sab 23_5 ore 21.15 dom 24_5 ore 18.00 e 21.00 sab 30_5 ore 21.15 dom 31_5 ore 18.00 e 21.00
GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Paolo Sorrentino
SCENEGGIATURA: Paolo Sorrentino
ATTORI: Michael Caine, Rachel Weisz, Jane Fonda, Harvey Keitel, Paul Dano
PAESE: Svizzera, Gran Bretagna, Italia
DURATA: 119 Mi
Trama
In un elegante albergo ai piedi delle Alpi Fred e Mick,
due vecchi amici alla soglia degli ottant'anni, trascorrono insieme una
vacanza primaverile.
Fred è un compositore e direttore d'orchestra in pensione, Mick un
regista ancora in attività. Sanno che il loro futuro si va velocemente
esaurendo e decidono di affrontarlo insieme.
Guardano con curiosità e tenerezza alla vita confusa dei propri figli,
all'entusiasmo dei giovani collaboratori di Mick, agli altri ospiti
dell'albergo, a quanti sembrano poter disporre di un tempo che a loro
non è dato. E mentre Mick si affanna nel tentativo di concludere la
sceneggiatura di quello che pensa sarà il suo ultimo e più significativo
film, Fred, che da tempo ha rinunciato alla musica, non intende
assolutamente tornare sui propri passi. Ma c'è chi vuole a tutti i costi
vederlo dirigere ancora una volta e ascoltare le sue composizioni.
ven 22_5 ore 21.15 GENERE: Commedia, Drammatico, Storico ANNO: 2015 REGIA: Paolo Taviani, Vittorio Taviani SCENEGGIATURA: Paolo Taviani, Vittorio Taviani ATTORI: Kasia Smutniak, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Vittoria Puccini, Rosabell Laurenti Sellers, Kim Rossi Stuart, Carolina Crescentini, Paola Cortellesi, Flavio Parenti, Michele Riondino, Miriam Dalmazio, Lello Arena, Eugenia Costantini, Fabrizio Falco, Ilaria Giachi, Josafat Vagni, Niccolò Calvagna PAESE: Francia, Italia DURATA: 120 Min
Trama
Lo sfondo è quello della Firenze trecentesca colpita dalla peste, che
spinge dieci giovani a rifugiarsi in campagna e a impiegare il tempo
raccontandosi delle brevi storie. Drammatiche o argute, erotiche o
grottesche, tutte le novelle hanno in realtà un unico, grande
protagonista: l'amore, nelle sue innumerevoli sfumature. Sarà proprio
l'amore a diventare per tutti il migliore antidoto contro le sofferenze e
le incertezze di un'epoca.
GENERE: Commedia
ANNO: 2015
REGIA: Alessandro Genovesi
SCENEGGIATURA: Alessandro Genovesi, Giovanni Bognetti, Claudio Torres
ATTORI: Claudio Bisio, Frank Matano, Valentina Lodovini, Ornella Vanoni, Renato Pozzetto, Chiara Baschetti
FOTOGRAFIA: Federico Masiero
PAESE: Italia
DURATA: 91 Min
Trama
Guido, milanese, professore di lettere in un liceo di Napoli, affabile e
simpatico, quanto prevedibile e monotono, è stato lasciato dalla sua
fidanzata napoletana che gli ha preferito un maschio alfa aitante,
avventuroso e straniero, ma del nord d'Europa. Guido, quindi, rimane
solo a fronteggiare la crisi, malamente sostenuto dall'amicizia tenue e
non-sense di un suo ex alunno, diventato professore di ginnastica
(esemplificazione plastica del suo fallimento professionale). Cerca
conforto in cene su misura, ma il suo pensiero ossessivo ha un solo
scopo: vendicarsi della sua ex. Ogni tentativo è vano, non solo perché
goffo. Sprofondato nel tipico algoritmo del single di mezza età
senz'arte né parte, Guido apre inconsapevole le porte della sua
percezione emotiva, il giorno in cui la nuova vicina bussa per un po' di
zucchero. È bella, giovane, disponibile, tifosa, sensibile... insomma
perfetta, la donna ideale. Il suo nome è Silvia. Gli studi letterari non
gli vengono in soccorso a Guido non riconosce negli occhi ridenti e
fuggitivi e nella personalità lieta e pensosa una Silvia del tutto
ideale (certo calibrata sull'immaginario di un maschio italiano di oggi,
tra Milan e Van Gogh, lingerie e buona cucina). Scoppia l'amore e
accade che dalle stanze segrete di un amore perfetto, la coppia si
riversi per le strade di una Napoli iper-realistica, città abituata a
creder possibile l'impossibile, ma pazzo un uomo che parla da solo al
tavolo per due di una pizzeria del posto. Il suo unico amico, l'ex
studente con la tuta da ginnastica, lo scopre e allerta i genitori
(Ornella Vanoni e Bruno Pozzetto) che da Milano vanno in missione per
stanare il figlio e la sua ossessione.
Recensione
Con il ritmo da industria della commedia italiana del periodo d'oro,
Alessandro Genovesi torna in sala a distanza di pochi mesi dalla "sua" Soap Opera
(rappresentazione corale di un mondo artificiale da stabilimento
cinematografico) con una commedia sentimentale, remake napoletano di un
film brasiliano, A Mulher Invisivel, campione d'incassi. La
commedia delle "seconde nozze", o del ri-matrimonio, che fu cara alla
Hollywood degli anni Trenta e Quaranta, e che aveva riflettuto sui
rapporti di coppia, sulla donna nuova, sulla differenza dei sessi,
sembra qui riaversi ma in una versione casereccia e nostrana, non senza
alcune punte acuminate, almeno per chi ne sa saggiare lo spessore.
Senza pretese eccessive, in una confezione ben controllata e di gusto, forse meno "autoriale" della più sperimentale Soap Opera,
Genovesi intesse la sua tela disegnando un modo suo e originale,
tutt'altro che banale, capace di insinuarsi nelle maglie della commedia
portandola un po' più in là di quel che l'industria italiana oggi vuole e
riesce a fare. Ci piace di Genovesi, oltre a una scrittura ben
calibrata e alla capacità di far ben figurare i nostri attori (anche
quando molto televisivi), quella sua visionarietà un po' fumettistica,
garbatamente artefatta, iper-realistica ma non grottesca, moderatamente
inverosimile. La Napoli di questa Sorpresa è così, un po' immaginaria, ma mai troppo folcloristica, con qualche ammiccamento semmai a De Filippo e alla Loren.
Dario Zonta
C’era una volta, Dio. E vissero tutti felici e contenti.
Addio, Padre Nostro. A mai più rivederci, esseri celesti. Se non vi
vediamo, non vi crediamo. Abbiamo deciso di vivere come se non ci foste.
Nonostante questo… milioni di persone continuano a parlare con Gesù
Cristo, che chiamano “Fratello”. E con la Vergine Maria, che chiamano
“Madre”. Credono che siamo tutti figli di Dio e quindi lo chiamano
“Padre”.
L’Avvocato del Diavolo riceve una nuova missione: interrogare, senza
paura, chi confida ancora nelle ricette del Cielo. Sono dei truffatori? O
dei truffati? Se scoprirà che le loro convinzioni sono false,
continueremo come abbiamo fatto finora. Ma… se non fosse una favola?
ven 8_5 ore 21.15 sab 9_5 ore 21.15 dom 10_5 ore 18.00 e 21.00
GENERE: Commedia ANNO: 2014 REGIA: Olivier Nakache, Eric Toledano ATTORI: Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Issaka Sawadogo, Hélène Vincent, Christiane Millet, Jacqueline Jehanneuf, Liya Kebede
FOTOGRAFIA: Stéphane Fontaine MUSICHE: Ludovico Einaudi PAESE: Francia DURATA: 116 Min
Trama
Samba Cissé è senegalese e costretto da dieci anni in un centro di
accoglienza alle porte di Parigi. In attesa di un permesso di soggiorno e
incalzato dalla paura di essere espulso dalla Francia, Samba si rivolge
a un'associazione che si occupa di questioni giuridiche legate
all'immigrazione. L'associazione si prende a cuore il suo caso nella
persona di Alice, una giovane donna borghese in congedo lavorativo.
Affetta da sindrome da stress, Alice sembra trovare in Samba un rifugio e
una ragione per uscire dall'impasse. Allo stesso modo Samba è
convinto che Alice sia la chiave per regolarizzare la sua posizione
sociale. Tra espedienti, mestieri, sotterfugi, baci rubati, fughe ai
controlli e costante reinvenzione della sua identità, Samba troverà il
suo posto nel mondo e nel cuore di Alice.
Recensione
Quattro anni dopo lo straordinario successo di Quasi amici, Olivier Nakache e Éric Toledano realizzano Samba,
una commedia sociale che racconta in fondo la stessa storia, quella di
un borghese, offeso dall'handicap ieri e dalla depressione oggi, che
ritrova senso ed entusiasmo a fianco di un indigente nero. Se Omar Sy
interpreta una volta ancora il ruolo 'proletario', Charlotte Gainsbourg
subentra a François Cluzet
e incarna una donna d'affari riconciliata allo stesso modo con la vita
dopo un giro di valzer esotico. A cambiare sono le modalità con cui la
coppia Nakache-Toledano raggiunge il risultato. Se in Quasi amici la 'cura' veniva retribuita e passava attraverso "l'educazione" di Driss, in Samba i due protagonisti si prendono mutualmente cura l'uno dell'altro.
I registi correggono il tiro e bilanciano allora la loro commedia
popolare con l'ingresso leggero di Charlotte Gainsbourg, che combatte la
malinconia con ironia lunare, quello pesante dei clandestini, che
testimonia la volontà di affrontare la società francese in maniera
diretta, quello (est)etico del documentario, con cui i registi
approcciano il loro soggetto.
Film ambizioso, Samba va oltre Quasi amici
e getta la maschera, rivelando finalmente la visione utilitaristica
delle relazioni umane. C'è un disprezzo di classe, un solipsismo che
resiste in Alice e allo stesso modo c'é un'opacità e un egoismo che si
rivela in Samba, lucido sui benefici che gli deriverebbero frequentando
una bobo francese e disinvolto nel tradire un amico che
diventerà nemico, insinuando nel film la dimensione tragica. Questa
convenienza cinica, questa morale individualista sono la vera sorpresa
di Samba, un feel-good movie dal cuore 'nero' affondato nella Senna.
A ridimensionare il protocollo ecumenico di Nakache e Toledano provvede
anche l'interpretazione di Omar Sy, che questa volta nel suo incontro
con l'altro non si accontenta della carica di 'buffone terapeutico' e
rimanda l'ottimismo all'irrealtà. Ispirato da un romanzo di Delphine Coulin ("Samba pour la France"), Samba
è una commedia che fin dal principio passa per luoghi inconciliabili:
un palazzo nel centro di Parigi e un centro di accoglienza ubicato lungo
le piste dell'aeroporto Charles de Gaulle. Inconciliabilità che
rammenta che la visione esilarante e concorde tra classi, esibita in Quasi amici, nasce in una realtà differente che Samba guarda finalmente in faccia.
Marzia Gandolfi
ven 1_5 ore 21.15 sab 2_5 ore 21.15 dom 3_5 ore 18.00 e 21.00
GENERE: Drammatico ANNO: 2015 REGIA: Nanni Moretti SCENEGGIATURA: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella ATTORI: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Stefano Abbati, Beatrice Mancini, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Toni Laudadio, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Lorenzo Gioielli PAESE: Italia DURATA: 106 Min
Trama
Margherita sta girando un film impegnato sulla crisi economica italiana
dove si racconta lo scontro tra gli operai di una fabbrica e la nuova
proprietà americana che promette tagli e licenziamenti. Oltre a dover
gestire la complessità del set corale di un film politico, deve fare i
conti con le bizze della star italo-americana che ha scelto per
interpretare il ruolo del nuovo proprietario; un attore in crisi,
ostaggio della sua maschera di divo, qui esasperata dal provincialismo
del cinema italiano.
Margherita è separata, ha una figlia adolescente che frequenta
malvolentieri il liceo classico in ossequio alla tradizione famigliare
impressa dalla nonna (insegnante di latino e greco), ha un amante,
attore nel film impegnato, mollato all'inizio delle riprese, e una vita
confusa, solitaria e complicata. La concentrazione, richiesta per girare
un film così difficile, tutto spostato verso il lato pubblico e
politico, è minacciata dalle istanze del privato e dall'ombra sempre più
densa della possibile morte della madre che la costringe a un confronto
difficile e doloroso, soprattutto con se stessa e con il fratello
Giovanni, un ingegnere posato che si è preso un periodo di aspettativa
dal lavoro per accudire la madre malata di cuore, ricoverata con poche
speranze in un ospedale della capitale. Recensione Mia madre è un film profondo e sincero, tanto da essere quasi crudele per il lavoro che compie di scavo ineluttabile e autentico.
Non è il primo film in cui Moretti "mette a nudo" se stesso nel
confronto con in suoi alter-ego cinematografici. Lo ha sempre fatto. Ma
la natura di questo dialogo ha da qualche tempo assunto una qualità
diversa. È come se avesse avuto bisogno di liberarsi della sua stessa
maschera per guardarsi in faccia. E non è un caso che questo gesto
coincida con il graduale mettersi da parte dell'attore/regista a favore
di altri sembianti, figure, personaggi, attori. Moretti ha dovuto non
coincidere con la propria immagine per avviare un confronto con se
stesso. L'ha iniziato a fare con il Caimano e con Habemus Papam.
Ma lì la crisi e le domande (pubbliche e private) venivano assunte da
figure "politiche", mentre ora il confronto è con il ruolo del regista
nell'esercizio della sua funzione di direzione. Ecco, Moretti non ha
cercato scappatoie, vie di fuga, facili "neologismi". È andato diretto
al punto.
Ad aumentare la complessità di un film ricco di suggestioni
psicoanalitiche e di elementi autobiografici, c'è la scelta di trovare
se stessi nel corpo di una donna. Margherita (Buy), alter-ego di
Moretti, non si trasforma mai nell'icona dell'Apicella che fu. In questo
senso, lui e lei riescono in qualcosa di molto difficile: confondersi
l'uno nell'altra, dando vita a un genio complesso e originale.
A parte qualche piccola tentazione, dove è più evidente lo scambio di
ruoli, la Margherita del film è una figura autonoma, la cui sensibilità e
intelligenza non è eterodiretta. E lo stesso Moretti (che interpreta il
fratello Giovanni) vive in uno spazio riservato, metabolizzando
l'imminente morte della madre con una riservatezza commovente e laica,
lasciando alla sorella il primo piano di una crisi mai esasperata, ma
appunto profonda e complessa.
Ma c'è tanto di più in questo film così stratificato, solo in apparenza
intimista. Intorno al nucleo di un dolore privato, Moretti con i suoi
sceneggiatori e sceneggiatrici erige un edificio fatto di diversi piani,
ognuno dei quali sviluppa un discorso, un tema, una riflessione. Mia madre quindi è anche un film sul cinema, sul rapporto tra realtà e finzione.
La prima scena è uno scontro tra manifestanti operai e poliziotti. Per
come è stata girata, prim'ancora di scoprire il film nel film, si
intuisce che c'è puzza di "finzione", ma nel senso (potremmo dire tutto
italiano) di fasullo: le botte dei poliziotti non sono così realistiche,
l'azione dei manifestanti appare improbabile, l'azione è povera... non è
solo una sensazione, presto qualcuno grida "stop" e inizia a lamentare
la povertà della scena. È Margherita al centro del suo set che inizia a
mietere dubbi nei suoi collaboratori, facendosene carico lei stessa.
Parlando al direttore della fotografia che aveva posizionato la camera
dentro alla mischia riproducendo un senso di realismo brutale e
spettacolare, Margherita esprime il suo dubbio etico: "ma tu stai con i
poliziotti o con i manifestanti"? Domande che pochi si fanno, ormai, ma
che Moretti continua a fare e non è un caso che le sequenze del film nel
film, il racconto della protesta degli operai, siano così maldestre,
improbabili, finte (Moretti infatti non girerebbe mai un film così).
Ma c'è dell'altro, se volessimo andare a fondo. La dimensione politica e
pubblica, la lotta degli operai, la crisi economica così come
s'affacciano nel film sembrano aver perso ogni urgenza e necessità. Non
interessa a nessuno della sorte degli operai. In questo senso Mia madre è
un film che racconta una stanchezza e una inadeguatezza. L'ingegnere
Giovanni (interpretato da Moretti) si è messo in aspettativa per poi
dare le dimissioni e la regista Margherita gira il suo film politico
senza troppa convinzione, come fosse un dovere, con una certa stanchezza
e sfiducia verso il mezzo stesso, verso la finzione. Margherita, come
il suo divo americano dopo l'ennesima notte di ciak andati male, vuole
tornare alla realtà, che si quella tangibile del privato e qualcosa
d'altro in via di definizione.
In questo senso il film è di una cupezza esemplare, quasi senza scampo,
perché attraverso l'alter-ego, ci dice che il suo autore non riesce più a
credere che iquel cinema (il suo? quello italiano? quello di finzione?)
sia il modo più efficace per raccontare il presente politico e sociale.
Non per questo, sia ben chiaro, bisogna intendere Mia madre
come un'opera che si rifugia nell'intimismo e nel privato. Anzi proprio
nell'attivare questa dialettica così stringente tra individuo e società,
privato e pubblico, personale e politico, attore e regista, uomo e
icona... il film s'appresta ad essere un manifesto del nostro tempo
complesso e problematico. Dario Zonta
GENERE: Commedia, Drammatico ANNO: 2014 REGIA: Eric Lartigau SCENEGGIATURA: Stanislas Carre' De Malberg ATTORI: Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Roxane Duran, Louane Emera, Ilian Bergala, Mar Sodupe FOTOGRAFIA: Romain Winding MONTAGGIO: Jennifer Augé MUSICHE: Evgueni Galperine, Sacha Galperine PAESE: Francia DURATA: 106 Min
Trama
Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della
sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi.
Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il
veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi
prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a
scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo
professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio
France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o
seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso
impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole
niente è davvero perduto.
Recensione
Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier
è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema
dell'adolescente alla ricerca di un'identità stabile. Sospeso tra
focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau 'riorganizza' una
famiglia esuberante intorno a un'età per sua natura fragile e scostante.
A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente
dell'edizione francese di The Voice, che presta voce e
immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se
comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del
futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi
vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l'amore e spiccano
il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura
solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni,
pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben
ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e
sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore
nel mondo 'smorzato' dei malentendants, Lartigau elude lo
sguardo (fastidioso) dei 'normali' sui disabili, mettendo in scena una
famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella
difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita,
sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non
emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si
agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi
nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno
sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso
il linguaggio marcato dei segni. Linguaggio che regista e attori
dimostrano di saper adottare con sensibilità dentro un film good movie alla francese, che 'canta' Michel Sardou. Celebre chanteur
parigino, ammirato dal professore appassionato e coinvolto di Éric
Elmosnino, Sardou è il tappeto musicale che 'accompagna' il ritratto di
una famiglia in un interno domestico e in un esterno bucolico, lontano
dalle città e dentro una Francia atemporale e irriducibile, che alla
techno preferisce la chanson française, al formaggio di soia
quello a latte crudo, alle hall degli aeroporti le piazze di paese. Per
preservare 'quella Francia' i Bélier sono addirittura disposti a
scendere politicamente in campo e a battersi 'a gran voce'. In tempi di
crisi, la commedia di Lartigau ripara nei valori di cui Paula è in fondo
portatrice sana. Perché il suo distacco dalle 'origini' è solo fisico,
mai totale e lirico come le parole 'segnate' di Sardou ("Je vole").
Parafrasando la canzone, Paula "non fugge, lei vola" verso spazi e tempi
di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di
diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell'adolescenza e di
un'adolescente che deve apprendere un 'linguaggio' nuovo ed
evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare. Ispirato
al libro di Véronique Poulain ("Les Mots qu'on ne me dit pas"), La famiglia Bélier è abitato da un cast irresistibile, condotto da François Damiens e Karin Viard, genitori affatto 'sordi' a la maladie d'amour
e a quel fiume di note impetuose che cercano una melodia. Una melodia
che Paula legittima adesso con la sua voce (e le sue mani).
GENERE: Fantascienza, Thriller ANNO: 2015 REGIA: Gabe Ibáñez SCENEGGIATURA: Gabe Ibáñez, Igor Legarreta, Javier Sánchez Donate ATTORI: Antonio Banderas, Dylan McDermott, Melanie Griffith, Birgitte Hjort Sørensen, Robert Forster, Tim McInnerny, Andy Nyman PAESE: Bulgaria, Spagna DURATA: 109 Min
Trama
2044 la Terra sta andando verso la desertificazione e l'umanità lotta
per la sopravvivenza in un ambiente divenuto ostile. La razza umana
coesiste con i robot, creati per supportare la condizione di una società
in declino. L'agente assicurativo Jacq Vaucan (Antonio Banderas), che
lavora per una società di robotica, la Roc Robotics Corporation, indaga
su androidi difettosi. Durante una delle sue indagini scopre che alcuni
robot si sono evoluti, diventando una possibile minaccia per l'umanità.
In arrivo al Cinema Marconi una nuova maratona SCI-FI promossa dall'associazione Arte del Sogno! Il tema è: robot.
Si parte alle 21.30 con il film Autómata, diretto da Gabe Ibáñez con protagonista Antonio Banderas.
2044 la Terra sta andando verso la desertificazione e l'umanità lotta
per la sopravvivenza in un ambiente divenuto ostile. La razza umana
coesiste con i robot, creati per supportare la condizione di una società
in declino. L'agente assicurativo Jacq Vaucan (Antonio Banderas), che
lavora per una società di robotica, la Roc Robotics Corporation, indaga
su androidi difettosi. Durante una delle sue indagini scopre che alcuni
robot si sono evoluti, diventando una possibile minaccia per l'umanità.
Le altre proposte sono... una sorpresa! Durante gli intervalli sarà offerto un buffet. Biglietto unico € 8,00 - inizio proiezioni ore 21.30
Le Tre leggi della robotica:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere
che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva
danno. 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. (Isaac Asimov)
GENERE: Commedia ANNO: 2015 REGIA: Cristina Comencini SCENEGGIATURA: Cristina Comencini, Giulia Calenda ATTORI: Angela Finocchiaro, Virna Lisi, Valeria Bruni Tedeschi, Marisa Paredes, Candela Peña, Francesco Scianna, Jordi Molla, Lluís Homar, Neri Marcorè, Claudio Gioè, Toni Bertorelli, Pihla Viitala, Nadeah Miranda, Cecilia Zingaro PAESE: Francia, Italia DURATA: 114 Min
Trama
Nel decennale della morte di Saverio Crispo, divo del cinema italiano,
le due vedove e quattro delle cinque figlie, avute da cinque donne
diverse, si ritrovano nel paesino pugliese da cui aveva origine il padre
per una celebrazione che si trasformerà in una riunione di famiglia. E
che famiglia: cinque nazionalità diverse, una manciata di nipotini di
cui molti di nome Saverio, rivalità e di alleanze incrociate che durano
da sempre e che per l'occasione esplodono come mortaretti, una dietro
l'altra. Recensione
Cristina Comencini compone e scompone il ritratto corale di un'umanità
femminile che ruota introno al ricordo di un uomo attingendo al miglior
cinema europeo sull'argomento (Almodovar, Ozon, Monicelli,
per fare solo tre nomi) ma anche alla sua autobiografia di primogenita
di quattro sorelle, tutte figlie del mitico Luigi Comencini. E
costruisce un'allegoria non solo sul mondo muliebre ma anche sul cinema,
in particolare quello italiano: Latin Lover diventa così
(anche) un elogio della grandezza dello schermo e dei suoi volti, nonché
del cuore degli uomini e delle donne, quando vuole.
A tenere botta (e aggiungere del proprio) alla sceneggiatura firmata dal
duo madre e figlia Cristina Comencini e Giulia Calenda è un cast di
attrici in gran forma, con punte di diamante le più anziane: Marisa
Paredes, che "butta via" la sua scena madre con la grazia leggera che
hanno solo le grandi interpreti, e Virna Lisi (cui è dedicato il film),
che condivide la scena madre scritta invece per lei facendo ridere di
gusto le sue costar, con la generosità che hanno solo le attrici
autentiche.
L'impianto è fortemente teatrale ma i dialoghi hanno il ritmo e la
naturalezza del reale, e snocciolano piccole e grandi verità attraverso
la sensibilità (e la capacità di contraddizione) femminili. E il doppio
registro che fa leggere la storia come metafora cinematografica si snoda
lungo tutta la narrazione, facendo da ironico contrappunto
all'emotività che tracima dalle interpretazioni del cast, di cui fanno
parte anche alcuni uomini presi a prestito (come Paredes) dal cinema
almodovariano - Jordi Mollà e Lluís Homar - e tre italiani - Neri
Marcorè, Claudio Gioè e Toni Bertorelli - contenti di fare da spalla
alle colleghe. Al volto antico e autoironico di Francesco Scianna il
compito di interpretare l'uomo dei sogni, facendo esplicito omaggio un
po' a Volonté, un po' a Mastroianni e molto, moltissimo a Vittorio Gassman,
e attraverso di loro alle stagioni del cinema italiano - la commedia
anni Sessanta, l'impegno dei Settanta, gli spaghetti western, gli
excursus oltralpe e a Hollywood, persino un immaginario periodo
bergmaniano.
Ma Latin Lover appartiene all'impaccio esistenziale di Valeria
Bruni Tedeschi, alle nevrosi di Angela Finocchiaro, alla spontaneità
latina di Candela Peña, alla naiveté nordica di Pilha Viitala e
all'accento yankee di Nadeah Miranda che consente a Comencini di
chiudere in musical, senza vergogna. L'intero film si concede il lusso
dell'eccesso cinematografico citazionista e smaccatamente emozionale,
della celebrazione del lavoro d'attore attraverso movimenti di macchina
attentamente pianificati e poi abbandonati all'improvvisazione del
momento. Memore del suo Due partite la regista inscena
conversazioni da tè fra le signore ben attenta a "tagliare le scene con
troppe parole" e a lasciar filtrare la ferocia e il dolore che
attraversano i discorsi femminili.
Comencini mette a frutto il suo background altoborghese e la sua
conoscenza da insider del cinema ben sapendo che "la colpa è sempre del
regista", e fregandosene. E sulle sue donne, soprattutto le meno
giovani, punta una luce diretta che ne valorizza le rughe invece di
negarne il passato.
GENERE: Drammatico ANNO: 2014 REGIA: Ken Loach SCENEGGIATURA: Paul Laverty ATTORI: Barry Ward, Andrew Scott, Simone Kirby, Jim Norton, Brian F. O'Byrne, Aisling Franciosi FOTOGRAFIA: Robbie Ryan MUSICHE: George Fenton PAESE: Francia, Gran Bretagna, Irlanda DURATA: 106 Min
Trama
Nel 1921, un'Irlanda sull'orlo della guerra civile, Jimmy Gralton aveva
costruito nel suo paese di campagna un locale dove si poteva danzare,
fare pugilato, imparare il disegno e partecipare ad altre attività
culturali. Tacciato di comunismo era stato costretto a lasciare la
propria terra per raggiungere gli Stati Uniti. Dieci anni dopo Jimmy vi
fa ritorno e sono i giovani a spingerlo a riaprire il locale. Gralton è
inizialmente indeciso ma ben presto cede alle richieste. Chi gli era
stato ostile in passato torna a contrastarlo. Recensione
Ken Loach torna nell'Irlanda che aveva messo al centro del suo cinema ne Il vento che accarezza l'erba
e lo fa in modo apparentemente inusuale. Perché al centro di questa
storia ci sono uomini e donne che difendono quello che un tempo avremmo
definito un dancing. La musica che accompagna le dure immagini della
Depressione americana potrebbe aprire un film di Woody Allen
ma il contesto è e resta quello più amato dal regista inglese: la vita
di uomini e donne che cercano nella condivisione di idee e di spazi quel
senso della socialità che altri vorrebbero irregimentare per poterlo
controllare il più possibile. Quello che Jimmy Granton (attivista
socialista realmente esistito) edifica per due volte è di fatto un
centro sociale ante litteram in cui si possono condividere saperi ma
anche la gioia dello stare insieme. Definire 'peccaminose' le danze che
vi si praticano è, per la chiesa locale e per gli esponenti della
destra, solo un pretesto per impedire la circolazione di idee ritenute
pericolose. Chi frequenta la Pearse-Connolly Hall è spesso anche un buon
cristiano che partecipa alla messa domenicale. È proprio questo che va
colpito e debellato da quel potere ecclesiastico che però, a differenza
dei reazionari più retrivi, è ancora capace di comprendere l'onestà
degli intenti dell'avversario. Il film esce in un tempo in cui a Roma
siede un pontefice che ha dichiarato di saper ballare la milonga e di
non sostenere ovviamente il comunismo ma anche di aver conosciuto tante
brave persone che erano comuniste. Jimmy's Hall potrebbe piacergli.
GENERE: Avventura, Drammatico ANNO: 2015 REGIA: Jean-Jacques Annaud SCENEGGIATURA: Jean-Jacques Annaud, John Collee ATTORI: Feng Shaofeng, Shawn Dou, Ankhanyam Racchaam, Yin Zhusheng FOTOGRAFIA: Jean-Marie Dreujou MUSICHE: James Horner PAESE: Cina, Francia DURATA: 121 Min
Trama
Chen Zhen, giovane studente nella Cina della
'rivoluzione culturale', è trasferito in Mongolia da Pechino per educare
una comunità di pastori nomadi. In quella terra, piena di una bellezza
selvaggia e vertiginosa, è tuttavia Chen Zhen ad apprendere qualcosa
sugli uomini e sui lupi, che il governo comunista ha deciso di
sterminare. Colpevoli di 'frenare' l'avanzata del progresso della Cina
di Mao, i lupi vengono abbattuti da cuccioli o dentro safari crudeli,
che alterano l'equilibrio uomo-natura che le tribù mongole avevano
conquistato nei secoli. Affascinato dai lupi, Chen ne alleva uno di
nascosto, compromettendo a suo modo l'ordine naturale delle cose.
Recensione
Il cinema di Jean-Jacques Annaud ha da sempre due anime: qualche volta
si 'diverte' a precipitare i suoi protagonisti dentro una cultura
esotica (Bianco e nero a colori, Sette anni in Tibet) e qualche altra a elevare gli animali a protagonisti (L'orso, Due fratelli). Contrariamente al titolo e alle apparenze, L'ultimo lupo appartiene alla prima categoria. Blockbuster à l'ancienne e adattamento del romanzo di Lü Jiamin ("Il totem del lupo"), L'ultimo lupo è una storia cinese, raccontata da un francese, sul tramonto del nomadismo mongolo. 'Raccomandato' dalla sua amante,
film censurato in Cina ma il più visto illegalmente in Cina, Annaud è
stato ingaggiato dalla China Film Group Corporation per girare in
Mongolia un bestseller locale sulla civiltà nomade degli allevatori
mongoli e la colonizzazione comunista. Favola spettacolare, dentro un
cinema classico e popolare, L'ultimo lupo racconta l'avventura
di due allievi-precettori che lasciano Pechino per alfabetizzare le
comunità della Mongolia Interna e finiscono invece alfabetizzati.
Sedotti da quell'idillio pastorale e da un'arcaicità serena, in cui
uomini e animali convivono in armonia, bevono come il latte delle
giumente le parole del capo del villaggio, che insegna loro i rudimenti
di un equilibrio ecologico fondato su una cosmogonia animista. Il
regista francese svolge questa educazione concentrandosi sullo sguardo
di Chen Zhen, portatore critico della rivoluzione culturale di Mao.
Nella magnificenza dei paesaggi e sotto lo sguardo delle creature
selvagge della steppa, il film cerca e trova il battito barbaro del
cuore di Chen Zhen, sorpreso di frequente in primo piano e davanti
all'orizzonte come in una vecchia cartolina della propaganda comunista.
Cronaca della fine di un mondo e di un modo di vivere, L'ultimo lupo
esalta col 3D l'animale del titolo, divinità tutelare e predatore
antico. Venerato e temuto dai nomadi mon goli, il lupo condivide la
scena con Chen Zhen e la riempie con tutta la sua dignità. Se il vento
freddo e pungente della steppa increspa la sua pelliccia e lo coglie in
piena corsa, la terza dimensione trova la sua ragione nei piani fissi,
che ne afferrano la consumata immobilità e la maestosa monumentalità.
Misurando la loro perfetta fotogenia, la regia di Annaud elude esotismo e
antropomorfismo, privilegiando un modello di messa in scena in rilievo
che rende addirittura palpabile la presenza del lupo, vicino eppure
sfuggente. Pioniere di questa tecnologia, nel 1995 aveva girato in Imax
3D Wings of courage, l'autore rileva, dentro un paesaggio
irriducibile e sotto il pretesto di studiare i predatori di Chen Zhen,
la speranza chimerica di una conciliazione tra onnivori e carnivori, tra
un uomo di buona volontà e un animale selvaggio, tra una cultura nomade
e una sedentaria, che muore di fame e sogna una terra intorno al lago
in cui coltivare i suoi cereali. Dentro il recinto, eretto da Chen Zhen
per crescere il suo cucciolo, però qualcosa si perde, una perdita
ineluttabile, forse necessaria ma irreparabile. Fuori intanto urlano i
lupi, lupi senza pelliccia che rompono un equilibrio ancestrale sparando
agli animale e soffocando la volontà di libertà degli uomini. Marzia Gandolfi
GENERE: Drammatico ANNO: 2014 REGIA: Xavier Dolan SCENEGGIATURA: Xavier Dolan ATTORI: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément FOTOGRAFIA: André Turpin MONTAGGIO: Xavier Dolan PAESE: Canada, Francia DURATA: 140 Min
Trama
Diane è una madre single, una donna dal look aggressivo, ancora piacente
ma poco capace di gestire la propria vita. Sboccata e fumantina, ha
scarse capacità di autocontrollo e ne subisce le conseguenze. Suo figlio
è come lei ma ad un livello patologico, ha una seria malattia mentale
che lo rende spesso ingestibile (specie se sotto stress), vittima di
impennate di violenza incontrollabili che lo fanno entrare ed uscire da
istituti. Nella loro vita, tra un lavoro perso e un improvviso slancio
sentimentale, si inserisce Kyle, la nuova vicina balbuziente e remissiva
che in loro sembra trovare un inaspettato complemento.
Recensione
C'è spazio per una persona sola nei fotogrammi di Mommy. Letteralmente.
Il formato scelto da Xavier Dolan per il suo nuovo film infatti è più
stretto di un 4:3. Inusuale e con un altezza leggermente maggiore della
larghezza, costringe a prevedere una persona sola in ogni inquadratura o
a strizzarne due per poterle guardare da vicino. Come un letto a una
piazza. Attraverso questa visione simile a una gabbia, Dolan racconta di
nuovo di un figlio e una madre, cercando di cogliere una complessità
inedita nella storia della rappresentazione di questo rapporto al cinema
e finendo per creare tre personaggi lontani da qualsiasi paragone o
altri esempi già visti, che si presentano come destinati all'infelicità
sebbene condannati a provare a sfuggirgli. Intrappolati in un formato
claustrofobico, non gli rimane che sognare la libertà e serenità di un
irraggiungibile 16:9.
Nonostante infatti un inizio di gran ritmo e divertimento, lentamente i
medesimi eccessi che suscitano risate diventano una catena. Le battute e
le interazioni non cambiano ma dal ridicolo si passa alla compassione
quando da un livello superficiale di osservazione si entra dentro alla
famiglia e ciò che ci appariva divertente si trasforma in un inferno. E'
solo una delle tante piccole raffinatezze di questo quinto film di
Xavier Dolan, sempre caratterizzato dalla volontà di non negarsi il
piacere della sottolineatura (i consueti ralenti, il gioco con i
formati, l'uso di musiche molto note) in storie che nulla hanno di
normale. La grande dote del cineasta ragazzino è di immaginare archi
narrativi diversi da quelli cui siamo abituati, storie che cercano il
coinvolgimento senza ricorrere al consueto ma anzi stimolando curiosità
nuove, e di saper condire tutto ciò con una capacità di generare
immagini come pochi altri sanno inventare. Steve che zittisce la madre
mettendole una mano sulla bocca e poi bacia il dorso della mano stessa
frapposta tra le loro labbra è un momento di inusitata forza, perfetto
per chiarire d'un colpo il loro rapporto fatto di soprusi e violenza che
alimentano e rendono difficile comunicare amore.
Dolan ha il merito indubbio di cercare le sensazioni forti unito al
pregio di trovarle, fa di tutto per strappare lacrime ed è quindi molto
difficile non commuoversi di fronte ad un certo pietismo per l'illusoria
ricerca di un'impossibile felicità che anima le speranze dei
personaggi. Confondere il desiderio di catarsi di un'autore che sa
picchiare come un pugile professionista con il bieco arruffianamento del
pubblico sarebbe però una prospettiva miope incapace di comprendere il
più bel film passato al Festival di Cannes.
Dopo tre film che in un modo o nell'altro mettevano in contrasto madri
disamorate con figli bisognosi di comprensione, ora Dolan è passato
dall'altra parte della barricata e il risultato ne guadagna. Steve è il
meno gestibile dei figli possibili, malato e bisognoso d'affetto è
capace di distruggere tutto quel che gli è intorno e sua madre forse è
il soggetto meno indicato per curarlo, prendere una parte questa volta è
impossibile, perchè ci vorrebbe la migliore delle famiglie per Steve,
invece si ritrova una donna incapace a gestire anche se stessa. Da qui Mommy
parte verso i lidi meno prevedibili, perchè nella violenza che
caratterizza il loro rapporto lentamente emerge una delle forme d'amore
più genuine che si possano immaginare, comunicato senza nessuna
sottigliezza, solo urlando e passando per clamorose scenate. Mentre il
mondo intorno a loro pensa che si odino, lo spettatore lentamente
comprende che non è così.
Il salto di qualità però Mommy lo fa non puntando unicamente su
un contrasto titanico che da solo basterebbe ad animare il film.
Ambientando la storia in un futuro a breve termine (solo un anno in
avanti) introduce elementi di fantasia come una legge inesistente che
gli consente di piegare gli eventi in maniere altrimenti impossibili
(oltre ad affermare una libertà creativa dissetante), in più tra madre e
figlio posiziona anche un terzo personaggio che alla lunga si rivela il
più interessante: una vicina di casa con problemi psicosomatici di
balbuzie e una vita che forse non l'aiuta. Remissiva, specie se
confrontata ai due tifoni umani che comincia a frequentare, la Kyla di
Suzanne Clement introduce lo spettatore nell'assurda vita della famiglia
Deprés ma dopo poco supera lo statuto di "personaggio osservatore" e
diventa un terzo polo d'attrazione sentimentale, lasciando entrare
un'emotività sommessa da dove nessuno se l'aspetterebbe. Gabriele Niola
dom 5_4 (Pasqua) ore 18.00 e 21.00 lun 6_4 ore 18.00 e 21.00
GENERE: Drammatico, Guerra, Sentimentale
ANNO: 2015
REGIA: Saul Dibb
SCENEGGIATURA: Saul Dibb, Matt Charman
ATTORI: Michelle Williams, Kristin Scott Thomas, Matthias Schoenaerts, Sam Riley, Margot Robbie, Ruth Wilson, Lambert Wilson, Eileen Atkins, Harriet Walter, Tom Schilling
PAESE: Canada, Francia, Gran Bretagna
DURATA: 107 Min
Trama
Dal celebrato romanzo di Irène Némirovsky, SUITE FRANCESE, è il racconto
dell’amore bruciante di un uomo e una donna travolti dalla Storia.
Ambientato in Francia nel 1940, il film narra della bellissima Lucile
Angellier (Michelle Williams) che nell'attesa di ricevere notizie del
marito prigioniero di guerra, vive un'esistenza soffocante insieme alla
suocera, donna dispotica e meschina (Kristin Scott Thomas). La vita di
Lucile viene stravolta quando i parigini in fuga si rifugiano nella
cittadina dove vive e la città viene invasa dai soldati tedeschi che
occupano le loro case. Inizialmente Lucile ignora la presenza di Bruno
(Matthias Schoenaerts) un raffinato ufficiale tedesco che è stato
dislocato nella loro abitazione. Ma dopo l'iniziale indifferenza, Lucile
"si risveglia" e inizia a esplorare sentimenti sepolti che la
porteranno inevitabilmente verso Bruno...
Recensione
Quando un romanzo come “Suite francese” arriva sullo
schermo, non è solo il lettore a chiedersi se il film riuscirà a
rappresentarlo al meglio, ma anche il regista e - in questo caso -
cosceneggiatore a sentire la responsabilità di rendere giustizia al
capolavoro incompiuto di una grande scrittrice, scritto durante
l'occupazione della Francia nei tristi giorni di Vichy e affidato
dall'autrice alle figlie bambine prima di scomparire per sempre ad
Auschwitz. Un'opera conservata per 60 anni e mai letta, scritta in una calligrafia minuta, ritenuta a torto un diario e poi scoperta come romanzo, pubblicata nel 2004 e diventata caso letterario e libro amatissimo in tutto il mondo.
Concepito dall'autrice Irène Némirovsky come un grande affresco in cinque parti sulla tragedia della guerra e i suoi effetti sulla popolazione civile, sul modello di “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, “Suite francese”
resta l'unico romanzo contemporaneo al conflitto, visto attraverso uno
sguardo femminile (per altri versi gli è analogo un altro testo francese
importante come “Il silenzio del mare” di Vercors). Proprio le donne sono protagoniste di “Dolce”, la seconda parte del romanzo, che Saul Dibb
intelligentemente integra con la prima, cronaca dell'esodo dei
cittadini parigini verso la campagna: donne sole con mariti, figli o
fidanzati in guerra o prigionieri, donne giovani e senza uomini,
disposte a fraternizzare col nemico pur di sentirsi ancora belle e amate
e donne vecchie piene di odio verso chi ha portato via i loro cari. Leggi tutto
GENERE: Drammatico ANNO: 2014 REGIA: Bennett Miller SCENEGGIATURA: Dan Futterman, E. Max Frye ATTORI: Steve Carell, Mark Ruffalo, Channing Tatum, Anthony Michael Hall, Sienna Miller, Vanessa Redgrave, Guy Boyd FOTOGRAFIA: Greig Fraser MONTAGGIO: Stuart Levy PAESE: USA DURATA: 134 Min Trama
Il campione olimpico di lotta Mark Schultz viene
contattato da emissari del miliardario John du Pont. Costui, erede della
dinastia di industriali, vuole costruire un team di lottatori che tenga
alto il prestigio degli Usa alle Olimpiadi di Seul del 1988. Lui ne
sarà il finanziatore e il coach. Mark vede in questo invito l'occasione
per affrancarsi dal fratello maggiore, anch'egli campione, ma deve ben
presto accorgersi che Du Pont soffre di disturbi psicologici originati
da una totale dipendenza dal giudizio dell'anziana madre.
Recensione
Quando all'inizio di un film si legge la scritta "Ispirato a fatti
realmente accaduti" lo spettatore attento viene assalito dal timore di
una ricostruzione cronachistica. Non è quanto accade nel film di Bennett
Miller che sa andare oltre i fatti per scavare nella complessità delle
psicologie dei protagonisti di una vicenda che vide al centro l'erede
della famiglia che, con la vendita di munizioni, costruì un impero a
partire dalla Guerra di Secessione. In Mark leggiamo la complessità di
un sistema sportivo statunitense che fa crescere campioni che credono di
possedere una cultura (si è laureato) mentre invece sono stati
semplicemente tollerati grazie alle loro qualità atletiche. Il campione è
tanto possente fisicamente quanto fragile psicologicamente e proprio
per questo, seppur con qualche reticenza, pronto a mettersi al servizio
di chi gli prospetta un grande futuro. È però a uno Steve Carell al
massimo della sua forma attoriale che viene affidato il compito di
calarsi nelle posture e negli atteggiamenti di un personaggio che a
tratti ricorda, nel suo rapporto con la madre, il Norman Bates di Psyco.
John du Pont è un reazionario psicopatico che cerca, senza mai
trovarla, l'approvazione dell'anziana genitrice. Il suo rapporto con
Mark diviene progressivamente morboso: il ragazzo deve conquistare i
trofei che a lui, mai realmente cresciuto, la vita ha negato. Questo
però non gli impedisce di avviarlo all'uso della cocaina e poi,
dubitando dei risultati, dal riproporgli la presenza di un fratello
temuto proprio perché consapevole della serietà che è richiesta per
conseguire l'eccellenza in qualsiasi campo (e in particolare in quello
sportivo). La progressione verso l'abisso è inevitabile: la lotta contro
il malessere esistenziale si rivela molto più insidiosa di quella
affrontata in una palestra: alla fine non ci sono vincitori ma solo
sconfitti.