29/04/14

Nebraska

ven 2_5 ore 21.15

GENERE: Drammatico
ANNO: 2013
REGIA: Alexander Payne
SCENEGGIATURA: Bob Nelson
ATTORI: Bruce Dern, Will Forte, Bob Odenkirk, Stacy Keach, Devin Ratray, June Squibb, Rance Howard, Missy Doty
FOTOGRAFIA: Phedon Papamichael
MONTAGGIO: Kevin Tent
PRODUZIONE: Bona Fide Productions
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: USA
DURATA: 110 Min




Trama
Woody Grant ha tanti anni, qualche debito e la certezza di aver vinto un milione di dollari alla lotteria. Ostinato a ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, Woody si avvia a piedi dalle strade del Montana. Fermato dalla polizia, viene 'recuperato' da David, figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici. Sensibile al desiderio paterno e dopo aver cercato senza successo di dissuaderlo, decide di accompagnarlo a Lincoln. Contro il parere della madre e del fratello Ross, David intraprende il viaggio col padre, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da soste e intermezzi nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti, che adesso chiedono il conto. Molte birre dopo arriveranno a destinazione più 'ricchi' di quando sono partiti.

Recensione
Autore indipendente e scrittore dotato, Alexander Payne realizza una nuova commedia 'laterale' come le strade battute dai suoi personaggi, che si lasciano indietro lo Stato del Montana per raggiungere il Nebraska in bianco e nero di Bruce Springsteen. E dell'artista americano il film di Payne mette in schermo la scrittura 'visiva', conducendo un padre e un figlio lungo un viaggio e attraverso un territorio che intrattiene un rapporto simbolico col loro mondo interiore. Oscillando tra dramma e commedia, Nebraska, versione acustica di Sideways, coinvolge lo spettatore in un flusso empatico coi protagonisti, persone vere dentro storie comuni e particolari da cui si ricava una situazione universale.
Ambientato nella provincia e lungo le strade che la raccordano al mondo, Nebraska frequenta una dimensione umana marginale e fuori mano rispetto all'immaginario hollywoodiano, prendendosi alla maniera del protagonista tutto il tempo del mondo per arrivare a destinazione. Una destinazione dove si realizza un passaggio che non può mai avvenire come effetto di una retorica pedagogica ma si fonda sull'impossibile, l'impossibilità di governare il mistero assoluto della vita e della morte. Non è per sé che il protagonista di Bruce Dern sogna quel milione di dollari, a lui basta un pick-up per percorrere gli ultimi chilometri di una vita spesa a bere e a rimpiangere quello che non è stato. La vincita della sedicente lotteria a Woody Grant occorre per i suoi ragazzi, per lasciare loro 'qualcosa' con cui vivere e per cui ricordarlo. Ma David, sensibile e affettuoso, è figlio profondamente umanizzato, testimonianza incarnata di un'eredità più preziosa del denaro. È il figlio 'bello' di chi è stato e di cui perpetua adesso il valore.
Nebraska è una ballata folk che accomoda allora la bellezza e l'amore, quella di un figlio per il proprio genitore, che prima di lasciare andare torna a guardare dal basso, in una prospettiva infantile e accoccolata ai suoi grandi piedi e al suo piccolo sogno. Intorno a loro scorre l'America lost and found insieme a una storia sincera che battendo vecchie strade, la struttura da road movie che diventa pretesto di 'formazione' (Sideways), ne infila una nuova. Nebraska è una spoglia poesia di chiaroscuri, un'indicazione lirica verso le radici, verso i padri, davanti ai dilemmi di tempi paradossali e senza guida. Diversamente dagli antieroi springsteeniani, il protagonista di Payne non cerca terre promesse e non corre sulle strade di "un effimero sogno americano", decidendo per la lentezza, l'impegno, il rispetto e il senso di responsabilità.
L'amabile David di Will Forte è il "giusto erede" di un genitore vulnerabile che Payne non presenta come esemplare ma come testimonianza eccentrica e irripetibile della possibilità di stare al mondo con qualche passione. E quella di Woody è l'amore, lingua franca di un viaggio che contempla le tracce paterne cicatrizzate nel proprio destino. Su quel padre incerto David ritrova il proprio senso e riprende la strada. Marzia Gandolfi

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22/04/14

La sedia della felicità


in prima visione, l'ultimo film di Carlo Mazzacurati
ven 25_4 ore 21.15
sab 26_4 ore 21.15
dom 27_4 ore 18.00 e 21.00
sab 3_5 ore 21.15
dom 4_5 ore 18.00 e 21.00


 GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Carlo Mazzacurati
SCENEGGIATURA: Carlo Mazzacurati, Doriana Leondeff, Marco Pettenello
ATTORI: Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Giuseppe Battiston, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Katia Ricciarelli, Raul Cremona, Milena Vukotic, Roberto Citran, Marco Marzocca, Mirko Artuso, Roberto Abbiati, Lucia Mascino, Natalino Balasso, Maria Paiato
FOTOGRAFIA: Luca Bigazzi
MUSICHE: Mark Orton
PAESE: Italia
DURATA: 94 Min



Trama
Bruna è un'estetista che fatica a sbarcare il lunario. Tradita dal fidanzato e incalzata da un fornitore senza scrupoli, riceve una confessione in punto di morte da una cliente, a cui lima le unghie in carcere. Madre di un famoso bandito, Norma Pecche ha nascosto un tesoro in gioielli in una delle sedie del suo salotto. Sprezzante del pericolo, Bruna parte alla volta della villa restando bloccata dietro un cancello in compagnia di un cinghiale. In suo soccorso arriva Dino, il tatuatore della vetrina accanto, che finisce coinvolto nell'affaire. Scoperti il sequestro dei beni di Norma e la messa all'asta delle sue otto sedie, Bruna e Dino rintracciano collezionisti e acquirenti alla ricerca dell'imbottitura gonfia di gioie. Tra alti e bassi, maghi e cinesi, laguna e montagna, Bruna e Dino troveranno la vera ricchezza.

Recensione
Radicato nel Nordest, La sedia della felicità ribadisce il territorio del cinema di Carlo Mazzacurati e punta su due losers 'spaesati' e approdati, chissà come e chissà quando, al Lido di Jesolo. A Dino e Bruna, alla maniera dei personaggi lunari e malinconici de La lingua del Santo, capita l'occasione della vita, un tesoro da trovare per cambiare la sorte e risollevarsi dai propri fallimenti. Ma il Veneto che abitano, e che attraversano oggi in lungo e in largo, è meno florido e la sua ripresa ogni giorno più lontana. A cambiare è pure il paesaggio antropologico, la composizione sociale di paesi e città a bagno nell'acqua e alle prese con tempi grami. Tempi che contemplano nondimeno il miracolo e allontanano, nella ricerca della felicità, la solitudine sempre in agguato. In una regione e in un mondo dove tutto va in panne, si rompe e si spezza, dove anche i traghetti alle fermate sembrano incapaci di ripartire, un'estetista e un tatuatore restano invischiati in qualcosa che non avevano previsto e che ha a che fare con la riscoperta dei sentimenti e dell'amore. Con garbo surreale, la commedia dinamica di Mazzacurati cambia lo stile di versificazione del suo cinema, sperimentando una scansione del racconto che pratica leggerezza e sorriso. Si (sor)ride tanto con La sedia della felicità, che 'esagera' rimanendo fedele al reale. Divertito, lieve e personale, lo sguardo dell'autore veneto coglie ancora una volta le contraddizioni esistenziali, trasfigurandole e deformandole in una rapsodia dominata dal caso, per caso avvengono gli incontri, gli abbandoni, le rivelazioni, i ritrovamenti. Per intenzione, gioco e tanto amore avviene invece l'agnizione, la rivelazione dei personaggi e il riconoscimento degli attori che hanno fatto e frequentato il cinema di Mazzacurati. Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Natalino Balasso 'accarezzano' con malinconica dolcezza una commedia che chiede a gran voce la sospensione dell'incredulità. Fuori dal gruppo, congedato con onore, debuttano Valerio Mastandrea, paladino gentile dai tempi comici perfetti, e Isabella Ragonese, nostra signora delle Dolomiti, piena di grazia e riservata bellezza. Presidente della Fondazione Cineteca di Bologna e allievo nel DAMS degli anni Settanta, Carlo Mazzacurati 'incontra' dentro un cimitero (anche) Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca emiliana, che alla maniera del cinema pone rimedio alla finitezza umana, risolvendo il suo desiderio di eternità (e di felicità).

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14/04/14

Storia di una ladra di libri

dom 20_4 ore 18.00 e 21.00
lun 21_4 ore 18.00 e 21.00




GENERE: Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Brian Percival
SCENEGGIATURA: Michael Petroni
ATTORI: Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nelisse, Nico Liersch, Joachim Paul Assböck, Ben Schnetzer, Kirsten Block, Sandra Nedeleff
FOTOGRAFIA: Florian Ballhaus
MONTAGGIO: John Wilson
MUSICHE: John Williams
PRODUZIONE: Fox 2000 Pictures, Studio Babelsberg
DISTRIBUZIONE: 20th Century Fox
PAESE: USA
DURATA: 131 Min





Trama
Storia di una ladra di libri è ambientato nella Germania della Seconda Guerra Mondiale. Protagonista è Liesel (Sophie Nélisse), una vivace e coraggiosa ragazzina affidata dalla madre incapace di mantenerla, ad Hans Hubermann (Geoffrey Rush), un uomo buono e gentile, e alla sua irritabile moglie Rosa (Emily Watson). Scossa dalla tragica morte del fratellino, avvenuta solo pochi giorni prima, e intimidita dai “genitori” appena conosciuti, Liesel fatica ad adattarsi sia a casa che a scuola, dove viene derisa dai compagni di classe perché non sa leggere. Con grande determinazione, è tuttavia decisa a cambiare la situazione e trova un valido alleato nel suo papà adottivo che, nel corso di lunghe notti insonni, le insegna a leggere il suo primo libro, Il manuale del becchino, rubato al funerale del fratello. L’amore di Liesel per la lettura e il crescente attaccamento verso la sua nuova famiglia si rafforzano grazie all’amicizia con un ebreo di nome Max (Ben Schnetzer) che i suoi genitori nascondono nello scantinato e che condivide con lei la passione per i libri incoraggiandola ad approfondire le sue capacità di osservazione. via

Recensione

Persino tra le macerie sboccia un bocciolo di speranza: circondata dalle miserie umane durante la Seconda Guerra Mondiale, la bambina protagonista di Storia di una ladra di libri scopre un inaspettato innamoramento per la letteratura. Nessuno avrebbe scommesso su di lei, analfabeta e povera, data in adozione dalla mamma, eppure Liesel (l’esordiente Sophie Nélisse) inizia quest’incredibile viaggio.
La storia, tratta dal bestseller di Markus Zusak (Frassinelli), parte dall’incontro con Hans Hubermann (Geoffrey Rush), tedesco di mezza età generoso e integerrimo, che la accoglie in casa con la moglie Rosa (Emily Watson), burbera e scontrosa o, come la descrive la piccola, simile ad un “temporale con i tuoni”. 
L’unica parentesi di serenità, scritta con un gessetto bianco sul muro della cantina, è rappresentata dall’alfabeto che Liesel impara a leggere. “Una persona – le dice Hans – vale quanto la propria parola”: la sua onestà intellettuale non viene messa in discussione dai disagi subiti dopo il rifiuto del regime nazista e neppure l’indole ottimista, che esprime nel suono dell’adorata fisarmonica. Lo strumento, capace di irritare oltre misura la moglie, è stato il regalo dell’ebreo che gli ha salvato la vita: per ripagare quel debito di riconoscenza nasconde il figlio Max (Ben Schnetzer) per farlo scampare alla deportazione. 
Con pennellate delicate il regista Brian Percival (Downton Abbey) tratteggia, grazie ad un cast sublime e ad una toccante colonna sonora, il ritratto poetico e struggente di una famiglia che tragiche circostanze rendono fuori dal comune. Niente retorica né buonismi: si arriva dritti al cuore della storia, dove i veri orrori vengono sfiorati, accennati, intravisti, sempre attraverso lo sguardo a tratti disincantato di Liesel, con quegli occhioni da bambolina velati da lacrime di malinconia e incredulità. Ecco come la tredicenne di origini canadesi stupisce e commuove senza sembrare mai “piccola” accanto a giganti del calibro di Geoffrey Rush ed Emily Watson. Alessandra De Tommasi


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07/04/14

12 anni schiavo

ven 11_04 ore 21.15
sab 12_04 ore 21.15
dom 13_04 ore 21.00


ANNO: 2013
REGIA: Steve McQueen
SCENEGGIATURA: Steve McQueen, John Ridley
ATTORI: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Brad Pitt, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Sarah Paulson, Paul Giamatti, Lupita Nyong'o, Garret Dillahunt, Taran Killam, Michael Kenneth Williams,
FOTOGRAFIA: Sean Bobbitt
PAESE: USA
DURATA: 134 Min





Trama
Siamo negli Stati Uniti. Negli anni che hanno preceduto la guerra civile americana, Solomon Northup (interpretato da Chiwetel Ejiofor), un nero nato libero nel nord dello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo. Misurandosi tutti i giorni con la più feroce crudeltà (impersonificata dal perfido proprietario terriero interpretato da Michael Fassbender) ma anche con gesti di inaspettata gentilezza, Solomon si sforza di sopravvivere senza perdere la sua dignità. Nel dodicesimo anno della sua odissea, l'incontro con un abolizionista canadese (Brad Pitt) cambierà per sempre la sua vita.

Recensione
C’è una scena, in 12 anni schiavo, che ci pare forse la più significativa.
Quando l’odioso carpentiere interpretato da Paul Dano tenta di linciare il protagonista Chiwetel Ejiofor, e viene fermato, lo schiavo non viene però liberato dal cappio che lo stringe: dovrà essere il padrone della piantagione, a farlo.
E allora Solomon rimane così, appeso per il collo, le punte dei piedi che faticosamente toccano il terreno fangoso, sofferente, agonizzante; rimane così per ore, in attesa che torni il suo padrone, mentre attorno a lui gli altri schiavi si svegliano, ridono, giocano, lavorano, incuranti dell’orrore che si trova a pochi metri da loro.
Quella scena non è la più significativa perché racconta, come molti altri film che trattano del Male umano, come la banalità dello stesso diventi facilmente abitudine e normalità per le stesse persone che lo subiscono. Perché quest’idea, pur sacrosanta e centrale nel film di Steve McQueen, viene ribadita ossessivamente lì come altrove.
Non è nemmeno la più significativa per la composizione attenta e pittorica dell’inquadratura, per la sapienza con la quale la luce è stata tagliata, e il sonoro montato e adeguato: perché non si sono dubbi che 12 anni schiavo sia figlio di uno sguardo formalmente attento e pronto a scartare esteticamente verso terreni astratti e “artistici”, sia nell’uso delle immagini che del tappeto sonoro, efatizzando le sospensioni che aspettano di essere riempite di senso.
No.
Quella scena è significativa perché simbolica del rapporto dello spettatore con il film. 12 anni schiavo lo si guarda, lo si vede, lo si riconosce; magari lo si compatisce. Ma il male e l’orrore che racconta non si tocca se non con lo sguardo: non ci tocca, ci lascia alle nostre vite come nulla fosse.
Sotto la sua eleganza formale, all’evidenza di tematiche indubbiamente importanti e (per questo) fagocitanti ogni considerazione al riguardo, 12 anni schiavo è solo l’ultimo in ordine di tempo in un lungo elenco di film eticamente “importanti” che raccontano la loro storia di soprusi e sofferenze, e dove lo schiavismo sarebbe perfettamente intercambiabile con la Shoah o con la violenza di una dittatura o con qualsiasi altro orrore; e lo fa, come altri hanno fatto,con il chiaro intento di stimolare un’indignazione salottiera, uno scandalo passeggero, e non di perturbare realmente le certezze e la coscienza di chi guarda.
Alla sua terza prova dietro la macchina da presa, McQueen sembra estremizzare i difetti già presenti in Shame, convinto che l’importanza del tema e l’emotività della storia possano sorreggere le sue ambizioni e dare senso alla costante tensione alla rarefazione che contraddistingue il film, e che scivola nelle patinature di chi è fin troppo consapevole dei propri mezzi. E, al contrario, dimentica come era stato capace di raccontare le sofferenze del corpo e della mente in Hunger, di come avesse trovato il sentiero narrativo e formale capace di combinare testa e pancia senza penalizzare nessuna delle due parti e di lasciare segni scomodi e profondi nel suo spettatore.
McQueen ha richiesto a Ejiofor, comunque bravo, una performance costantemente ovattata, inebetita, un atteggiamento spaesato e sottovuoto che raccontasse la rassegnazione sotto al quale covava la speranza e la brama di vivere. E quella performance e quell’atteggiamento, per il regista, dovrebbero essere quelli degli spettatori coccolati da un dramma di cui avrebbero suppostamente bisogno di sentirsi raccontare, quasi rassicurati dalle interpretazioni degli attori e dalla sapienza della regia, sedotti con una mollezza tutta southern da un film che si abbandona, però, subito dopo i titoli di coda. Federico Gironi


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01/04/14

Non buttiamoci giù

sab 05_4 ore 21.30
dom 06_4 18.00 e 21.00

GENERE: Commedia
ANNO: 2014
REGIA: Pascal Chaumeil
SCENEGGIATURA: Jack Thorne
ATTORI: Pierce Brosnan, Imogen Poots, Aaron Paul, Toni Collette, Rosamund Pike, Sam Neill, Tuppence Middleton, Joe Cole, Shola Adewusi, Mohammed Ali
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 96 Min





Trama
Tratto dal best seller di Nick Hornby, il film racconta la sotria di quattro sconosciuti che, durante la notte di Capodanno, si incontrano in cima al grattacielo più alto di Londra con lo stesso intento, ovvero quello di saltare giù. Questa coincidenza è talmente grottesca da farli desistere temporaneamente e stringere un patto: nessuno dei quattro si suiciderà per almeno 6 settimane, ma la notte di San Valentino, si ritroveranno sullo stesso grattacielo per fare il punto della situazione delle loro vite.

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