27/01/15

The imitation game

 
sab 31_01 ore 21.15
dom 1_02 ore 18.15 e 21.00
 
 
 GENERE: Biografico, Drammatico, Thriller
ANNO: 2014
REGIA: Morten Tyldum
SCENEGGIATURA: Graham Moore
ATTORI: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Charles Dance, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear, Tuppence Middleton, Allen Leech, Steven Waddington, Tom Goodman-Hill, Matthew Beard, James Northcote
FOTOGRAFIA: Óscar Faura
MONTAGGIO: William Goldenberg
PAESE: USA
DURATA: 114 Min



 
Trama
Manchester, primi anni '50. Alan Turing, brillante matematico ed esperto di crittografia, viene interrogato dall'agente di polizia che lo ha arrestato per atti osceni. Turing inizia a raccontare la sua storia partendo dall'episodio di maggiore rilevanza pubblica: il periodo, durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui fu affidato a lui e ad un piccolo gruppo di cervelloni, fra cui un campione di scacchi e un'esperta di enigmistica, il compito di decrittare il codice Enigma, ideato dai Nazisti per comunicare le loro operazioni militari in forma segreta. È il primo di una serie di flashback che scandaglieranno la vita dello scienziato morto suicida a 41 anni e considerato oggi uno dei padri dell'informatica in quanto ideatore di una macchina progenitrice del computer.
 
Recenione
The Imitation Game rivela le sue intenzioni fin dal titolo: perché è un gioco di sotterfugi e contraffazioni che riguarda non solo il codice nazista, ma anche la stessa attività del gruppo di esperti riuniti per decifrarlo, costretti ad operare sotto copertura. Più profondamente, il "gioco imitativo" caratterizza la vita stessa di alcuni di quegli scienziati, Turing in testa, obbligato a nascondere la propria diversità al mondo, e in particolare a quella società inglese che sforna eccentrici e poi li confina ai margini del proprio rigido e ottuso conformismo.
Turing, una sorta di idiot savant con un prodigioso talento per i numeri e una parallela inettitudine per la convivenza sociale, è il martire perfetto, in questo schema claustrofobico: infatti immolerà il suo genio per la salvezza di tutti, costruendo un macchinario di nome Christopher (cioè "colui che porta Cristo"), e cadendo vittima della ristrettezza di vedute di chi non possedeva neanche un grammo della sua capacità visionaria. Una mente prodigiosa costretta a vivere "in codice", e incapace di decifrare i comportamenti altrui, né di tradurre i propri in comunicazione umana.
The Imitation Game è un film "imitativo" nel senso migliore del termine perché tiene visibilmente conto della lezione di molto cinema recente, e crea un racconto che pare la quintessenza della messinscena televisiva britannica alla Masterpiece Theatre partendo però da una prospettiva "altra". Il regista infatti è il norvegese Morten Tyldum, che si accosta al materiale con totale rispetto dei codici di comunicazione inglesi per raccontarne le contraddizioni e i limiti deumanizzanti. In questo senso la sua operazione non è dissimile da quella realizzata da un altro regista scandinavo, Tomas Alfredson, con il suo La talpa: non è un caso che alcuni attori (Benedict Cumberbatch, che ha il ruolo di Turing, e Mark Strong) e soprattutto la scenografa Maria Djurkovic, abbiano partecipato a entrambi i film. Non è un caso neppure che parte del team creativo dietro The Imitation Game sia europeo ma non inglese: oltre al regista e alla Djurkovic, che è anglo-cecoslovacca, ci sono il direttore della fotografia spagnolo Oscar Faura e il compositore francese Alexandre Desplat. La loro "Inghilterra ai tempi della guerra" è borderline disneyana (si pensi a Pomi d'ottone e manici di scopa) ma è proprio questa rappresentazione iconica a rendere il contrasto con la diversità non omologabile di Turing così stridente. Quell'Inghilterra è la metafora dell'understatement inteso come volontà caparbia di annullare qualsiasi forma di disobbedienza alla "normalità". È l'Inghilterra del rispetto cieco delle tradizioni e delle gerarchie, quella dei burocrati e dei segreti di famiglia conservati in naftlina. È infine l'Inghilterra che si appella al genio di Turing per salvarsi la pelle, ma è pronta a gettare il suo salvatore in pasto alla buoncostume.
The Imitation Game tiene conto di svariati esempi cinematografici recenti, da A Beautiful Mind a The Social Network - la struttura narrativa a flashback e forward di Aaron Sorkin è chiaramente un modello per lo sceneggiatore, Graham Moore - nel ritratto di un protagonista il cui genio viaggia di pari passo con la sua asocialità ai limiti dell'autismo, ma anche del background recitativo di Benedict Cumberbatch, che porta nella sua interpretazione di Turing l'eredità del Julian Assange di Il quinto potere e dello Sherlock Holmes televisivo, creando una continuità ideale fra l'eccentricità irriducibile di ieri e di oggi.
Paola Casella 
 
Approfondimenti

26/01/15

La spia - A Most Wanted Man

ven 30_01 ore 21.15

 GENERE: Thriller
ANNO: 2014
REGIA: Anton Corbijn
SCENEGGIATURA: Andrew Bovell
ATTORI: Rachel McAdams, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Willem Dafoe, Daniel Bruehl, Nina Hoss, Martin Wuttke
FOTOGRAFIA: Benoît Delhomme
MONTAGGIO: Claire Simpson
PAESE: Germania, Gran Bretagna, USA
DURATA: 122 Min







Trama
Ad Amburgo e all'indomani degli attentati terroristici dell'undici settembre, Issa Karpov, un povero diavolo di origine russo-cecena, approda nel porto deciso a recuperare il denaro che suo padre, uno spietato criminale di guerra, ha accumulato impunemente. Allertati i servizi segreti tedeschi e americani, spetta a Günther Bachmann scoprire se Issa Karpov è un innocente coinvolto in una storia più grande di lui o un pericoloso terrorista pronto a fare esplodere Amburgo. Cinico e deluso col vizio dell'alcol e della solitudine, Bachmann non può sbagliare e deve riscattare un passato e un fallimento pesante. Costretto suo malgrado a lavorare con un agente americano, con cui sembra nascere un'intesa sentimentale e professionale, Günther Bachmann è deciso a distinguere il bene dal male e a consegnare alla giustizia soltanto i cattivi, quelli che si nascondono dietro una mitezza e una filantropia di facciata.

Recensione
Tre degli attentatori dell'undici settembre erano di base ad Amburgo. Da quel giorno la città portuale tedesca divenne un sito ad alto rischio, sorvegliato dai servizi segreti tedeschi e americani, compresi nel tentativo di anticipare un'eventuale minaccia terroristica. È in questo contesto geopolitico che si muove il romanzo di John le Carré, thriller politico tradotto per lo schermo da Anton Corbijn. Fattura classica e raffinata tessitura dei procedimenti narrativi, La spia - A Most Wanted Man è un film trattenuto, introverso e ossessionato dai dilemmi morali e dall'ingerenza degli americani negli affari mondiali. Nel mondo evocato da Corbijn per dare corpo alla complessa indagine pensata da le Carrè, si trascina il protagonista greve e stropicciato di Philip Seymour Hoffman.
Corpo informe e sguardo dolente, il suo Günther Bachmann è finito in una sorta di 'ritiro coatto' dopo il repulisti successivo all'undici settembre. In un garage anonimo di Amburgo sconta adesso il rimorso per qualcosa che avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Eppure Günther Bachmann il suo lavoro lo fa e lo sa fare bene dentro un quotidiano privo di cromie e passioni. L'agente americano di Robin Wright e l'avvocato sociale di Rachel McAdams sono le uniche sfumature di rosa tollerate e ostinate che finiranno per impattare violentemente la figura screpolata e depressa di Bachmann, senza entusiasmi e difficilmente riconducibile all'immaginario spionistico abituale. Ma proprio lì sta (tutta) la bellezza della letteratura e dei personaggi le carreriani, lontani dagli agenti segreti charmant e ipersessuati con un Martini in mano e una Walther PPK nell'altra.
Costruito come La talpa di Tomas Alfredson con grande consapevolezza contro un sistema di attese sedimentate dentro il genere, La spia - A Most Wanted Man gioca la sua partita a un livello più profondo. È una spy story anomala, che all'azione preferisce l'introspezione, al dinamismo il gioco intellettuale. Abile nel comprimere nei tempi e nei modi cinematografici il romanzo intricato e ricco di sfumature di le Carré, il regista (e fotografo) olandese affida a Philip Seymour Hoffman, nella sua ultima interpretazione, il peso nascosto nell'anima del suo personaggio, un dolore senza condivisione e senza lacrime sprofondato nell'alcol e nelle poltrone. Poltrone di uffici e edifici verticali in cui si lavora per la sicurezza nazionale ma si è incapaci di provvedere alla propria. Perché Günther Bachmann non trova sbocchi al lutto indefinito che lo agita e lo isola dalla sua squadra e dentro un epilogo di insolita malinconia.
Come Alfredson con Gary Oldman, così Corbijn beneficia del talento enorme di Seymour Hoffman che ci lascia per sempre. La sua ultima replica è un grido di rabbia, il suo ultimo piano un perfetto epitaffio. Disilluso, solo e smisurato, esce di scena e dalla sua Mercedes. Perché i veri attori non sono quelli che godono all'accendersi delle luci ma quelli che decidono quando le luci si possono spegnere. Marzia Gandolfi

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25/01/15

Asterix e il regno degli Dei


Cinema Junior
dom 1_02 ore 14.45 e 16.30
dom 8_02 ore 14.45 e 16.30
 
 
 GENERE: Animazione, Avventura
ANNO: 2014
REGIA: Alexandre Astier, Louis Clichy
SCENEGGIATURA: Alexandre Astier
PRODUZIONE: M6 Studio, Belvision, Société Nouvelle de Cinématographie (SNC)
DISTRIBUZIONE: Koch Media Italia
PAESE: Francia, USA
DURATA: 85 Min
 
 
 
 
 
Trama
Asterix, Obelix e compagni tornano, in questa nuova pellicola d'animazione, con una nuova avventura; la prima realizzata completamente in computer grafica 3D. Si tratta della trasposizione animata del diciassettesimo albo della serie e racconta di un nuovo pericolo che incombe sui Galli. Privandoli della loro principale risorsa, il bosco, e nel tentativo di indebolirli e "civilizzarli", Cesare decide, infatti, di costruire proprio fuori dal loro villaggio una zona residenziale per nobili romani chiamata "il regno degli Dei". I quali naturalmente vanno al villaggio per rifornirsi, alterando così abitudini ed equilibri. Tra tutti solo Panoramix, Asterix ed Obelix si accorgono del pericolo e come sempre toccherà ai nostri eroi salvare la situazione  

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19/01/15

The Water Diviner

sab 24_01 ore 21.15
dom 25_01 ore 18.15 e 21.00

GENERE: Drammatico, Guerra
ANNO: 2014
REGIA: Russell Crowe
SCENEGGIATURA: Andrew Anastasios, Andrew Knight
ATTORI: Russell Crowe, Jai Courtney, Olga Kurylenko, Isabel Lucas, Deniz Akdeniz, Jacqueline McKenzie, Ryan Corr, Damon Herriman, Cem Yilmaz, Robert Mammone, Michael Dorman
FOTOGRAFIA: Andrew Lesnie
PAESE: Australia, Turchia, USA
DURATA: 110 Min




Trama
Il film, ambientato quattro anni dopo la devastante battaglia di Gallipoli, in Turchia, durante la Prima Guerra Mondiale, vede protagonista Connor (Russell Crowe), un agricoltore australiano che intraprende un lungo viaggio verso la Turchia alla ricerca della verità riguardo la sorte dei suoi tre figli, dati per dispersi in battaglia. Qui instaura una relazione con una bellissima donna turca (Olga Kurylenko), proprietaria dell'albergo in cui alloggia. Animato dalla speranza e forte dell'aiuto di un ufficiale turco, Connor attraversa il Paese sulle tracce dei suoi figli. via

Recensione
Quando in un film risuona il nome di Gallipoli la memoria dell'appassionato di cinema non può non ritornare a Gli anni spezzati di Peter Weir. Si tratta di un modello inarrivabile e Russell Crowe ne è sicuramente consapevole nel momento in cui affronta la sua prima regia tornando ad occuparsi di quello che fu letteralmente un massacro di giovani soldati australiani che già, a poca distanza dagli avvenimenti, venne portato sugli schermi australiani da ben due società di produzione cinematografica. Se però Weir lo raccontava dall'interno, Crowe decide di omaggiare la storia della terra che gli ha dato i natali partendo da un doppio esterno. Inizialmente infatti veniamo collocati non nelle postazioni australiane ma invece nelle trincee turche e a seguire siamo condotti a 9000 miglia di distanza in Australia dove Connor, quattro anni dopo, deve combattere quotidianamente con l'assenza dei figli e con il senso di colpa per aver consentito loro di partire. Connor è un rabdomante e così come è abile nel trovare corsi d'acqua sotterranei sente il bisogno di estrarre dalla terra martoriata dai combattimenti i corpi di coloro a cui ha dato la vita.
Crowe è stato attratto da una scoperta fatta dallo sceneggiatore australiano Andrew Anastasios il quale ha letto, in un rapporto del colonnello incaricato delle ricognizioni su quello che era stato un campo di battaglia, questa frase: "Un vecchio è riuscito ad arrivare qui dall'Australia per cercare la tomba di suo figlio". Crowe non si traveste da vecchio e si permette anche una storia d'amore fatta di sguardi e di frasi reticenti ma si percepisce l'interesse che ha per una storia che parla di atrocità ma anche della possibilità di trovare negli esseri umani (anche di coloro che erano 'nemici' da eliminare) dei punti di condivisione. Si lascia però attrarre da una forma di narrazione molto classica che in più di un'occasione ricalca personaggi e situazioni già visti sul grande schermo. Il suo tocco personale (si potrebbe dire anche l'intenzione nascosta che lo ha spinto a dirigere questa storia) lo si avverte nella scena ripetuta in cui i tre fratelli si ritrovano feriti insieme. Ognuno esprime la propria sofferenza in modo diverso e proprio per questo l'assurdità della guerra (e di quel massacro in particolare) emerge con particolare forza.  Giancarlo Zappoli

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18/01/15

The look of silence

ven 23_01 ore 21.15
In occasione della Giornata della Memoria

GENERE: Documentario
ANNO: 2014
REGIA: Joshua Oppenheimer
PRODUZIONE: Final Cut for Real
DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures
PAESE: Danimarca
DURATA: 90 Min
 

NOTE:
Presentato in concorso al Festival di Venezia 2014.





Trama
The Look of Silence, seguito del documentario drammatico The Act of Killing, analizza ancora il tema del genocidio in Indonesia, le purghe anticomuniste del 1965, affrontandolo da un'altra prospettiva. The Look of Silence offre una visione della tragedia da parte delle vittime, in particolare segue la storia di un uomo sopravvissuto, il cui fratello è stato torturato fino alla morte durante la rivoluzione da un gruppo di ribelli; storia già raccontata dal punto di vista degli assassini nel documentario del regista The Act of Killing. In The Look of Silence si osserva la famiglia dell'uomo ucciso, in particolare il fratello minore, che decide di incontrare gli uomini che hanno massacrato uno di loro. via

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recensione
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13/01/15

Lo sciacallo

ven 16_1 ore 21,15


GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Dan Gilroy
SCENEGGIATURA: Dan Gilroy
ATTORI: Jake Gyllenhaal, Bill Paxton, Rene Russo, Riz Ahmed, Eric Lange, Anne McDaniels, Jamie McShane, Kathleen York, Jonny Coyne, Michael Hyatt
FOTOGRAFIA: Robert Elswit
MONTAGGIO: John Gilroy
PAESE: USA
DURATA: 117 Min
Il film è vietato ai minori di 14 anni.
Ospite del Cineforum: il giornalista e inviato del settimanale Famiglia Cristiana Alberto Laggia.






Trama
Louis è un ladro di materiali edili quando lo incontriamo, non è chiaro cosa abbia fatto prima ma ora ruba rame, ferro e simili per rivenderli sottoprezzo ai cantieri con un obiettivo più grande: trovare un vero lavoro in una congiuntura economica non facile. Tuttavia nessuno assume un ladro. Un giorno è testimone di un incidente stradale e vede una troupe televisiva accorsa per riprendere l'accaduto, capisce che è un vero lavoro e uno che paga ma nemmeno in questo caso trova qualcuno pronto ad assumerlo così pensa di poter fare da sè e con i propri metodi (il furto) ruba il necessario per comprare un'attrezzatura di base e iniziare a girare le strade di Los Angeles in cerca di incidenti, furti e cronaca dura da rivendere ad un'emittente locale con pochi scrupoli. Quando il business si fa più serio aumenta anche la sua abilità ma non il suo senso del limite e dell'etica verso le vittime.

Recensione

É molto bella la maniera in cui l'imprenditore invasato di sogno americano di Jake Gyllenhaal parla con gli occhi spalancati, ascolta quel che gli viene detto, fa tesoro di ogni batosta e ogni insegnamento per arrivare al proprio traguardo. Uno svantaggiato che non ha avuto un'educazione vera e propria ma che ha imparato a trovare su internet tutte le nozioni di cui ha bisogno. Si applica, studia e lavora senza sosta, è insomma concepito come l'ideale statunitense Louis e appare a tutti gli effetti come un personaggio positivo, non fosse per quel dettaglio della mancanza di scrupoli e della sete di ambizione che ci viene rivelata fin dalla prima scena.
Intorno a lui si muove tutto un film che quando non lo accompagna nelle lunghe nottate passate ad ascoltare la radio della polizia, lo riprende mentre lui stesso si sforza di riuscire a riprendere qualcosa o ancora lo guarda mentre gli altri gli parlano, in piani d'ascolto che sono l'arma vera di Jake Gyllenhaal. Faccia scavata e taglio di capelli che tradiscono un'origine popolare, modo di parlare controllato e un'eccessiva sicurezza in sè che tradiscono l'opposto, se la storia di Lo sciacallo è la più classica critica al cinismo dei media, nel protagonista c'è una complessità di intenti e di stimoli che non è frequente.
Consapevole delle proprie azioni, sempre dotato di un piano molto preciso e calcolatore di ogni mossa, Louis appare tuttavia costantemente agito dall'esterno, come se qualcos'altro lo condizionasse e non fosse fino in fondo padrone di sè. Sono dettagli che non risiedono nella sceneggiatura ma in quel corpo indifeso costruito da Gyllenhaal tramite dieta e postura, in quel modo di parlare e in come sembri succhiare con gli occhi tutto quel che vede per poi rifarlo o portarlo alle estreme conseguenze.
Sarebbe facile individuare in lui un prodotto di questa società e della mancanza di guide (non un'istruzione canonica ma solo nozioni imparate autonomamente e non un superiore che lo guidi nell'apprendere il mestiere), una strada che Lo sciacallo (scritto ma anche diretto da Dan Gilroy) non disdegna di battere, tuttavia è anche il percorso più ordinario per un film che a tratti dimostra di voler essere qualcosa di più. C'è un senso di profonda vacuità nelle strade deserte in cui non si incontra nessuno se non criminali e polizia, una sete di umanità profonda negli occhi spietati del protagonista, una che mette in secondo piano anche tutta quella parte di intreccio che coinvolge il network televisivo. Lentamente importa sempre meno se Louis possa o no arrivare ai vertici della sua scalata e sempre di più in quale mondo si muova.
Un film statunitense del genere negli anni '90 sarebbe finito con un tragico risultato dell'intraprendenza scapestrata del protagonista, il flim che infligge al suo personaggio emblematico la rigida morale della vita o della società. Lo sciacallo invece sceglie di andare da altre parti, di non sottomettere i propri personaggi a nessuna forma di giustizia e anzi gli lascia il mondo per guardare cosa ne fanno. Gabriele Niola

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12/01/15

Si accettano miracoli

sab 17_01 ore 21.15
dom 18_01 ore 18.15 e 21.15
 GENERE: Commedia
ANNO: 2015
REGIA: Alessandro Siani
SCENEGGIATURA: Alessandro Siani, Gianluca Ansanelli, Tito Buffulini
ATTORI: Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Serena Autieri, Ana Caterina Morariu, Giovanni Esposito, Giacomo Rizzo, Paolo Triestino, Maria Del Monte
FOTOGRAFIA: Paolo Carnera
MONTAGGIO: Valentina Mariani
MUSICHE: Umberto Scipione
PAESE: Italia
DURATA: 110 Min



Trama
Dopo il travolgente successo de Il principe abusivo Alessandro Siani torna alla regia con Si accettano miracoli la storia di tre fratelli separati da tanti anni che dopo molto tempo si ritrovano, grazie a un miracolo che li cambierà.
C'era una volta Fulvio (Alessandro Siani), tagliatore di teste senza scrupoli di una nota multinazionale, che dopo aver fatto piazza pulita dei rami secchi dell’azienda viene a sua volta licenziato. La sua reazione non esattamente composta gli costa cara: un mese di servizi sociali da scontare nella casa famiglia di suo fratello Don Germano (Fabio De Luigi), parroco di un piccolo borgo del sud d'Italia. Da manager consumato e scaltro qual è, Fulvio non ci mette molto a capire che per aiutare suo fratello, i bambini e il paese c'è bisogno di un vero e proprio "miracolo". E quindi, all'insaputa di tutti, se ne inventa uno... 
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11/01/15

Paddington

dom 18_01 ore 14.45 e ore 16.30
dom 25_01 ore 14.45 e ore 16.30
GENERE: Commedia, Family
ANNO: 2014
REGIA: Paul King
SCENEGGIATURA: Paul King
ATTORI: Ben Whishaw, Nicole Kidman, Sally Hawkins, Hugh Bonneville, Jim Broadbent, Julie Walters, George Newton, Tim Downie, Peter Capaldi
FOTOGRAFIA: Erik Wilson
PAESE: Canada, Francia, Gran Bretagna
DURATA: 95 Min





Trama
Nel misterioso Perù, una famiglia di orsi coltiva da decenni il mito dell'Inghilterra, paese ospitale e di ottimi gusti, come testimoniato dalla visita dell'esploratore Montgomery e dalla sua marmellata di arance. Così, quando giunge l'ora, il piccolo orso s'imbarca, con un cappello in testa e un cartellino che chiede gentilmente che ci si prenda cura di lui. Lo trovano alla piovosa stazione londinese di Paddington, tutto solo sotto l'insegna degli oggetti smarriti, i signori Brown e i loro figli Jonathan e Judy. Con loro, Paddington trova un nome, una casa e una famiglia, ma saranno soprattutto i Br own a scoprire di aver bisogno di Paddington almeno quanto lui ha bisogno di loro.

Recensione
Arriva per Natale, festeggiando la ricorrenza della sua nascita letteraria, il film tratto dalle storie di Michael Bond, un regalo più che gradito, destinato, nel suo genere, a diventare un classico. Benché a produrre sia David Heyman - lo stesso di Harry Potter - non c'è traccia di incantesimi tra i trucchi del film, eppure la formula della composizione è a suo modo magica, specie nella naturalezza con cui fonde passato cinematografico e presente, dando luogo ad una sintesi orignale, intrisa del meglio del genere. Il Paddington di Paul King conferma le note migliori di Bunny and the Bull, dalle invenzioni visive alla nota malinconica, associata allo spettro della solitudine e del distacco, ma soprattutto ne ripropone lo spirito da giocattolaio matto, mescolandolo con quello di un capolavoro quale Mary Poppins. L'arco narrativo del personaggio del Signor Brown non può infatti non ricordare quello di Mr Banks, così come il negozio di antiquariato di Portobello non può non ricordare la visita all'abitazione di zio Albert, le scarpe della signora Brown quelle di Mary Poppins e Windsor Gardens il viale dei Ciliegi. Ma c'è anche J.K.Rowling, nel capitolo dark del Museo di Storia Naturale e della bionda tassidermista, ci sono 007 e le sue parodie, c'è in definitiva un manto di britishness che tutto avvolge e (di) tutto fa sorridere. Dalla scozzese Mrs. Bird di Julie Walters, che non conosce limite al whisky che può ingurgitare, alla parabola dickensiana di Oliver Twist, orfanello dagli incontri disgraziati che si tramuta nel perfetto cittadino inglese, passando per il cambio della guardia della regina, i bobby in elmetto nero, il pallido Mr Curry e l'esclusivo e steampunk Club dei Geografi, tutto in Paddington omaggia lo spirito di Londra, dal punto di vista di chi viene da lontano e, pur tra mille difficoltà, arriva a far esperienza della sua leggendaria accoglienza del diverso.
Ispirato ai primi disegni, quelli di Peggy Fortnum, ma nuovissimo nella sua prima incarnazione in computer grafica e nella trasposizione ai giorni nostri, il film di King gioca con la materia del cinema con lo spirito esploratore di un bambino, rispolvera formati, ruba Sally Hawkins a Happy-go-lucky e Hugh Bonneville a Downtown Abbey, accoppia la commedia slapstick e la fiaba family e alla fine cattura proprio tutto, piccoli, grandi e orsi. Marianna Cappi

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10/01/15

Magic in the Moonlight


sab 10_1 ore 21.15
dom 11_1 ore 18.00 e 21.00

GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Woody Allen
SCENEGGIATURA: Woody Allen
ATTORI: Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater, Jacki Weaver, Eileen Atkins, Erica Leerhsen, Simon McBurney, Jeremy Shamos, Kenneth Edelson
FOTOGRAFIA: Darius Khondji
MONTAGGIO: Alisa Lepselter
PAESE: USA
DURATA: 98 Min





Trama
Berlino, 1928. Wei Ling Soo è un celebre prestigiatore cinese in grado di fare sparire un elefante o di teletrasportarsi sotto gli occhi meravigliati di un pubblico acclamante. Ma dietro la maschera e dentro il suo camerino, Wei Ling Soo rivela Stanley Crawford, un gentiluomo inglese sentenzioso e insopportabile che accetta la proposta di un vecchio amico: smascherare una presunta medium, impegnata a circuire una ricchissima famiglia americana in vacanza sulla riviera francese. Ospite dei Catledge sulla Costa azzurra e sotto falsa identità, si fa passare per un uomo d'affari; Stanley incontra la giovane Sophie Baker ed è subito amore. Ma per un uomo cinico e sprezzante come lui è difficile leggere dietro alle vibrazioni di Sophie un sentimento sincero. Un temporale e il ricovero della zia adorata, faranno crollare il razionalismo e le resistenze di Stanley: il soprannaturale esiste eccome e si chiama amore.

Recensione
Non va mai preso alla leggera un film di Woody Allen, anche se si presenta fresco ed estivo come una promenade lungo la Costa Azzurra. Perché il gusto che avvertiamo dopo averne goduto è sempre più complesso di quello inizialmente percepito. Nel suo cinema sono sempre i dettagli o le presenze marginali ad aprire gli spiragli che fanno intravedere la profondità di senso. Dietro alle coppe di champagne e alle maniere sofisticate, dentro i vestiti bianchi e le automobili decappottabili, sotto i cappellini a cloche, i temporali estivi e la comédie au champagne, quella dove lui e lei si conoscono, si detestano e poi finiscono col capitolare l'uno nelle braccia dell'altro, si prepara in fondo il crepuscolo della Jazz Age fitzgeraldiana e il collasso della Germania sotto i colpi della crisi e del nazismo. E Magic in the Moonlight apre proprio sul 'palcoscenico' di Berlino e davanti a un pubblico che a breve non vedrà più l'elefante nella stanza perché sceglierà di ignorarlo, ignorando col pachiderma una tragedia evidente. Nemmeno la magia può volatilizzare un elefante e una verità, la sparizione è soltanto un'illusione prodotta da un prestigio, una rimozione dal campo visivo che prima o poi ricompare, proprio come la madre di Sheldon-Woody nell'Edipo derelitto. Lo sa bene il mago very british di Colin Firth, che come il film possiede tutta la malinconia e l'esotismo di una cartolina postale.
Non è certo la prima volta che Allen ricorre alla magia, che ha giocato d'altra parte un ruolo rilevante nella sua filmografia. Magia (Stardust Memories, New York Stories, Alice, Ombre e nebbia, La maledizione dello scorpione di giada, Scoop) e divinazione (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni) si impongono in primo piano e dentro le sue commedie, sublimando la dimensione comica e rivelando uno dei temi principali della poetica alleniana: la scelta. Il cinema di Allen arriva sempre al vicolo cieco dell'alternativa tra "orribile o miserrimo" (Io e Annie) o come per Magic in the Moonlight tra la vita vera e la sua illusione. Come ogni altro personaggio alleniano nemmeno Stanley Crawford troverà una risposta perché per il regista è più importante continuare a porsi nuove domande. Il protagonista di Colin Firth, un'implosione raffinata di cinismo e arroganza, sceglie allora lo slancio vitale, l'impulso irrazionale di agire e reagire dentro l'universo, "un luogo assolutamente freddo". Come l'arroseur arrosè dei Lumière, il prestigiatore finisce annaffiato dal suo stesso annaffiatoio e da un'avventuriera americana che sembra barare meglio di lui, provando che la magia non si trova sempre dove noi pensiamo. Così il suo razionalismo implacabile capitolerà sotto la luce brillante di Darius Khondji e lo charme preveggente di Emma Stone che, come il mago cinese di Alice, lo stana dalla codardia e lo porta a consapevolezza. Se i pessimisti sostengono che il nostro passaggio sulla terra è un disastro, l'avvenire non può essere che funesto e "l'eternità troppo lunga, specialmente verso la fine", esibendo soltanto la loro insofferenza e il loro malessere scoraggiante e lamentoso, gli ottimisti da par loro sono dei cretini assoluti, totalmente irragionevoli e privi di logica e di buon senso, proprio come la vecchia coppia sulla panchina di Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni. Così non resta che gettare la maschera cartesiana e ammettere di essere proprio come Sophie, non un essere candido magari ma nemmeno infame, che esercita la suggestione per ingannare e proteggere, la magia per rendere più piacevole la vita degli altri, il potere mistificatorio per richiamare i morti in vita, non quelli seppelliti ma quelli che vivono temporaneamente fuori dalla partita. Non datevi pensiero perciò se vedrete l'impostore rivelato pregare e implorare addirittura la misericordia divina in un momento di sconforto, è solo una boutade. Woody Allen non accetta mai il soccorso della religione ma non smette mai di trovarlo nell'illusione. L'illusione delle immagini, dei vecchi giochi di prestigio, di una bolla di champagne e di qualche nota jazz sul nero. Marzia Gandolfi

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07/01/15

Venerdì 9 gennaio 2015 | Grande Nottata Horror




L'associazione Arte del Sogno propone un venerdì speciale dedicato agli appassionati del brivido con la VII edizione della cine-maratona horror. Il tema di quest'anno è il bosco.

Si inizia alle 21.30 con il film Cub - Piccole Prede, del regista belga Jonas Govaerts: un campo scout si trasforma in una lotta alla sopravvivenza. Le altre proposte saranno... una sorpresa!


Durante gli intervalli sarà offerto un buffet.
Ecco l'evento su Facebook.

Attenzione! I primi 20 spettatori avranno in omaggio il poster stampato a mano dedicato alla serata (vedi immagine in alto). Cogliamo l'occasione per ringraziare Claudio Fabris, Loris Bozzato Percilla e il laboratorio tipografico La'Mas.

biglietto unico € 8,00 - inizio proiezioni ore 21.30

06/01/15

Cub - Piccole Prede

ven 9_01 ore 21.30
maratona horrror

GENERE: Horror
ANNO: 2014
REGIA: Jonas Govaerts
SCENEGGIATURA: Jonas Govaerts
ATTORI: Maurice Luijten, Evelien Bosmans, Jan Hammenecker, Titus De Voogdt, Stef Aerts
FOTOGRAFIA: Nicolas Karakatsanis
MONTAGGIO: Maarten Janssens
MUSICHE: Maarten Janssens
PAESE: Belgio





Un gruppo di boy scout, guidato da un trio di adulti - il saggio Chris, lo scanzonato Peter e la bella Jasmijn - parte per un campo boschivo che è inteso come un'avventura. Tra i ragazzini si distingue il taciturno Sam, preso un po' di mira sia da Peter sia da alcuni degli altri scout. Per evitare le intemperanze di un paio di giovinastri del luogo, invece di accamparsi nel prato al limitare del bosco che avevano affittato, Chris e gli altri si inoltrano con il furgoncino nel folto della vegetazione e montano le tende nel cuore della foresta. Lì, pensano, nessuno li disturberà. Il poliziotto locale, venuto a controllare se va tutto bene, è però perplesso: ricorda loro che lì vicino c'era una fabbrica di autobus, ora abbandonata. Diversi degli operai, dopo aver perso il lavoro per la chiusura della fabbrica, si erano impiccati nella foresta. Il macabro riferimento non impressiona il trio dei capi boy scout. Del resto, loro stessi hanno propagato, a uso e consumo degli impressionabili ragazzini, la storia di Kai, un ragazzino che vivrebbe nella foresta e di notte si trasformerebbe in licantropo. Il problema è che Sam comincia a vederlo, anche se nessuno gli crede. Un problema ancora maggiore è che nel bosco c'è qualcosa di peggiore di Kai.
L'horror belga non ha una grande tradizione quantitativa, ma presenta notevoli picchi qualitativi. Harry Kümel ha diretto un paio di classici come La vestale di Satana e Malpertuis. Il trio Belvaux-Bonzel-Poelvoorde ha creato un "caso" con il feroce e riuscito Il cameraman e l'assassino. Più recentemente, il Fabrice Du Welz di Calvaire o il Pieter Van Hees di Linkeroever, per citarne un paio, si sono messi in evidenza. Insomma, qualcosa brucia sotto la cenere e di tanto in tanto emerge. Jonas Govaerts si inserisce con autorità nella storia belga dell'horror aggiornando ai tempi moderni uno dei classici tòpoi dell'horror: il bosco cupo e misterioso, con l'accampamento dei giovani scout e un essere feroce che si annida nell'oscurità. Prima che qualcuno pensi a Jason Voorhees, bisogna avvertire che siamo su un versante più realistico e, per questo, più impressionante. Il film rielabora lo spirito dei racconti orrorifici tramandati attorno al fuoco dei campeggi e lo unisce alla ferocia degli slasher silvestri per trarne un racconto teso, feroce e riuscito anche sotto il profilo drammatico.
Il disagio di Sam - orfano e con un passato violento e misterioso - si lega a quello generato dalla rovina sociale, con la spettrale fabbrica abbandonata a rappresentare l'essenza di una profonda crisi che ripudia e imbestialisce. Proprio per questo, Sam - l'unico con la sensibilità per cogliere il disagio di chi è rifiutato dalla società - è anche l'unico in grado di capire che c'è incredibilmente qualcosa di vero nella leggenda di Kai.
La tensione interna al gruppo è delineata con pochi tocchi ed è strumentale a evidenziare le pulsioni adolescenziali di Sam, solitario ma attratto da Jasmijn e in qualche misura geloso di lei. In questo contesto, il rapporto che Sam instaura problematicamente con Kai è cruciale nel liberarlo dalla repressione e nello sprigionare un turbato e confuso spirito di rivalsa.
L'esordio di Jonas Govaerts è comunque di quelli promettenti: dimostra di avere stile, di saper girare con padronanza e capacità e di saper gestire bene i vari momenti del racconto. Rudy Salvagnini 

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