31/01/16

Kreuzweg - Le stazioni della fede


Cineforum
ven 5_2 ore 21.15

GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Dietrich Brüggemann
ATTORI: Anna Brüggemann, Lucie Aron
SCENEGGIATURA: Anna Brüggemann, Dietrich Brüggemann
MONTAGGIO: Vincent Assmann
PAESE: Germania, Francia
DURATA: 107 Min






Trama
Maria è una quattordicenne figlia di una famiglia devota alla Società di S. Pio XII, organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione stretta e oscurantista del cristianesimo. L'adolescente si trova quindi intrappolata tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l'hanno convinta a mantenersi pura nel cuore per il signore. Serve a poco la presenza di una ragazza alla pari, anch'essa religiosa ma in maniera più ragionevole, Maria è convinta che i durissimi rimproveri della madre siano giusti e che il peccato sia ovunque, ad ogni angolo, in ogni parola, in ogni uomo. In armonia con tutto ciò ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno.
È scandito in diversi capitoli che hanno come titolo le diverse stazioni della via crucis (come indica il titolo) questo film tedesco di rara limipidità. Si tratta di una dichiarazione d'intenti immediata.

Recensione
Il cinema ci ha raccontato molto spesso percorsi di santità laica, cioè donne (meno di frequente uomini) che senza alcun interesse o spunto religioso decidono di intraprendere un percorso faticoso, immolandosi in maniere non diverse da quelle tipiche dei martiri poi diventati santi, in una sorta di purificazione laica del proprio animo che è sempre contigua in maniera interessante a quella religiosa. Dietrich Brüggemann compie il percorso opposto e mostra apertamente quel brandello di vita della protagonista di cui si occupa il film come un vero e proprio percorso di santificazione religioso, con l'obiettivo dichiarato fin dalla caratterizzazione bigotta della famiglia di smontare tutto questo, salvo poi tirare un ultimo beffardo calcio nel finale.
Station of the cross non lascia nulla intentato e sembra voler spiazzare lo spettatore ad ogni svolta (o ad ogni stazione) e, mentre lo conduce su un percorso di deduzione dei valori in campo abbastanza semplice (lo capiamo immediatamente, fin dalla prima stazione, chi è la vittima, chi il carnefice e chi l'aiutante), non rinuncia ad instillare dubbi e complicare la questione. Perchè se qualcosa ci dice sul cinema questo film colmo di insofferenza per la religione, è che esso non deve essere come la fede, non deve vivere di dogmi e non deve convincere nessuno delle proprie tesi; il regista non è un prete che evangelizza le proprie tesi ma un uomo che racconta storie con l'obiettivo di mettere in crisi (quindi far riflettere lo spettatore).
A tutto vantaggio e rispetto di Dietrich Brüggemann poi va il fatto che sebbene giri il suo Station of the cross in piccoli quadri (raramente le scene di ogni singola stazione contengono un montaggio che non sia interno), con una forma quindi austera, rispettosa delle rigide strutture rappresentate nel racconto nonchè inquadrata dentro un racconto che mette in scena l'immobilismo umano e l'unica forza (quella dell'ingenuità) in grado di scoperchiarne la violenza orrenda, riesce lo stesso a non rinunciare ad una forma peculiare di umorismo grottesco. Non rinuncia cioè alla complessità del mondo che anche quando mostra la sua faccia più tragica non riesce ad evitare il ridicolo insito nella vita di ognuno.

Approfondimenti
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30/01/16

Goya - Visioni di carne e sangue

Rassegna Grande Arte al Cinema
solo martedì 2_2 ore 21.15




Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828), meglio conosciuto come Francisco Goya, è considerato uno dei più importanti artisti spagnoli di tutti i tempi e uno dei precursori dell'arte moderna, in grado di affermare la sua arte suprema sia come ritrattista dei più alti ranghi della società spagnola, sia come commentatore della vita del popolo.
Oggi il film di David Bickerstaff porta la vita drammatica e l'arte straordinaria di Francisco Goya sul grande schermo, fornendo un accesso esclusivo all'acclamata mostra Goya: the Portraits della National Gallery di Londra e costruendo un ritratto avvincente del pittore attraverso opinioni di esperti internazionali, capolavori tratti da collezioni di fama mondiale e visite ai luoghi in cui l'artista spagnolo visse e lavorò.
Goya - Visioni di carne e sangue arriverà nei cinema italiani distribuito da Nexo Digital solo per due giorni, il 2 e 3 febbraio, nell'ambito della Stagione della Grande Arte al Cinema. Nel corso del film gli spettatori potranno esplorare la mostra della National Gallery di Londra, guidati dal primo curatore dell'esposizione, Xavier Bray e potranno acquisire una migliore comprensione della psicologia del pittore attraverso le interviste con artisti moderni e stimati come Dryden Goodwin e Nicola Philipps.
Le opere in mostra presso il museo londinese sono filmate in Goya - Visioni di carne e sangue con immagini in altissima risoluzione, che rivelano le strabilianti capacità del pittore spagnolo come ritrattista e commentatore sociale. Ulteriori filmati dietro le quinte svelano inoltre i processi di conservazione e curatela, fondamentali per la preparazione di questo spettacolo unico. Il film rappresenta infatti un ulteriore approfondimento rispetto a una classica visita in galleria, offrendo allo spettatore la possibilità di osservare da vicino le opere d'arte, analizzando anche dipinti non presenti in mostra. Goya - Visioni di carne e sangue esplora in profondità la vita movimentata di Goya nell'arco di ottant'anni, ripercorrendo la sua produzione artistica e le ultime scoperte sulla sua biografia. Vaste riprese, che vanno dalla bellissima campagna di Siviglia alle grandi cappelle sino ai palazzi reali di Madrid, delineano l'ispirazione e gli scenari che fanno da sfondo alle opere più amate di Goya. Il film inoltre consente al pubblico di entrare al Museo Nazionale del Prado a Madrid, presentando una serie di importanti opere dell'artista, tra cui La famiglia di Carlo IV, che illumina ulteriormente il suo rapporto con l'alta società spagnola. Un raro accesso al 'Notebook italiano' di Goya, uno sketchbook realizzato in Italia tra il 1769-1771, mette poi in contatto gli spettatori con le riflessioni più intime dell'artista spagnolo.

25/01/16

Macbeth

gio 28_1 ore 21.00 
(Attenzione. Solo per oggi: la proiezione è in lingua originale inglese con sottotitoli in italiano e l'inizio è anticipato alle ore 21.00)
 
sab 30_1 ore 21.15
dom 31_1 ore 18.00 e 21.15
 
 
 GENERE: Drammatico , Storico
ANNO: 2015
REGIA: Justin Kurzel
ATTORI: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Elizabeth Debicki, David Thewlis, Paddy Considine, Jack Reynor, Sean Harris, David Hayman, James Michael Rankin
SCENEGGIATURA: Justin Kurzel, Todd Louiso
FOTOGRAFIA: Adam Arkapaw
MONTAGGIO: Chris Dickens
PAESE: Gran Bretagna
DURATA: 113 Min




Trama
Macbeth, Barone di Glamis, valoroso e fedele generale dell'esercito del re Duncan di Scozia, ha ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una sanguinosa battaglia. Percorrendo il campo di battaglia insieme al suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre donne che gli predicono che lui diverrà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre Banquo sarà il capostipite di una dinastia di re. Entrambi gli uomini sono scossi dalle profezie ricevute dalle tre donne, sebbene sul momento non gli diano eccessivamente peso. Angus e Ross, due nobili scozzesi, raggiungono il campo di battaglia per trasmettere a Macbeth i ringraziamenti del Re per il coraggio dimostrato in battaglia e per conferirgli il titolo di Barone di Cawdor: colui che deteneva prima il titolo è stato ucciso per tradimento contro la corona. Quando Macbeth va a rendere omaggio al re Duncan, questi gli dice che ha preso accordi per visitare la sua casa a Inverness e festeggiare insieme la vittoria. A Inverness, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito che la informa della profezia. Lady Macbeth non vede il marito da anni a causa della guerra ed è in lutto per la perdita del loro unico figlio. Un'idea si fa strada nella sua mente: escogita un piano per uccidere il re Duncan e assicurare così il trono al marito...
 
Approfondimenti
 

24/01/16

Perfect day

ven 29_1 ore 21.15
Cineforum

GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Fernando León de Aranoa
ATTORI: Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry, Fedja Stukan, Sergi López, Ben Temple, Morten Suurballe
PAESE: Spagna
DURATA: 105 Min









Trama
Da qualche parte nei Balcani, nel 1995. L'inizio degli accordi di pace dovrebbe significare la fine della guerra, ma di lavoro da fare, in quelle terre, ce n'è ancora tanto. Lo sanno bene Mambru e B, veterani del soccorso umanitario, che solcano da anni le strade sterrate della Bosnia sui loro quattroruote gemelli. Con l'avvento di una francesina nuova alla missione, l'aiuto dell'interprete Damir e l'improvvisata della bella Katja, una vecchia conoscenza di Mambru fattasi piuttosto scomoda da quando lui si è fidanzato, il gruppo s'infoltisce e si adopera per rimuovere un cadavere da un pozzo e riportare l'acqua potabile in una zona abitata. Un'operazione di normale amministrazione che si complica in breve fino a rivelarsi una missione impossibile. Una storia di normale anormalità, di complicazioni irrazionali, mine reali, ideali umanitari e umane debolezze.

Recensione
Il cinema di Fernando Leon de Aranoa, dai pomeriggi al sole con Bardem, passando per i documentari di impegno sociale e per la lettura del romanzo del romanzo di Paula Farias "Dejarse Llover", salta in avanti con questo capitolo, pur restando fedele ad una poetica delle piccole cose e dei piccoli momenti. Come i suoi antieroi lavorano con pazienza a mettere un po' d'ordine nel caos, il regista spagnolo lavora con mezzi semplici a fotografare la labirintica complessità della vita e ne esce un racconto realistico ed emblematico insieme, nel quale però la metafora non è schiacciante né pregiudicante.
Merito di una sceneggiatura più che buona, dove tutto torna senza che ne avvertiamo la meccanica, o almeno senza che si avverta la forzatura in tale meccanica, perché perfettamente giustificata dal tema del film, che ha a che fare con i ricorsi della Storia così come con la capacità degli uomini di aggrovigliare tragicamente la matassa già di per sé imperscrutabile del destino. Senza lanciarsi in discorsi troppo alti ed estranei al film, rimanendo ben ancorato a terra, alla ricerca di una banale corda o di un pallone da calcio, Aranoa parla del dramma della guerra meglio di tante immagini dal fronte, confuse e roboanti. Come nelle opere migliori, Perfect Day tratta di relazioni, e trova davvero un valore aggiunto nel cast internazionale e nel lavoro di Benicio Del Toro in primis, che tiene la nota di base, grave e mai patetica, su cui possono improvvisare quella più comica di Tim Robbins, quella maliziosa (solo in apparenza) della Kurylenko, quella più ingenua (e un poco al limite) di Mélanie Thierry.
L'ironia della sorte, ci dice Aranoa, non è sempre quella di passare dalla padella alla brace, mentre fuori piove: a volte, come accade in questo finale, si può sorridere, con meno amarezza, del movimento contrario, dalla brace alla padella. Fuori, comunque, piove. Marianna Cappi

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23/01/16

Doraemon il film: Nobita e gli eroi dello spazio

Cinema Junior
dom 31_1 ore 15.00
dom 7_2 ore 15.00

GENERE: Animazione
ANNO: 2014
REGIA: Takashi Yamazachi, Ryuichi Yagi
SCENEGGIATURA: Takashi Yamazachi
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: Giappone
DURATA: 95 Min









Trama
Il simpatico e protettivo gatto robot, creato da Fujiko F. Fujio, che dal 1969 ad oggi diverte grandi e piccini con manga, serie, musical e video giochi e che in Italia rappresenta il cartone animato TV più seguito di sempre, approda per la prima volta sul grande schermo con una nuova avventura, in uno spettacolare 3D stereoscopico. Protagonista è sempre Nobita, un bambino di 10 anni destinato ad un futuro di insuccessi a causa della sua natura pigra a indolente. Per evitare che diventi un vero e proprio perdente, arriva in suo soccorso Doraemon, una sorta di “fratello maggiore” con il compito di aiutarlo a difendersi dai bulli Gian e Suneo e a diventare un ragazzino assennato e un adulto responsabile. Per riuscire nell’intento, Doraemon utilizza una serie di incredibili e magici gadget, i “chiusky”, che in questa occasione condurranno il gatto azzurro e il piccolo Nobita nel futuro per provare a modificare una sorte che si preannuncia non proprio felice, soprattutto sul lato sentimentale… Riuscirà Nobita a conquistare finalmente Shizuka, la dolce amica che ama da sempre e a non farsi più influenzare da Gian e Suneo?

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18/01/16

Carol


gio 21_1 ore 21.15
sab 23_1 ore 21.15
dom 24_1 ore 18.00 e 21.15

 GENERE: Drammatico , Sentimentale
ANNO: 2015
REGIA: Todd Haynes
ATTORI: Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson, Kyle Chandler, Cory Michael Smith, Jake Lacy, Carrie Brownstein, John Magaro, Kevin Crowley
SCENEGGIATURA: Phyllis Nagy
FOTOGRAFIA: Edward Lachman
MUSICHE: Carter Burwell
PAESE: USA, Gran Bretagna
DURATA: 118 Min





Trama
New York, 1952. Therese Belivet è una giovane donna impiegata in un grande magazzino di Manhattan. Richard vorrebbe sposarla, Dannie vorrebbe baciarla ma lei ha occhi solo per Carol, una cliente distinta, rapita da un trenino elettrico e dal suo interesse. Un guanto dimenticato e un trenino acquistato dopo, Carol e Therese siedono 'affamate' in un café. Carol ha un marito da cui vuole divorziare e una bambina che vuole allevare, Therese un pretendente incalzante e un portfolio da realizzare. Sole dentro il rigido inverno newyorkese e congelate dalle rigorose convenzioni dell'epoca, Carol e Therese viaggiano verso Ovest e una nuova frontiera, che le scopre appassionate e innamorate. Nell'America della Guerra Fredda, che considerava l'omosessualità come un disturbo sociopatico della personalità, Carol e Therese sfideranno i giudizi morali e scioglieranno l'inverno nel cuore.

Recensione
Erede della bellezza artificiale di Douglas Sirk, Todd Haynes guadagna ai suoi melodrammi una dimensione (socio)politica, svolgendo temi che all'epoca di Sirk non potevano essere trattati direttamente. L'omosessualità, latente nel cinema dell'autore tedesco, emerge sulla superficie splendente del cinema di Haynes che come Sirk confida (sempre) in un personaggio femminile. Quello del titolo, interpretato da Cate Blanchett, e quello sottaciuto dal titolo ma rivelato dal film, incarnato da Rooney Mara.
Incontrate a New York e a un passo dal Natale del 1952, Carol e Therese sono costrette a incarnare l'immagine perfetta di un sistema di valori. Nondimeno, contro la dittatura della società americana e della cultura domestica degli anni Cinquanta, cercano irriducibili l'affrancamento e l'amore. Ma i sentimenti, come i colori, in un melodramma non sono mai cosa semplice, è sempre una questione di caldo e di freddo che interagiscono in ogni immagine traducendo la complessità emozionale e le ambivalenze di una storia d'amore (im)possibile.
Come Viale del tramonto, citato e fruito in Carol, la vicenda sentimentale è svolta dal lungo flashback di Therese, diventando un omaggio sentito al cinema del passato. Ma Carol è altro e oltre, è un melodramma intimo, che scorre quasi interamente di dentro, si nasconde dietro ai volti e in un segreto che non può essere detto. Perché fuori piove un mondo freddo a cui Haynes fa sottile allusione, scegliendo di nuovo la maniera di Sirk e sigillando ermeticamente le protagoniste. Tutto è claustrofobico in Carol, non ci sono (quasi) radio o televisioni a dire del mondo e dov'è il mondo, Haynes ammette solo film da guardare, dischi da (ri)ascoltare, fotografie da sviluppare. Da convenzione del genere, ciascun personaggio è definito dal luogo che occupa e in quel luogo è confinato, Carol nella sua grande villa di mattoni di un sobborgo benestante, Therese nel suo piccolo appartamento in città, come se le protagoniste non avessero altra vita che quella accordata dal posto che abitano. In questo contesto, la trasgressione dello spazio, il viaggio delle due donne verso Ovest, produce il dramma e precipita il film. Quello che cercano lontano dal paradiso è un luogo che non gli è permesso, un punto di vista più 'comprensivo', una società che consideri tutte le eterogeneità e tutte le differenze.
Ancora una volta, Todd Haynes mette in scena una relazione sentimentale contraria alla (buona) morale e sviluppata su due piani. Piani sociali, perché Carol appartiene alla borghesia e Therese al 'popolo', piani di genere, perché l'uomo ha una scelta che alla donna è negata. Dentro questa sorte e dentro questo scarto il dolore prende forma. Carol, considerata madre indegna da una 'clausola morale', deve rinunciare alla custodia della figlia, sopportando l'umiliazione di controlli medici che inibiscano la sua omosessualità. Specchio ideale di questo sordo tormento è il volto di Cate Blanchett, che sotto la pelle diafana lascia indovinare il desiderio divorante per Therese. Discendente abbagliante di Lauren Bacall, Cate Blanchett si fa carico del suo sguardo blu e glaciale, un certain regard che costringe ad abbassare gli occhi incrociandolo o a esistere. Concentrato sul suo sembiante tutto il glamour del mondo, la sua Carol fa brillare la Therese di Rooney Mara, derivata dall'Arianna di Audrey Hepburn e invaghita di una donna più grande di lei. Creatura celeste e acerba, Rooney Mara esprime magnificamente una fisionomia dove tutto è sotto controllo, un'espressività minima per nascondersi e restare ben educate in superficie. Sotto lo sguardo caustico della Blanchett e quello sensibile di Haynes, la sua silhouette si affina e il suo personaggio si schiude, rivelando un mistero che propone un senso senza imporlo.
Diversamente da Lontano dal paradiso, e il suo quadro di vita idealmente immobile, Carol accende cuore e motore, avanzando contro le apparenze e lungo un'America che l'autore non esita a mostrare quietamente crudele, puritana, razzista e assediata dalla fobia di tutto quello che è diverso. Le cose sono naturalmente cambiate dagli anni Cinquanta ma Haynes è interessato a quello che non cambia mai.
Sotto la perfezione, la bellezza tirannica e le mode che diventano codici oppressivi, indaga e smaschera l'orrore del sistema, riconfermando la poetica (e l'estetica) del suo cinema in un gesto: la mano sulla spalla. Quella che Cathy allunga sulla spalla di Raymond (Lontano dal paradiso), quella che Carol indugia su quella di Therese. Una dichiarazione totale in un mondo di apparenze, ricreato da un grande 'stilista' che detesta la frivolezza e va dritto al cuore della commedia sociale.
Marzia Gandolfi   

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17/01/16

La legge del mercato


ven 22_1 ore 21.15
 ANNO: 2015
REGIA: Stéphane Brizé
ATTORI: Vincent Lindon
SCENEGGIATURA: Stéphane Brizé, Olivier Gorce
FOTOGRAFIA: Éric Dumont
MONTAGGIO: Anne Klotz
PRODUZIONE: Arte France Cinéma, Nord-Ouest Productions
DISTRIBUZIONE: Academy Two
PAESE: Francia
DURATA: 93 Min






Trama
Thierry ha 51 anni, una moglie e un figlio disabile. È disoccupato, ha frequentato corsi di formazione che non gli hanno portato un nuovo lavoro e le sue ricerche non producono esiti positivi. Finché un giorno viene assunto in un ipermercato con il ruolo di controllo nei confronti di tentativi di furto. Tutto procede regolarmente fino a quando un giorno si trova davanti a un dilemma morale.

Recensione
Il nuovo film di Stéphane Brizé esce con due titoli: quello francese è La loi du marchée l'internazionale A Simple Man. Entrambi centrano il senso del film. Perché Thierry è davvero un uomo semplice ma, allargando la lettura, possiamo anche dire che è semplicemente un uomo costretto a misurarsi con le leggi di un mercato che diventa di giorno in giorno un Moloch sempre più spietato che divora persone mostrando un volto apparentemente amichevole e solidale. Il regista francese ha realizzato un'opera di denuncia che, a partire dalla tipologia di produzione, guarda a un mondo economico che possa strutturarsi diversamente. Il film è infatti coprodotto da lui, Lindon e Rossignon con una rinuncia di una buona parte del loro salario che ha permesso di pagare normalmente la troupe.
Lindon ha poi accettato di recitare con una gran parte di non professionisti e anche in questo risiede un elemento di interesse. Perché il casting è stato realizzato selezionando persone che nella vita di tutti i giorni hanno le stesse mansioni che interpretano sullo schermo. Il film procede con una gradualità che non si trasforma nella tanto temuta (da una parte degli spettatori) 'lentezza' offrendo con questa scelta la possibilità di seguire il percorso di un uomo che ha perso il lavoro dopo 25 anni di attività perché la sua azienda ha 'delocalizzato' (termine accuratamente soft che si può agilmente tradurre in: 'si è traferita in un altro Paese in cui può sfruttare una manodopera a costo più basso e spesso priva di tutele'). Tutti sono gentili con lui, anche l'impiegata di banca che gli prospetta la morte e quindi la necessità di vendere la casa per acquistarne una più piccola e intanto magari accendere un'assicurazione sulla vita o chi gli fa colloqui per l'assunzione via Skype evitandosi il fastidio di averlo davanti a sé fisicamente. Vincent Lindon offre al suo Thierry la fisicità di un uomo solido anche moralmente. Una solidità che la società cerca di incrinare a poco a poco utilizzando l'arma del suo bisogno di lavorare.
La presenza del figlio disabile non è assolutamente necessitata dal bisogno di creare compassione. Ha invece il valore di 'segno' forte che ci accompagna verso la parte finale del film: proprio perché vive quotidianamente anche questo tipo di difficoltà Thierry si trova a disagio dinanzi a chi, in un supermercato, ruba non per vizio ma per necessità. Deve quindi decidere fino a che punto la 'legge' vada fatta rispettare anche perché scopre che può diventare un pretesto per licenziare. Oggi più che mai il motto evangelico "Il sabato è stato fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato" viene disatteso da chi, più o meno scientemente ma comunque sempre con effetti deleteri, ha deciso di adorare il dio Mercato. Giancarlo Zappoli 

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05/01/16

Quo vado?

ultima proiezione:
dom 24_1 ore 16.00

 GENERE: Commedia
ANNO: 2016
REGIA: Gennaro Nunziante
ATTORI: Checco Zalone, Maurizio Micheli, Lino Banfi, Eleonora Giovanardi, Sonia Bergamasco, Ludovica Modugno
SCENEGGIATURA: Checco Zalone, Gennaro Nunziante
PAESE: Italia
DURATA: 85 Min








Quo Vado, il nuovo film di Checco Zalone, racconta la storia di Checco, un ragazzo che ha realizzato tutti i sogni della sua vita. Voleva vivere con i suoi genitori evitando così una costosa indipendenza e c'è riuscito, voleva essere eternamente fidanzato senza mai affrontare le responsabilità di un matrimonio con relativi figli e ce l'ha fatta, ma soprattutto, sognava da sempre un lavoro sicuro ed è riuscito a ottenere il massimo: un posto fisso nell'ufficio provinciale caccia e pesca. Con questa meravigliosa leggerezza Checco affronta una vita che fa invidia a tutti. Un giorno però tutto cambia. Il governo vara la riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle province. Convocato al ministero dalla spietata dirigente Sironi, Checco è messo di fronte a una scelta difficile: lasciare il posto fisso o essere trasferito lontano da casa. Per Checco il posto fisso è sacro e pur di mantenerlo accetta il trasferimento. Per metterlo nelle condizioni di dimettersi, la dottoressa Sironi lo fa girovagare in diverse località italiane a ricoprire i ruoli più improbabili e pericolosi ma Checco resiste eroicamente a tutto. La Sironi esausta rincara la dose e lo trasferisce al Polo Nord...
 

04/01/16

The visit


Grande Nottata Horror
venerdì 8 gennaio 2016 dalle 21.30



GENERE: Thriller
ANNO: 2015
REGIA: M. Night Shyamalan
ATTORI: Kathryn Hahn, Olivia DeJonge, Ed Oxenbould, Deanna Dunagan, Peter McRobbie, Erica Lynne Marszalek
SCENEGGIATURA: M. Night Shyamalan
FOTOGRAFIA: Maryse Alberti
MONTAGGIO: Luke Franco Ciarrocchi
PAESE: USA
DURATA: 94 Min




Trama
La quindicenne Rebecca raccoglie in video le confidenze della mamma, che racconta come a 19 anni si sia innamorata, contro il volere dei genitori, di un insegnante. Qualcosa di grave ha causato una rottura permanente con i suoi che solo ora, dopo 15 anni, l'hanno rintracciata e hanno espresso il desiderio di vedere i due nipoti, Rebecca e il tredicenne Tyler. I ragazzi sono d'accordo e quindi la mamma, lasciata dal marito e con un nuovo compagno, ne approfitterà per andare a divertirsi con lui in una breve crociera. Spiega a Rebecca che i suoi sono persone gentili e apprezzate: fanno anche volontariato in ospedale. Tutto questo è solo l'inizio di un documentario amatoriale che Rebecca intende girare sulla visita ai nonni, che non ha mai visto. Vorrebbe conoscere il motivo della rottura dei rapporti, ma la mamma non glielo dice: saranno i nonni, se riterranno, a dirlo ai nipoti. La mamma porta i figli sino alla stazione e li imbarca sul treno per Masonville, Pennsylvania: all'arrivo vengono accolti dai nonni presso i quali resteranno per una settimana. I nonni si rivelano gentili e li portano nella loro grande casa, tra i boschi e la neve. Per i ragazzi è un mondo nuovo e affascinante, da scoprire. Ma ben presto sotto la superficie della calorosa accoglienza si aprono le crepe prodotte da comportamenti strani e inquietanti che, giorno dopo giorno, mettono i ragazzi alle prese con una situazione misteriosa e pericolosa.

Recensione
Shyamalan ci ha abituato a meccanismi narrativi costruiti con grande attenzione ai dettagli e a colpi di scena fulminanti, a partire dal film che l'ha reso famoso, The Sixth Sense - Il sesto senso. Con il passare degli anni e dei film questa lucidità si è un po' appannata anche forse per il legittimo desiderio di cambiare e per l'ambizione - a volte mal riposta - che il successo ha alimentato. Dopo tanto girovagare e diversi film non sempre all'altezza delle sue capacità, Shyamalan ritorna all'horror in modo quasi umile, con un film a basso budget, dimostrando d'essere ancora capace, se concentrato sul pezzo, di intrattenere e inquietare. Usa il found footage, un format ormai più che abusato, ma lo fa in modo sapiente: Rebecca rappresenta il regista, teorizza il documentario che sta girando e affida al fratello una seconda telecamera, facendolo così diventare una sorta di regista della seconda unità e ampliando i punti di vista. L'utilizzo delle immagini di due telecamere consente così di ovviare in modo efficiente, grazie al montaggio, alle ristrettezze più evidenti del format.
Come consuetudine in questo genere di film realizzati come se fossero composti dal montaggio di riprese "vere", l'inizio è su toni allegri e scanzonati per introdurre un po' alla volta gli elementi perturbanti. In questo caso, il primo accenno è sottilmente ambiguo: una ripresa da lontano, effettuata da Tyler, con il nonno che, misteriosamente nei pressi di un capanno, non risponde al saluto del ragazzo. Ciò che avviene successivamente è, sulle prime, più bizzarro che pauroso, come lo stranissimo gioco a nascondino sotto la casa, capace di instillare una notevole inquietudine. Ma tutti gli avvenimenti strani che via via si susseguono sono caratterizzati da un certo tasso di imprevedibilità non tanto per il fatto di accadere quanto nelle loro modalità, diverse da quelle che ci si potrebbe aspettare anche in un film horror. Gli avvenimenti sono così insoliti e inseriti in un quadro realistico che i ragazzi - provenienti da una famiglia disgregata ma tutto sommato felice - sono quasi incapaci di riconoscerli come tali e, spinti dal desiderio di ricondurre ogni stranezza all'interno del tranquillo e confortevole alveo della normalità, prendono atto ogni volta delle spiegazioni che vengono loro fornite e lasciano strisciare pian piano l'inquietudine dentro la normalità.
Shyamalan usa cliché tipici dell'horror, ma lo fa con convinzione, introducendo lo spettatore dentro la storia e coinvolgendolo - anche con un buon approfondimento psicologico dei personaggi, soprattutto i ragazzi - per poi spaventarlo. Talvolta giocando contro le aspettative, come nel caso del forno, oggetto simbolo che evidenzia come in effetti questo film sia in sostanza un aggiornamento horror della tradizione fiabesca.
Il colpo di scena, inaspettato in puro stile Shyamalan, arriva forse un po' troppo presto e incanala il film su binari più normali pur se la tensione si mantiene comunque alta e certi momenti, come il tesissimo gioco di società, siano di alta scuola. Non manca poi di emergere un significato morale non banale.
Complessivamente bravo il cast con Olivia DeJonge in evidenza e Deanna Dunagan capace di giocare più registri in chiave horror. Ma anche Peter McRobbie, nel ruolo del nonno, se la cava molto bene. Rudy Salvagnini

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