In Bruges - La coscienza dell'assassino


ven 09_04 ore 21.15

REGIA: Martin McDonagh
SCENEGGIATURA: Martin McDonagh
ATTORI: Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, Clémence Poésy, Jordan Prentice, Jérémie Renier, Eric Godon, Thekla Reuten, Anna Madeley,
FOTOGRAFIA: Eigil Bryld
MUSICHE: Carter Burwell
PAESE: Belgio, Gran Bretagna 2008
GENERE: Azione, Commedia
DURATA: 110 Min






Ray e Ken, due killer di professione, giungono a Bruges nel Belgio. Li ha inviati lì il loro boss Harry dopo che un omicidio non è andato nel modo programmato. Ora i due debbono attendere disposizioni in una città che loro, irlandesi, non avevano mai visitato e che Ray disprezza. Mentre Ken, non solo per ingannare il tempo dell'attesa, decide di girare per le sue strade e ammirare le opere d'arte che musei e chiese racchiudono, Ray si chiude in una sorta di resistenza passiva. Ma sarà Chloe, una ragazza incontrata per caso e che ha qualche angolo oscuro nella sua vita, che farà uscire il giovane irlandese dalla sua indifferenza mettendolo in contatto con un mondo sconosciuto che non può però far velo a un'attesa che implica comunque la morte di qualcuno.
Martin McDonagh, molto noto in Gran Bretagna e Irlanda per le sue opere teatrali, ha ottenuto nel 2006 l'Oscar per il miglior cortometraggio ed ora si presenta a un più vasto pubblico con questa sua opera prima che merita una particolare attenzione. La malinconia del killer, il suo spleen sono già stati raccontati innumerevoli volte al cinema e Scorsese ne ha magistralmente fatto uno dei suoi temi preferiti. Ma a McDonagh riesce un'impresa quasi impossibile: realizzare un film con pochissima azione senza perdere di tensione per un attimo e riuscendo a inserire attorno ai tre protagonisti numerosi personaggi secondari ma non per questo meno 'necessari' alla vicenda.
In questo ricorda il Melville di I senza nome. Riesce però a fare di più. Trasforma con grande abilità la città e l'arte di cui sono permeate le sue stesse vie in un elemento determinante nell'evoluzione dei personaggi. Quante volte al cinema ci troviamo dinanzi a città-cartolina utilizzate solo perché la film commission locale è abile nell'attrarre le produzioni offrendo loro particolari vantaggi. In questo caso invece, sin quasi dall'inizio quando Ken (magistralmente cesellato da Brendan Gleeson) propone di salire in cima alla torre più alta per vedere la piazza dall'alto e Ray (un Colin Farrell a cui lavorare con Woody Allen ha fatto un gran bene) gli replica con un diniego, la città passa dallo sfondo al primo piano della narrazione. Questi due 'turisti per forza' sono due uomini in ricerca. L'uno trova nei quadri e nelle sculture talvolta delle esplicite risposte e talaltra nuove e tormentate domande. L'altro finisce con il cercare tra la gente con l'irruenza che gli è connaturata un 'perché' al male che causa a se stesso così come agli altri.
Su di loro aleggia la solo apparentemente contenuta violenza di Harry quasi in agguato, in attesa di poter lacerare quel tessuto sottile fatto di umanità che si va ricostituendo nei due uomini e che non può essere ammesso da chi non è in grado di comprenderlo. Ray e Ken, due killer di professione, giungono a Bruges nel Belgio. Li ha inviati lì il loro boss Harry dopo che un omicidio non è andato nel modo programmato. Ora i due debbono attendere disposizioni in una città che loro, irlandesi, non avevano mai visitato e che Ray disprezza. Mentre Ken, non solo per ingannare il tempo dell'attesa, decide di girare per le sue strade e ammirare le opere d'arte che musei e chiese racchiudono, Ray si chiude in una sorta di resistenza passiva. Ma sarà Chloe, una ragazza incontrata per caso e che ha qualche angolo oscuro nella sua vita, che farà uscire il giovane irlandese dalla sua indifferenza mettendolo in contatto con un mondo sconosciuto che non può però far velo a un'attesa che implica comunque la morte di qualcuno.
Martin McDonagh, molto noto in Gran Bretagna e Irlanda per le sue opere teatrali, ha ottenuto nel 2006 l'Oscar per il miglior cortometraggio ed ora si presenta a un più vasto pubblico con questa sua opera prima che merita una particolare attenzione. La malinconia del killer, il suo spleen sono già stati raccontati innumerevoli volte al cinema e Scorsese ne ha magistralmente fatto uno dei suoi temi preferiti. Ma a McDonagh riesce un'impresa quasi impossibile: realizzare un film con pochissima azione senza perdere di tensione per un attimo e riuscendo a inserire attorno ai tre protagonisti numerosi personaggi secondari ma non per questo meno 'necessari' alla vicenda.
In questo ricorda il Melville di I senza nome. Riesce però a fare di più. Trasforma con grande abilità la città e l'arte di cui sono permeate le sue stesse vie in un elemento determinante nell'evoluzione dei personaggi. Quante volte al cinema ci troviamo dinanzi a città-cartolina utilizzate solo perché la film commission locale è abile nell'attrarre le produzioni offrendo loro particolari vantaggi. In questo caso invece, sin quasi dall'inizio quando Ken (magistralmente cesellato da Brendan Gleeson) propone di salire in cima alla torre più alta per vedere la piazza dall'alto e Ray (un Colin Farrell a cui lavorare con Woody Allen ha fatto un gran bene) gli replica con un diniego, la città passa dallo sfondo al primo piano della narrazione. Questi due 'turisti per forza' sono due uomini in ricerca. L'uno trova nei quadri e nelle sculture talvolta delle esplicite risposte e talaltra nuove e tormentate domande. L'altro finisce con il cercare tra la gente con l'irruenza che gli è connaturata un 'perché' al male che causa a se stesso così come agli altri.
Su di loro aleggia la solo apparentemente contenuta violenza di Harry quasi in agguato, in attesa di poter lacerare quel tessuto sottile fatto di umanità che si va ricostituendo nei due uomini e che non può essere ammesso da chi non è in grado di comprenderlo. Ray e Ken, due killer di professione, giungono a Bruges nel Belgio. Li ha inviati lì il loro boss Harry dopo che un omicidio non è andato nel modo programmato. Ora i due debbono attendere disposizioni in una città che loro, irlandesi, non avevano mai visitato e che Ray disprezza. Mentre Ken, non solo per ingannare il tempo dell'attesa, decide di girare per le sue strade e ammirare le opere d'arte che musei e chiese racchiudono, Ray si chiude in una sorta di resistenza passiva. Ma sarà Chloe, una ragazza incontrata per caso e che ha qualche angolo oscuro nella sua vita, che farà uscire il giovane irlandese dalla sua indifferenza mettendolo in contatto con un mondo sconosciuto che non può però far velo a un'attesa che implica comunque la morte di qualcuno.
Martin McDonagh, molto noto in Gran Bretagna e Irlanda per le sue opere teatrali, ha ottenuto nel 2006 l'Oscar per il miglior cortometraggio ed ora si presenta a un più vasto pubblico con questa sua opera prima che merita una particolare attenzione. La malinconia del killer, il suo spleen sono già stati raccontati innumerevoli volte al cinema e Scorsese ne ha magistralmente fatto uno dei suoi temi preferiti. Ma a McDonagh riesce un'impresa quasi impossibile: realizzare un film con pochissima azione senza perdere di tensione per un attimo e riuscendo a inserire attorno ai tre protagonisti numerosi personaggi secondari ma non per questo meno 'necessari' alla vicenda.
In questo ricorda il Melville di I senza nome. Riesce però a fare di più. Trasforma con grande abilità la città e l'arte di cui sono permeate le sue stesse vie in un elemento determinante nell'evoluzione dei personaggi. Quante volte al cinema ci troviamo dinanzi a città-cartolina utilizzate solo perché la film commission locale è abile nell'attrarre le produzioni offrendo loro particolari vantaggi. In questo caso invece, sin quasi dall'inizio quando Ken (magistralmente cesellato da Brendan Gleeson) propone di salire in cima alla torre più alta per vedere la piazza dall'alto e Ray (un Colin Farrell a cui lavorare con Woody Allen ha fatto un gran bene) gli replica con un diniego, la città passa dallo sfondo al primo piano della narrazione. Questi due 'turisti per forza' sono due uomini in ricerca. L'uno trova nei quadri e nelle sculture talvolta delle esplicite risposte e talaltra nuove e tormentate domande. L'altro finisce con il cercare tra la gente con l'irruenza che gli è connaturata un 'perché' al male che causa a se stesso così come agli altri.
Su di loro aleggia la solo apparentemente contenuta violenza di Harry quasi in agguato, in attesa di poter lacerare quel tessuto sottile fatto di umanità che si va ricostituendo nei due uomini e che non può essere ammesso da chi non è in grado di comprenderlo. Giancarlo Zappoli