché aiutata da un’amicizia pluridecennale con Massimiliano Bruno, Paola Cortellesi dà un tocco di leggerezza in più al film, dimostrando al “pubblico bue” che una donna può far ridere anche quando è bella e sexy. Proprio come faceva Monica Vitti.
Eppure, questa versatilità dell’interprete principale non sempre rende giustizia a Nessuno mi può giudicare, perché se l’evoluzione del personaggio in termini di tolleranza e profondità interiore è plausibile (i guai non aiutano forse a crescere?), viceversa è poco probabile che una donna che inizialmente parla come la Simona Marchini delle trasmissioni di Arbore lasci di colpo da parte il romanesco e il birignao man mano che la sua vita di trasforma in un viaggio all’inferno, tanto più se viene inserita in un milieu popolare.
Diverso il caso del personaggio di Raoul Bova, che non solo non si snatura, ma offre a colui che lo impersona l’opportunità di raggiungere - in scena - la verità, proprio come era successo ne La nostra vita di Daniele Luchetti. Bova, insomma, dà il meglio di sé quando non è costretto a sparare o a fare il romatic-lead nelle commedie sofisticate, ed è bene che i nostri registi se ne accorgano. Carola Proto

THE FIGHTER

venerdì 01_04 ore 21.15
sabato 02_04
ore 21.15
domenica 03_04 ore 18 e 21


REGIA: David O. Russell
ATTORI: Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo, Jack McGee,
FOTOGRAFIA: Hoyte van Hoytema
MUSICHE: Michael Brook
PAESE: USA 2010
GENERE: Biografico, Drammatico
DURATA: 118 Min

Sito Italiano







Dickie e Micky Ward sono due fratelli entrambi pugili. Vivono a Lowell, una cittadina di provincia del Massachusetts in cui Dickie, il maggiore, è divenuto una sorta di leggenda vivente per aver mandato al tappeto Sugar Ray Leonard. Ora però Dickie fuma crack ed è sempre meno lucido ma non vuole smettere di essere l'allenatore del fratello. Il quale è messo sotto pressione anche dall'ambiente familiare. La madre Alice pretende di essere il suo manager, spalleggiata dalla tribù di sorelle del ragazzo. Micky viene mandato allo sbaraglio in un incontro e da lì cresce pian piano il desiderio di affrancarsi da una famiglia davvero troppo pesante da sopportare. L'incontro con la barista Charlene offre un ulteriore impulso a questa separazione. Ma non sarà un percorso facile e, forse, non sarà neanche quello giusto.
Un titolo che potremmo definire perfetto The Fighter perché questo film racconta sì di un pugile ma è soprattutto la cronistoria di un combattimento costante di un uomo contro chi, per un malinteso concetto di amore (fraterno o materno che sia), rischia di soffocarne per sempre la personalità. Micky Ward, classe 1965, è arrivato al titolo mondiale nella categoria dei Welter leggeri nel 2000 ma ciò su cui il film si focalizza è il rapporto con l'ambiente, sia esso familiare che sociale, in una sonnolenta città di provincia.
Non era facile, va detto, tornare a fare un film importante sul pugilato dopo Cinderella Man e non è un caso che il primo candidato a dirigerla sia stato Darren Aronofsky il quale ha rinunciato per mettersi dietro la macchina da presa di (guarda un po') The Wrestler rimanendo però in qualità di produttore esecutivo. Non era facile ma la scommessa è vinta, anche se con un finale molto “all'americana” come si sarebbe detto nell'Italia degli anni Sessanta.
David O.Russell punta tutto sulla dinamica del rapporto tra fratelli e Christian Bale gli offre, nel ruolo di Dickie, una delle sue interpretazioni più complete e cariche di umanità. Abituato a modificare il suo fisico a piacimento (ricordate la performance de L'uomo senza sonno?) questa volta va ancora oltre. Gli si legge negli occhi, anche quando non è in primo piano, tutto il disperato bisogno di essere apprezzato per quello che avrebbe potuto essere e non è stato nella vita. Per quell'andata al tappeto di Ray Sugar Leonard che molti esaltano e altri riducono a scivolata sul ring. Quell'apprezzamento lo cerca in un Micky che, come spesso gli accade sul quadrato, viene messo alle corde dalla vita. In particolare da una madre a cui un'esuberante ignoranza impedisce di capire che ha davanti non la possibile realizzazione del sogno infranto del figlio maggiore ma un uomo che ha bisogno di individuare da solo la sua strada.
È in questo percorso doloroso che Micky trova dentro di sé la forza per arrivare ad un finale che è pacificatorio e, come detto, troppo ‘happy'. Ma il segno dentro di lui è cambiato. Ora non è più lui quello che viene guidato. Ora è lui a scegliere. Anche contro ogni apparente ragionevolezza ma con la capacità di distinguere ciò che, nei rapporti familiari, è zavorra da eliminare e ciò che, nonostante l'apparenza, costituisce un valore. Giancarlo Zappoli

cine-pantofole #25: guantoni e sudore




















In attesa dl film The Fighter in programma al cinema Marconi di Piove di Sacco da venerdì 1 aprile a domenica 3 aprile, proponiamo una tripletta di film sul tema del pugilato.




Toro scatenato

di Martin Scorsese, Usa 1980




Alì
di Michael Mann, USA 1980




Il Campione
di Franco Zeffirelli, USA 1979

IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE

venerdì 25_03 ore 21.15

EGIA: Eran Riklis
ATTORI: Mark Ivanir, Gila Almagor, Julian Negulesco, Ruoli ed Interpreti
PAESE: Germania, Francia, Israele 2010
GENERE: Drammatico
DURATA: 103 Min

Soggetto: Ispirato all'omonimo libro di Abraham Yehoshua edito in Italia da Einaudi.
Note: Premio del Pubblico Festival di Locarno 2010.






Licenziamenti e assunzioni all'ordine del giorno. Il mestiere del responsabile delle risorse umane sta tutto lì: conoscere i candidati, sottoporli a colloquio e infine accettarli o rimandarli a casa alla ricerca di un'altra opportunità. Semplice, chiaro e diretto. Talmente meccanico da ridurre al minimo le implicazioni umane degli incontri e ampliare al massimo quelle utilitaristiche. Può capitare quindi di scordarsi volti e nomi dei propri dipendenti, così come accade al protagonista del film, accusato da un giornalista d'assalto di non essersi interessato alla morte tragica di una ex dipendente, rimasta uccisa in un attentato terroristico in Israele. Nessun parente reclama il suo corpo e il manager, messo alle strette dal senso di colpa, decide di partire per un lungo viaggio verso il paese natale della ragazza, un villaggio sperduto nella fredda Romania, alla ricerca di un parente disponibile a fare il riconoscimento. Lontano da casa e dagli affetti, troverà l'occasione per riflettere su se stesso.
Tratto da un romanzo di Abraham B. Yehoshua, il film di Riklis smorza l'intensità drammatica dei lavori precedenti, per approdare ad un road movie picaresco dai toni semiseri ma dai risvolti esistenziali. Le lunghe pause tra un dialogo e l'altro, caratteristica predominante de Il giardino di limoni, qui si arricchiscono di accenti avventurosi che rendono più briosa la narrazione. I personaggi si spostano da un luogo all'altro, non rimangono fermi a guardare il corso delle cose; il giornalista rincorre il successo e un'idea di onestà intellettuale alquanto discutibile ma vive ancora con la madre e si ostina a rifiutare una certa maturità. Il manager è in baruffa con moglie e figlia ma si aggrappa alla speranza di un riscatto morale, vede nella disgrazia l'occasione di rinascita personale.
Attorno ai due personaggi contrapposti, ruotano il figlio ribelle della donna, un marito irresponsabile e due buffi ambasciatori del consolato. Donne e uomini che si confrontano con l'identità della ragazza uccisa, che non compare mai se non in una fotografia sfocata e in un breve video. Quella conformità costruita e cresciuta sulle tappe del viaggio in corso è un corpo fisicamente assente ma molto presente con il carico di ricordi che ha lasciato alle persone care. La meta è, sì il raggiungimento della madre della vittima, l'unica che può riconoscere la salma, ma è anche il motivo della riconciliazione del protagonista con la parte umana di sé, andata perduta ormai da tempo. La passionalità della storia, di per sé ricca di suggestioni evocative, non attraversa le immagini del cinema. Riklis frena i suoi intenti e ci lascia spazio all'interpretazione, dandoci però pochi punti di riferimento. Chi sta a guardare sente di essere in balia di qualcosa, ma non accede fino in fondo alla verità dei fatti. Un piccolo messaggio però arriva: abbiamo tutti delle "risorse umane" alle quali badare, al di là di confini e frontiere. Nicoletta Dose


cine-pantofole #24: AMERICAN COMMEDY N. 2

























Tre commedie di produzione americana divertenti, in salsa satirica e con una comicità volutamente esagerata.





ZOHAN
di Dennis Dugan – USA 2008




UNA NOTTE DA LEONI
di Todd Phillips – USA 2009




TROPIC THUNDER
di Ben Stiller – USA

Titoli di testa che passione!

A Brief History of Title Design from Ian Albinson on Vimeo.



via: www.artofthetitle.com

Il discorso del Re

sabato 26_03 ore 21.15
domenica 27_03 ore 18.00 e 21.00

REGIA: Tom Hooper
SCENEGGIATURA: David Seidler
ATTORI: Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter,
Timothy Spall,
MUSICHE: Alexandre Desplat
PAESE: Australia, Gran Bretagna 2010
GENERE: Drammatico, Storico
DURATA: 111 Min

Vincitore come miglior film, regia, sceneggiatura
originale e attore protagonista agli Oscar 2011.






Duca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie è afflitto dall'infanzia da una grave forma di balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore della corte e l'affetto del popolo inglese. Figlio di un padre anaffettivo e padre affettuoso di Elisabetta (futura Elisabetta II) e Margaret, Bertie è costretto suo malgrado a parlare in pubblico e dentro i microfoni della radio, medium di successo degli anni Trenta. Sostituito il corpo con la viva voce, il Duca di York deve rieducare la balbuzie, buttare fuori le parole e trovare una voce. Lo soccorrono la devozione di Lady Lyon, sua premurosa consorte, e le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue, logopedista di origine australiana. Tra spasmi, rilassamenti muscolari, tempi di uscita e articolazioni più o meno perfette, Bertie scalzerà il fratello “regneggiante”, salirà al trono col nome di Giorgio VI e troverà la corretta fonazione dentro il suo discorso più bello. Quello che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania nazista.
Dopo aver raccontato la storia della Rivoluzione americana in nove ore, dentro una mini-serie e attraverso gli occhi del secondo presidente degli States (John Adams), Tom Hooper volge lo sguardo verso il vecchio continente, colto in tribolazione e alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale. Al centro del palcoscenico la cronaca del malinconico e addolorato Duca di York, figlio secondogenito dell'energico Giorgio V, inchiodato dalla balbuzie e da una complessata inferiorità di fronte allo spigliato fratello maggiore David. Crogiolo d'angoscia (im)medicabile e di squilibri emotivi sono quelle esitazioni, quei prolungamenti di suoni, quei continui blocchi silenti che impediscono a Bertie di esprimersi adeguatamente, ingenerando una sensazione di impotenza.
Il regista britannico si concentra sul vissuto interno del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio e in assenza del visivo. Il discorso del re non si limita però a drammatizzare la stagione di vita più rilevante del nobile York e relaziona un profilo biografico di verità con un contesto storico drammatico e dentro l'Europa dei totalitarismi, prossima alle intemperanze strumentali e propagandistiche di Adolf Hitler. Non sfugge al re sensibile di Colin Firth e alla regia colta di Hooper l'abile oratoria del Führer, che intuì precocemente le strategie di negoziazione tra ascoltatore e (s)oggetto sonoro, il primo impegnato nel tentativo di ricostruire l'immagine della voce priva di corpo, il secondo istituendo un rapporto di credibilità se non addirittura di fede con la voce dall'altoparlante.
Se il mondo precipitava nell'abisso non era tempo di guardare al mondo con paura, soprattutto per un sovrano. Bertie, incoronato Giorgio VI, doveva ricucire dentro di sé il filo interrotto della relazione con l'altro, affrontando il suo popolo dietro al microfono e l'immaginario radiofonico. Fu un illuminato e poco allineato logopedista australiano a correggere il “mal di voce” di un re che voleva imporsi al silenzio. Lionel Logue sostituì col metodo il protocollo di corte, educando la balbuzie del suo blasonato allievo e incoraggiandolo a costruire la propria autostima, a riprendere il controllo della propria vita e a vincere prima la guerra con le parole e poi quella con le potenze dell'Asse.
A guadagnare la fluenza e a prendersi la parola è il ‘regale' protagonista di Colin Firth, impeccabile nell'articolare legato, solenne nella riproposta plastico-fisica del suo sovrano e appropriato nell'interpretazione di un re che ‘ingessa' emozioni e corporeità nel rispetto rigoroso della disciplina. Dietro al ‘re' c'è l'incanto eccentrico di Geoffrey Rush, portatore di una “luccicanza” che brilla, rivelando la bellezza della musica (Shine) o quella di un uomo finalmente libero dalla paura di comunicare. Lunga vita al re (e al suo garbato precettore dell'eloquio). Marzia Gandolfi

sito ufficiale

L'illusionista


venerdì 18_03
ore 21.15



REGIA: Sylvain Chomet
SCENEGGIATURA: Sylvain Chomet, Jacques Tati
PRODUZIONE: Django Films, CineB, Pathé Pictures International
DISTRIBUZIONE: Sacher Distribuzione
PAESE: Francia 2010
GENERE: Animazione


sito ufficiale









Un illusionista nella seconda metà degli Anni Cinquanta vede progressivamente sfuggire il proprio pubblico. Il palco spetta ora alle star del rock'n'roll e non più a lui che è costretto ad esibirsi a feste, in teatri di terz'ordine o, peggio, in bar e caffè. Un giorno, però, costretto a esibirsi in un pub sulla costa occidentale della Scozia, incontra Alice, una ragazzina innocente che gli cambia la vita. Alice è un'entusiasta che crede che i suoi trucchi siano realtà e che decide di seguirlo ad Edimburgo. L'illusionista non ha il coraggio di toglierle le illusioni. Ma un giorno Alice crescerà.
Al Centre National de la Cinématographie di Parigi giaceva da mezzo secolo una sceneggiatura - mai divenuta film - classificata come "Film Tati nº 4". La figlia di Jacques Tati, Sophie Tatischeff, ha preso a considerarla come una lettera d'amore inviatale da suo padre. Non voleva che restasse in un archivio ma non desiderava neppure (ovviamente) che finisse nella mani sbagliate. Ha ora trovato a chi affidarla con un esito soddisfacente.
Solo Sylvain Chomet, regista di Appuntamento a Belleville, poteva pensare di affrontare l'impresa di far rivivere Tati senza Tati. Lo fa con grande rispetto e, al contempo, con il piacere della rivisitazione. Perchè in un'epoca in cui solo il 3D sembra poter avere un pubblico, proporre un'animazione in 2D senza essere la Disney de La Principessa e il Ranocchio può costituire un rischio. Che però vale la pena di affrontare se si vuole andare a ricreare il cuore di una poesia che seppe (e sa ancora) farsi cinema. Giancarlo Zappoli

cine-pantofole #23: AMERICAN COMMEDY N. 1



















Un ciclo di commedie di produzione americana semplicemente ironiche, divertenti e…si può dire?
Intelligenti.



LITTLE MISS SUNSHINE di Jonathan Dayton – USA 2006




SIDEWAYS – IN VIAGGIO CON JACK
di Alexander Payne – USA 2004




IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO
di Joel Zwick – USA 2002