26/02/13

EDUCAZIONE SIBERIANA

sab 02_03 ore 21,15
dom 03_03 ore 18,00 – 21,00

gio 07_03 ore 21,15
dom 10_03 ore 18,30 – 21,10

prima visione!



GENERE: Drammatico
REGIA: Gabriele Salvatores
SCENEGGIATURA: Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Gabriele Salvatores
ATTORI: John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare
FOTOGRAFIA: Italo Petriccione
MONTAGGIO: Massimo Fiocchi
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
PAESE: Italia 2013
DURATA: 110 Min






Trama
"L'educazione siberiana" è uno strano tipo di "educazione". E' un'educazione criminale, ma con precise e, a volte sorprendentemente condivisibili, regole d'onore. La storia si svolge in una regione del sud della Russia e abbraccia un arco di tempo che va dal 1985 al 1995. In quegli anni avviene uno dei più importanti cambiamenti della nostra storia contemporanea: la caduta del muro di Berlino e la conseguente sparizione dell'Unione Sovietica con tutto quello che questo evento ha poi comportato nei rapporti economici e sociali dell'intero pianeta. Ispirato all'omonimo romanzo di Nicolai Lilin (edito da Einaudi), in cui l' autore racconta la sua infanzia e la sua adolescenza all'interno di una comunità di "Criminali Onesti" siberiani, così come loro stessi amano definirsi, il film racconta la storia di ragazzi che passano dall'infanzia all'adolescenza, e della comunità in cui sono cresciuti, rappresentando, attraverso un microcosmo molto particolare, una storia universale che, al di là delle implicazioni sociali, acquista un significato metaforico che riguarda tutti noi.

Recensione
“Un progetto inusuale per l’Italia, è il film che preferisco di più tra quelli che ho fatto, perché sono uscito dal guscio di sicurezza. Dobbiamo provare a pensare l’Europa in modo culturale, non solo per la Merkel e lo spread”. Così il regista Gabriele Salvatores presenta Educazione siberiana, tratto dal bestseller di Nicolai Lilin (Einaudi), prodotto da Cattleya e Rai Cinema e dal 28 febbraio nelle nostre sale con 01 Distribution in 350 copie.
Ambientato tra i criminali onesti siberiani guidati da nonno Kuzja (John Malkovich) e i loro ferrei rituali, il film segue tra 1985 e 1995 le vicende di Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius), due giovani amici che però prenderanno strade diverse rispetto alla tradizione e l’avvento della globalizzazione con la caduta del Muro di Berlino.
Se Salvatores, già insignito dall’Academy per Mediterraneo, alla vigilia della consegna delle celebri statuette toglie un po’ d’oro: “L’Oscar è un premio dell’industria Usa, non è quello a cui mirare”, lo scrittore Lilin interviene sul rapporto tra Storia e romanzo: “I fatti realmente accaduti hanno poca rilevanza con quel che c’è nel film: non mi importava un approccio storico-realistico, ma le storie umane. E il film è la revisione di una revisione letteraria: una storia universale, oggi potrebbe accadere in Medio Oriente”.
Educazione siberiana era dato in predicato per il festival di Berlino, ma così non è stato: “A differenza de La migliore offerta di Tornatore (inserito in Berlinale special, NdR), puntavamo al concorso, e ci sarei andato volentieri”, dice il regista, mentre Marco Chimenz di Cattleya sottolinea come “non sia essenziale andare in competizione, ricordiamoci di Cesare deve morire, il cui Orso d’Oro purtroppo non ha avuto impatto in Italia e nel mondo”. Budget di 9 milioni di euro, vendite perfezionate o da perfezionare in Usa, Canada ed Europa, il film è stato scritto da Sandro Petraglia e Stefano Rulli, che illumina sulla traduzione dalla carta allo schermo del romanzo: “Difficile individuare una linea narrativa, noi abbiamo dato più spazio al personaggio di Gagarin per intercettare qualcosa di più universale: la crisi di senso dopo la fine delle ideologie. Kolima è attaccato a radici e tradizioni, Gagarin rompe, ha una modernità laica basata sulla ricerca del denaro: il loro è un conflitto tragico, nella parzialità non c’è soluzione”.
Se Malkovich dei tanti tatuaggi del suo nonno Kuzja dice che “raccontano molto del personaggio, come un costume: è la prima cosa che vedi”, Salvatores parla dei suoi giovani protagonisti, osservando come “sia un’età cruciale: in Italia muoiono soprattutto donne e giovani, vuol dire cancellare il futuro. Sarei per la pena di morte per chi uccide i bambini, ma qui per fortuna porto l’idea di due ragazzi che si inventano il futuro”.
L’ispirazione a C’era un volta in America ci può stare - “Sergio Leone è uno dei miei registi preferiti e il suo montatore Nino Baragli è stato il mio maestro”- e, infine, Salvatores, Malkovich e il resto del cast concordano sulla battuta del film da fare propria: “Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare!”. “Se la seguissimo, mai come ora vivremmo meglio”, conclude Salvatores.

25/02/13

SOTTO LE BOMBE




ven 01_03 ore 21,15


GENERE: Drammatico
REGIA: Philippe Aractingi
SCENEGGIATURA: Philippe Aractingi, Michel Léviant
ATTORI: Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawya El Chab, Bshara Atallah
FOTOGRAFIA: Nidal Abdel Khalek
MONTAGGIO: Deena Charara
MUSICHE: René Aubry, Lazare Boghossian
PAESE: Francia, Libano 2007
DURATA: 90 Min
FORMATO: Colore

Sito Ufficiale



Trama
Libano, 2006. All'indomani dell'annuncio del cessate il fuoco tra l'esercito israeliano e i militanti Hezbollah, Zeina parte da Dubai alla ricerca disperata della sorella e del figlio. Giunta in Libano, attraverso la Turchia, incontra un tassista disposto a condurla per trecento dollari nel sud del paese. Tony e Zeina intraprenderanno un viaggio nel cuore di una terra martoriata dalle bombe, imparando a conoscersi e affrontando insieme un futuro incerto.
Esistono film "di guerra" realizzati ad una certa distanza temporale dal momento storico messo in scena e altri prodotti se non contemporaneamente ai conflitti stessi, in stretta continuità temporale. Se prendiamo come termine d'esempio la Seconda Guerra Mondiale, Salvate il soldato Ryan risulta un buon esempio di film "diacronico", Sotto le bombe del regista franco-libanese Philippe Aractingi può essere a ragione inteso quale film "sincronico". Al di là dell'arbitrarietà che simili operazioni di categorizzazione si portano dietro, Sotto le bombe è stato davvero pensato dal suo autore durante il terzo conflitto armato israelo-libanese e realizzato in stretto rapporto, anche cronologico, con l'evento traumatico. Nonostante la generazione dell'opera in evidenti condizioni di urgenza emotiva e creativa, presupposto dichiarato a partire dal titolo, Sotto le bombe non viene confezionato in termini di propaganda.


Recensione
Per nulla disposto a puntare il dito contro Israele o Hezbollah o a farsi portatore di una qualche rilevante valenza ideologica, Aractingi riflette sui modi di percezione della violenza da parte dei civili, estranei alle logiche geopolitiche delle potenze in conflitto. Il punto di vista è quello di una "platea" quotidianamente ferita da quelle stesse logiche.
Assimilata la lezione neorealista (la costruzione di un nuovo statuto del verosimile inteso a fare apparire più "realtà" sullo schermo) e disertato l'universo tradizionale dei teatri di posa, il regista introduce due attori in ambienti autentici integrandoli con i rifugiati: uomini, donne e bambini che interpretano se stessi. Il primo piano riguarda l'anima umana, immersa fino al collo nelle macerie e nella polvere alzata dalle bombe e nel vuoto morale e civile della società contemporanea. Il taxi di Tony, che accoglie, ricovera e accompagna la speranza di una madre sciita di ritrovare il suo bambino, è un'arca scampata a un diluvio di bombe, un mondo uterino dove persino il tassista cristiano acquieta la sua angoscia e sogna una "resurrezione". È anche e ancora il luogo dove resistere, ricercando quello che si è perso, un figlio o un fratello, il luogo dove riscoprire l'intimità e la dolcezza di cui i protagonisti avevano disperatamente bisogno.
La leggerezza e l'economicità delle nuove tecnologie hanno offerto all'autore condizioni ideali per condurre il cinema in un territorio pericoloso dove non sarebbe mai arrivato. Sotto le bombe e sopra le rovine, dentro i centri di accoglienza e in prossimità di ponti crollati aleggia infine un'insostenibile precarietà del vivere, sostituita nella dissolvenza in nero dell'epilogo con una pulsione alla vita: la carezza di un orfano a una madre privata di un figlio.

Approfondimenti
Rassegna stampa
sito ufficiale


24/02/13

MEDICI CON L'AFRICA


gio 28_02 ore 21,00 ingresso libero


GENERE: Documentario
REGIA: Carlo Mazzacurati
FOTOGRAFIA: Luca Bigazzi
PAESE: Italia 2012
DURATA: 80 Min
NOTE: Presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2012










Padova, sede del CUAMM Medici con l'Africa. Don Luigi Mazzucato, direttore dell'associazione dal 1955 al 2008 spiega il perché della preposizione 'con' nella denominazione. Perché sin dall'inizio il proposito è stato quello di lavorare insieme alle istituzioni sanitarie africane con un duplice obiettivo: gestire strutture sanitarie nel territorio sub sahariano e creare percorsi di studio che consentano di far crescere una nuova generazione di medici africani. Il documentario raccoglie numerose testimonianze di chi ha operato o tuttora opera in questo ambito.
Carlo Mazzacurati ha fatto ancora una volta, nonostante quell'aspetto ritroso che gli fa un po' da schermo, un film coraggioso. Perché in questo mondo su cui aleggiano corvi vaticani ci ricorda che la Chiesa non è solo intrighi e lotte per conquistare il potere ma anche una realtà a cui appartengono figure come i sacerdoti, le religiose e i laici che incontriamo in questo film.
Tutte persone che si muovono a partire da ideali talvolta anche estremamente lontani da un discorso di fede ma che si trovano accomunate da un compito che ha come punto di riferimento una parola apparentemente desueta che uno dei medici esplicita: la compassione. Che non è quel sentimento un po' egoistico che fa sì che tu 'provi pena' per chi sta peggio di te mentre nell'intimo gioisci per il fatto di non trovarti in quelle condizioni. È il mettersi a fianco e aiutare chi ha bisogno a comprendere perché sei lì e non limitarsi a somministrare medicinali (quando ci sono).
Non è un documentario agiografico quello di Mazzacurati. Non tutto è perfetto. I problemi ci sono e passano anche attraverso le persone. Si percepisce però il desiderio di non chiudersi dentro una sterile protesta ma di andare oltre. Anche quando si comprende di rischiare di entrare in ingranaggi complessi che possono però essere utilizzati in favore di chi ha bisogno di imparare ad imparare per garantire alla propria gente un futuro almeno un po' più sicuro. Giancarlo Zappoli

19/02/13

AMOUR


ven 22_02 ore 21,15

GENERE: Drammatico
REGIA: Michael Haneke
SCENEGGIATURA: Michael Haneke
ATTORI: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell, Ramon Agirre, Rita Blanco
FOTOGRAFIA: Darius Khondji
MONTAGGIO: Nadine Muse, Monika Willi
PAESE: Austria, Germania, Francia 2012
DURATA: 127 Min

NOTE: Palma d'Oro al Festival di Cannes 2012





Trama
Anne e Georges hanno tanti anni e un pianoforte per accompagnare il loro tempo, speso in letture e concerti. Insegnanti di musica in pensione, conducono una vita serena, interrotta soltanto dalla visita di un vecchio allievo o della figlia Eva, una musicista che vive all'estero con la famiglia. Un ictus improvvisamente colpisce Anne e collassa la loro vita. Paralizzata e umiliata dall'infarto cerebrale, la donna dipende interamente dal marito, che affronta con coraggio la sua disabilità. Assistito tre volte a settimana da un'infermiera, Georges non smette di amare e di lottare, sopportando le conseguenze affettive ed esistenziali della malattia. Malattia che degenera consumando giorno dopo giorno il corpo di Anne e la sua dignità. Spetterà a Georges accompagnarla al loro 'ultimo concerto'.

Recensione
 "Diventare vecchi è insopportabile e umiliante" scrive Philip Roth in "Everyman", uno dei suoi romanzi più dolenti e implacabili intorno alla senilità e alla malattia, argomenti temuti e tenuti ai margini del discorso pubblico. Ci voleva un regista rigoroso come Michael Haneke per contemplarli, mettendo in scena una coppia di ottuagenari che guarda in maniera diretta la propria estinzione. E diretto e frontale è pure lo sguardo di Haneke, che 'infartuando' la sua protagonista introduce nella sua vita un senso di precarietà e un destino cinico, che non si accontenta di farti invecchiare, soffrire e morire, prima della tua dipartita si porta via i tuoi amici, quelli che amavi, quelli che conoscevi, quelli che frequentavi, costringendoti all'ennesimo funerale.
Una cerimonia funebre quasi sempre artificiosa e balzana come quella che Georges racconta ad Anne, esorcizzando la morte e ingaggiando con l'oblio uno scontro penoso. Nei sogni ad occhi aperti, Anne e Georges vorrebbero 'vivere' di nuovo, riavere tutto daccapo, guardando foto in bianco e nero o suonando un pianoforte accordato alla maniera della loro relazione. Ma è un attimo, non si fanno certo illusioni i personaggi interpretati da Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, la cui bellezza il tempo ha oltraggiato. I loro corpi, che hanno condiviso e abitato i 'colori' di Kieslowski, si arrendono in Amour a ogni sofferenza e al più irrevocabile declino in un crescendo di convalescenze e (ri)cadute.
Non risparmia niente Haneke allo spettatore, accomodato in sala nell'incipit del film e risvegliato nel progredire dell'affezione dalle "cose ovvie, altrimenti indiscusse". La vecchiaia è un massacro e la malattia si fa beffa dell'ansia di durare con una precisione assoluta, terrificante, invisibile ma visibile nei suoi effetti. Haneke procede e approfondisce la critica a una struttura sociale ipocrita, che non ha il senso della realtà e del coraggio e persevera nel contemplare la 'senescenza' come tempo della pace e stagione dei ricordi sereni. Il male, che nel villaggio dei dannati nella Germania de Il nastro bianco cresceva dentro il corpo della comunità, in Amour consuma adesso il corpo di Anne, ingolfandola fino a 'spegnerla'. Impietosa e severa, la violenza della malattia è raddoppiata dalla geometrica prigione dei movimenti di macchina e da uno stile di inarrivabile crudeltà. Unica concessione per Haneke è l'amore, l'amore del titolo, consentito insieme alla disperazione, alla rabbia e alla ribellione.
Questa volta non c'è niente da nascondere e l'etica raggelante dell'autore austriaco prevede una via d'uscita dopo aver scavato con le unghie nel dramma sostanziale dell'essere umano, dopo aver centrato la corporeità dell'esperienza della vita. A riempire nell'epilogo il vuoto di Anne e Georges resta soltanto il pieno della Eva di Isabelle Huppert, ultima espressione nel film dell'essere in vita.

12/02/13

NOI SIAMO INFINITO

prima visione!!

sab 16_02 ore 21.15
dom 17_02 ore 18.00 e 21.00

sab 23_02 ore 21.15
dom 24_02 ore 18.00 e 21.00



GENERE: Drammatico, Sentimentale
REGIA: Stephen Chbosky
SCENEGGIATURA: Stephen Chbosky
ATTORI: Logan Lerman, Emma Watson, Nina Dobrev, Ezra Miller, Paul Rudd, Dylan McDermott, Mae Whitman, Melanie Lynskey, Kate Walsh, Johnny Simmons, Zane Holtz, Nicholas Braun, Reece Thompson
FOTOGRAFIA: Andrew Dunn
MONTAGGIO: Mary Jo Markey, Yana Gorskaya
PAESE: USA 2012
DURATA: 102 Min







Trama
Charlie Kelmeckis è un nerd che legge tanto e parla poco. Sguardo triste, due dolori, due perdite scavano dietro quel sorriso dolce di chi forse non sa aprirsi alla vita, ma ci prova con tutte le sue forze. Charlie è intelligente, ma la sua testa, a volte, vaga. Forse per non tornare dov'è stata. Charlie è soprattutto un adolescente, uno che sta vivendo un'età in cui tutto è drammatico ed entusiasmante. Soprattutto se davvero hai una tragedia che ti cova dentro mentre stai vivendo qualcosa di meraviglioso.
Della prima, non vi diremo. Potreste saperla solo se aveste letto "The Perks of Being a Wallflower", romanzo cult oltreoceano uscito nel 1999 a firma di Stephen Chbosky. Struggente racconto epistolare di un anno vissuto pericolosamente che diventa tredici anni dopo un film. E a dirigerlo è quello scrittore che sapeva far vibrare ogni corda, dell'animo e musicale, dei suoi lettori. Risultato: un gioiello, un film che aderisce a tutti e cinque i sensi, perché ti porta, se sei stato Charlie, al profumo della tappezzeria delle feste come a quello del tuo primo amore, alla vista terribile e straordinaria di quella scuola che è tutta contro di te, al gusto che hanno le prime esperienze, anche e soprattutto quelle proibite. All'ascolto della tua musica (da Bowie agli Smiths), quella che tu, ragazzo nato negli anni '70 hai riunito o regalato nelle compilation su audiocassetta, perché eri costretto a scegliere, selezionare, amare non avendo la playlist infinita e troppo facile di un iPod. E aderisce al tatto: perché un tappeto può essere troppo soffice in certe serate. E se sei fortunato, in un tunnel, tutto questo si riassume in pochi, indimenticabili secondi di una canzone che dovrete indovinare senza Shazam. E che è la hit della colonna sonora della vita di questo ragazzo, uno che lega la sua vita precedente e quella attuale con un vinile dei Beatles. Uno giusto, insomma.

Recensione
Charlie vive i suoi 16 anni alla grande e lo deve a Patrick e Sam. Loro sono all'ultimo anno: lui è gay, lei quand'era matricola ha provato ogni esperienza, stupefacente e non. Insieme sono una squadra meravigliosa. In tutti i sensi: perché vuoi loro bene da subito, così fragili e coraggiosi, divertenti e improvvisamente sensibili. Perché i tre attori che li interpretano sono il meglio della loro generazione: l'anticarisma di Logan Lerman (lo sapevamo che Chris Columbus non poteva essersi sbagliato a sceglierlo per Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo) è frutto di un talento che passa per i suoi occhi e la sua postura, che magari sbocciano in una festa in cui decide di ballare, eroe di tutti gli sfigati del mondo perché vince la paura, e lo fa perché con lei ci convive ogni giorno. E con lui c'è Ezra Miller, uno che ha tenuto testa a Tilda Swinton in E ora parliamo di Kevin, che si è fatto notare in Afterschool e che qui è straordinario persino quando è la diva del Rocky Horror Picture Show. E che dire di Emma Watson? Già nella saga di Harry Potter era l'unica attrice vera tra gli interpreti minorenni, qui si consacra: con quella bellezza inusuale che ti mette spalle al muro, con l'inquietudine di chi ha deciso di reagire e farcela, quando tutti la schiacciavano sotto il peso dei suoi errori. Con quella dolcezza che non è mai mielosa, ma necessaria, naturale, irresistibile.
Noi siamo infinito è un film d'amore, nel senso più nobile del termine. Di quanto possa far male se dato nel modo sbagliato, di come possa unire anime gemelle e affinità elettive altrimenti destinate a rimanere divise, di quante forme abbia e soprattutto, come dice il prof di Charlie, un Paul Rudd come sempre perfetto anche in un piccolo ruolo, sul fatto che "accettiamo l'amore che pensiamo e crediamo di meritare". E se sei come Charlie, è sempre troppo poco. Se sei come lui, vivi pensando che lo meritino solo quelli che ami. Ma non il tuo. E quando cerchi di prendertelo o di dare quel sentimento puro (e duro) a qualcuno, lo fai ferendo qualcuno. Perché non sei abituato, perché non sai come essere felice.
C'è Alta fedeltà e c'è John Hughes dentro le parole e le immagini di Chbosky, ma c'è anche l'urlo allegro e malinconico di una generazione speciale, che ha vissuto il progresso, la musica a portata di mano, senza perdere quel gusto che la faceva rimanere un privilegio e non qualcosa che potevi avere solo con un clic del dito su una tastiera. Ed è la metafora di quel mondo, di questo cinema, di una storia che racconta che, come tutte le rivoluzioni, ogni adolescenza è diversa e originale, ma allo stesso tempo rimane una malattia endemica ed epidemica. Da cui peraltro, lo dimostrano le lacrime e i sorrisi che dedicherete a questa pellicola, nessuno vuole davvero staccarsi. Pur senza volerci tornare mai. Boris Solazzo


11/02/13

LA SPOSA PROMESSA


ven 15_02 ore 21,15


GENERE: Drammatico
REGIA: Rama Burshtein
ATTORI:
Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chaim Sharir
Ruoli ed Interpreti

PRODUZIONE: Norma productions
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: Israele 2012
DURATA: 90 Min
FORMATO: Colore
Coppa Volpi per la miglior attrice alla protagonista del film Hadas Yaron.





Trama
Shira ha 18 anni, è figlia di un rabbino della comunità ortodossa di Tel Aviv e sorella minore di Esther, che attende un figlio dal marito Yochai. L'interesse di Shira si rivolge per la prima volta verso un coetaneo, che la famiglia le ha proposto come possibile fidanzato, ma la morte di Esther per parto allontana ogni decisione. Solo con il neonato, di cui si occupano con amore Shira e la sua famiglia, Yochay viene invitato a risposarsi presto. La prospettiva che possa andarsene con il nipotino in Belgio, spinge la moglie del rabbino a proporgli di prendere in moglie proprio Shira. Sta alla ragazza accettare o meno questa difficile proposta.

Recensione
Opera prima di Rama Burshtein, Fill the void è un esordio a cui tributare un benvenuto sentito e meritato, per la coerenza delle scelte forti di regia e l'emozione che scorre in esso, dapprima sottile come un ruscello poi sempre più simile ad un fiume in piena, che non straripa però dagli argini di una forma stretta, rigida e adottata volontariamente. Esattamente com'è per il sentimento amoroso tra un uomo e una donna nella comunità in cui si ambienta il film, regolata da riti e precetti il cui rispetto formale è inteso in tutto e per tutto come sostanziale, e all'interno dei quali una libertà non lesiva è possibile, ma va ricercata e non è sempre facile.
È di questo spazio ristretto al massimo, di cui gli interni delle case non sono che un riflesso, uno strumento, che tratta il film della Burshtein: la storia di una scelta che viene dall'alto e si trasforma in una scelta del cuore. O, come probabilmente direbbe uno di loro, la scelta di una corrispondenza rinvenuta dove era già presente anche se sembrava impossibile. Dall'esterno, si può comprendere o meno, accettare o meno, ma la forza del film sta proprio nell'evitare di porre un confronto tra il mondo laico e il mondo religioso. Tutto si svolge all'interno di un contesto (non solo materiale) confinato, esotico e probabilmente realmente incomprensibile a chi non gli appartiene, ma dove l'amore, il dubbio, il desiderio, la paura e la felicità sono quelli che invece conosciamo tutti nello stesso modo, e dove non mentire a se stessi è il comandamento universale che non dovrebbe conoscere pareti divisorie.
Pur raccontando dall'interno la comunità chassidica, da una distanza si direbbe nulla e sicuramente non critica, la regista sfrutta narrativamente le convenzioni religiose allo stesso modo in cui il cinema in costume sfrutta le costrizioni sociali per enfatizzare il sentimento attraverso la sua compressione forzata, e non dimentica l'umorismo nel tratteggiare le figure del contorno parentale, perché, anche se prende l'avvio da un lutto, Fill the void film è solo e soltanto un film d'amore. Marianna Cappi

06/02/13

FLIGHT

sab 09_02 ore 21.15
dom 10_02 ore 19.00 e 21.15


GENERE: Drammatico
REGIA: Robert Zemeckis
SCENEGGIATURA: John Gatins
ATTORI: Denzel Washington, James Badge Dale, John Goodman, Don Cheadle, Bruce Greenwood, Kelly Reilly, Melissa Leo, Nadine Velazquez, FOTOGRAFIA: Don Burgess
MONTAGGIO: Jeremiah O'Driscoll
MUSICHE: Alan Silvestri
PAESE: USA 2012
DURATA: 138 Min

Sito Italiano





Trama
Whip Whitaker è un pilota di linea col vizio dell'alcool. Dopo una notte di bagordi consumata con una giovane hostess, il comandante si prepara ad affrontare l'ennesimo volo, affiancato da un primo ufficiale diligente e pignolo. Quello che doveva essere un'ordinaria corsa tra Orlando e Atlanta si trasforma presto in un incubo, precipitando aereo e situazione. Un improvviso cedimento della struttura impedisce all'aereo di volare e costringe Whitaker a una manovra di emergenza che prova a mantenere in quota l'aereo, rivoltandolo per rallentarlo, rimettendolo in posizione dritta e tentando un atterraggio il più lontano possibile da case e civili. L'operazione disperata riesce e Whitaker rovina a terra, salvando novantasei persone e perdendone sei. Eroe per la stampa e per l'opinione pubblica, l'intrepido pilota deve adesso vedersela con la NTSB (National Transportation Safety Board). Se da una parte le indagini rivelano la causa meccanica che ha provocato la tragedia, dall'altra tradiscono il segreto indicibile di Whip Whitaker: l'alcolismo. In attesa del processo, Whip incontrerà Nicole, una tossicodipendente con cui condivide il dramma della dipendenza. Nell'abisso in cui lo ha precipitato il suo volo, non si vedono però uscite di emergenza.



Recensione
I film di Robert Zemeckis parlano sempre del tempo, una coordinata che può contrarsi o espandersi, arrestarsi o accelerare. Flight non fa eccezione e 'decolla' alle 7.13. Un minuto dopo è 'tempo' di sveglia (digitale) per il comandante di Denzel Washington, ordinary man a due ore dal confronto con un contesto narrativo straordinario. Alla maniera del naufrago di Cast Away, Whip Whitaker viene precipitato dal cielo in una situazione che lo eccede e dentro la quale la sua missione è quella di colmare uno scarto: una distanza da coprire per ritornare alla vita (normale) e per rientrare nello scorrere ordinato e cronologico di un'esistenza bevuta in un sorso.
Naufragato e risvegliato su un'isola ideale, Whitaker abita una bolla d'aria, uno spazio interiore dove gli elementi di instabilità personale cercano una soluzione. Soluzione che il regista rimanda frustrando protagonista e spettatore e rivelando, in un'esemplare ellissi temporale sul volto di Washington, il tempo 'reale' del film che è il tempo di un racconto. Un racconto di un passato che nel presente vede finalmente il futuro. Niente macchine del tempo e scienziati pazzi (Ritorno al futuro), niente gambe che corrono più rapide di un cervello dentro la storia americana (Forrest Gump), niente naufraghi del tempo (Cast Away), in Flight è la memoria a svolgere le memorie di un uomo, che in cielo ha mantenuto un controllo impossibile da mantenere in terra.
Salvando i suoi passeggeri e buona parte del suo equipaggio, il comandante Whitaker ha assecondato le ossessioni tipiche dello stile di vita americano. Stile di vita che ha bisogno di eroi e di colpevoli, provocando un divario sempre più incolmabile tra chi arriva in cima e chi resta a guardare. Il leader nero di un aeromobile in avaria, tanto eroico quanto colpevole, interpreta forse il tempo problematico di una nazione che ha vissuto gli ultimi quindici anni come il protagonista al di sopra delle proprie possibilità. 11 settembre, guerra al terrore, crisi economica e finanziaria hanno collassato il Paese e arrestato il 'volo', insinuando la paura nel suo orizzonte politico e psicologico. Ma dopo l'apocalisse una 'seconda possibilità' è pensabile dentro uno sguardo (di una bambina e di una donna che ha salvato un bambino) e attraverso un atto di responsabilità individuale che diventa collettivo.
Zemeckis, in ogni caso, non assolve nessuno, tantomeno il suo (im)pavido pilota, partecipando alla sua sofferenza ma ponendolo davanti al buco nero della sua colpa. Nel modo di Wilson, il pallone affettivamente risemantizzato da Tom Hanks sull'isola di Cast Away, una piccola (e smisurata) bottiglia di vodka diventa un vero personaggio, unica e insidiosa forma di relazionalità ancora possibile nella solitudine di una vita bruciata. Wilson e la bottiglia sono amici-nemici immaginari, simulacri di una socialità diversamente perduta, residuo bisogno di un legame, di una 'dipendenza' (affettiva/alcolica) che cerca e trova per entrambi un'indipendenza. Indipendenza che abbatte l'idolo e libera dalla 'prigionia'.
Con Flight Robert Zemeckis fa di nuovo esperienza del tempo. Un tempo a cui il suo cinema impone un ritmo umano, permettendo al naufrago del cielo di recuperarne il senso, riprendendo a esistere.
Marzia Gandolfi

Approfondimenti
scheda completa su cinematografo.it
rassegna stampa

04/02/13

LA PARTE DEGLI ANGELI


ven 08_02 ore 21,15


GENERE: Commedia, Drammatico
REGIA: Ken Loach
SCENEGGIATURA: Paul Laverty
ATTORI: John Henshaw, William Ruane, Roger Allam, Daniel Portman, Paul Brannigan
FOTOGRAFIA: Robbie Ryan
PAESE: Francia, Gran Bretagna 2012
DURATA: 101 Min








Trama
Glasgow. Il giovane Robbie, già recidivo, evita il carcere perché il giudice decide di puntare sulla sua capacità di recupero visto che la sua altrettanto giovane compagna sta aspettando un figlio. Viene così affidato a Rhino che è il responsabile di un gruppo di persone sfuggite al carcere e condannate a compiere lavori socialmente utili. Dopo aver assistito a un pestaggio, di cui Robbie diviene vittima nel momento in cui decide di andare in ospedale per vedere il bambino, Rhino decide di aiutarlo. Scoperta la sua particolare sensibilità gustativa per quanto riguarda i vari tipi di whisky decide di introdurlo nell'ambiente. È così che a Robbie e ad alcuni suoi compagni di rieducazione viene l'idea di un 'colpo' del tutto anomalo che però potrebbe offrire loro un futuro sereno.




Recensione
Ken Loach torna a riflettere sulla commedia umana, arte nella quale è indiscutibilmente maestro. Sceglie lo scenario della Glasgow che ama e ci offre il ritratto di uomini segnati dalla vita privilegiando tra tutti quello del giovane Robbie. È a quelli che questo nostro mondo libero etichetta come irrecuperabili che, ancora una volta rivolge la sua attenzione. Perché Loach è convinto che la possibilità di un riscatto sociale vada più che mai offerta in questi nostri tempi in cui il Dio Mercato reclama ingenti e quotidiani sacrifici umani.
Con il fido sceneggiatore Paul Laverty utilizza come leva narrativa il momento che, per ogni essere umano degno di questo nome, è costituito dalla nascita di un figlio. Decidere di averlo nonostante tutto significa, oggi, sperare apparentemente contro ogni speranza. È quello che fanno Robbie e la sua compagna Leonie contro il padre e i familiari di lei. In una società che conta più sulla ricaduta del delinquente (per poterlo allontanare a lungo dalla comunità) che sul suo redimersi la giovane coppia trova però ancora delle significative solidarietà. Perché il socialismo di Loach è di stampo umanitario e crede che sia ancora possibile quella pietas che i latini sapevano definire sgombrandola da ogni retorica commiserevole. Ecco allora che il 'dannoso' alcol, nelle specie di pregiatissimo whisky, finisce con il divenire strumento di riscatto in una storia che unisce con grande equilibrio dramma e sorriso e che (a differenza del prezioso liquido) va gustata appieno, senza moderazione. Giancarlo Zappoli

Approfondimenti
scheda di ken loach su cinematografo.it
scheda del film su cinematografo.it
rassegna stampa