26/03/12

Paradiso amaro

sab 31_3 ore 21.15
dom 01_4 ore 18.00 - 21.00

proiezioni in collaborazione con la Parrocchia San Martino Duomo di Piove di Sacco: sabato approfondimento alla visione del film; domenica sola presentazione.
GENERE: Commedia, Drammatico
REGIA: Alexander Payne
ATTORI: George Clooney, Judy Greer, Shailene Woodley, Matthew Lillard, Beau Bridges, Robert Forster, Rob Huebel, Patricia Hastie, Michael Ontkean, Mary Birdsong, Milt Kogan, Amara Miller, Nick Krause
PAESE: USA 2011
DURATA: 110 Min

Sito Italiano
Sito Ufficiale
NOTE: Premio Oscar 2012 per la miglior sceneggiatura non originale

Trama
Paradiso amaro vede protagonista Matt King, un marito e padre da sempre indifferente e distante dalla famiglia. Ma quando la moglie rimane vittima di un incidente in barca nel mare di Waikiki è costretto a riavvicinarsi alle due figlie: e quindi a riconsiderare il suo passato e valutare un nuovo futuro. Mentre i loro rapporti si ricompatteranno, Matt è anche alle prese con la difficile decisione legata alla vendita di un terreno di famiglia, richiesto dalle elite delle Hawaii ma anche da un gruppo di missionari.

Recensione


Prima di Sideways consideravamo Alexander Payne un regista interessante ma tutto sommato sopravvalutato: Election e A proposito di Schmidt avevano svelato un cineasta dotato di notevole gusto acido per la commedia ma troppo propenso a dipingere personaggi sopra le righe e con i quali era difficile empatizzare. Poi è arrivato il capolavoro con protagonista Paul Giamatti, straordinario esempio di compostezza estetica e volontà di scavare in profondità dentro la psicologia e i sentimenti di uomini comuni. Adesso a sette anni di distanza viene presentato Paradiso amaro al Toronto Film Festival, opera che si pone come ulteriore e prezioso tassello nella filmografia di Payne in quanto capace di equilibrare le due facce del suo cinema che sopra abbiamo evidenziato.
Spesso l'ironia, il sarcasmo e le situazioni più assurde arrivano proprio nei momenti in cui l'animo umano è maggiormente esposto al dolore. Questo ci mostra con perizia e sensibilità il suo nuovo lungometraggio, costruito su persone assolutamente comuni che nella difficoltà perdono le loro certezze ma si sforzano di ritrovare un nuovo equilibrio, simile nella sostanza ma costruito su basi molto più solide di quello trovato in passato. George Clooney si dimostra, fin dalle primissime scene, perfetto nelle vesti comode ma sottilmente complicate di un uomo confuso come potrebbe essere chiunque in tali circostanze. Una prova d'attore tanto matura la sua quanto convincente proprio perché lavora in sottrazione, e non sfrutta l'appeal e il carisma ormai consolidati che la star di solito propone sul grande schermo. Accanto a lui appaiono in varie scene un gruppo di caratteristi di finissima bravura, tra i quali spiccano Robert Forster e la troppo sottovalutata Judy Greer. Merita poi una segnalazione la giovane Shailene Woodley, bravissima nella parte della primogenita scombinata che nel momento del bisogno ritrova se stessa e si dimostra spesso più matura di suo padre.
Alexander Payne costruisce Paradiso amaro secondo il suo stile di regia lineare, mai ostentato, che inquadra volti e ambienti lasciando che siano loro e i dialoghi di una sceneggiatura umanissima a creare la sostanza del film. Il risultato è una commedia molto toccante, vagamente stonata, abile nello scavare dentro figure che si differenziano pochissimo da noi. L'acquisita forza del cinema di Alexander Payne come Paradiso amaro conferma pienamente sta proprio in questo, nel rendere interessante e coinvolgente la vita interiore di personaggi con cui ci si può identificare nel loro essere ordinari, o meglio esseri umani. Adriano Ercolani

Approfondimenti

Emotivi anonimi

ven_30_03 ore 21,15

GENERE: Commedia
REGIA: Jean-Pierre Améris
ATTORI: Isabelle Carré, Benoît Poelvoorde, Lorella Cravotta, Lise Lametrie, Swann Arlaud, Pierre Niney, Stéphan Wojtowicz, Jacques Boudet
MUSICHE: Pierre Adenot
PAESE: Belgio, Francia 2011
DURATA: 80 Min

Sito Italiano






Trama
Jean-René, direttore di una fabbrica di cioccolato e Angélique, cioccolataia di gran talento, sono due persone molto timide. E' la loro passione per il cioccolato che li accomuna. Si innamorano l'uno dell'altro senza avere il coraggio di confessarlo. La loro timidezza tende a tenerli lontani. Ma supererà la loro mancanza di fiducia in se stessi, il rischio di rivelare i propri sentimenti.

Recensione
Hollywood e anche una certa letteratura americana ci hanno detto tutto (o quasi) degli 'alcolisti anonimi' e delle associazioni che, con questo programma, li radunano, li assistono e, qualche volta, li risanano. Non si sapeva, però (o, almeno, io non lo sapevo) che esistessero anche associazioni per emotivi. Ce lo dice ora questo film francese scritto e diretto da Jean-Pierre Améris, un autore che, di solito, anziché nelle nostre sale, si può incontrare soprattutto nei festival. 'Emotivi anonimi', dunque. Le loro timidezze, le loro ansie, le loro paure pronte a degenerare spesso in vere e proprie fobie. (...) Sia nei confronti dei personaggi principali, rappresentati ad ogni svolta con affettuosa comprensione, sia nei confronti di tutte le situazioni che ce li propongono, li seguono e poi li portano a conclusione con grazia. In cifre in cui quella cronaca (scopertamente di provincia) si mescola alla favola, naturalmente senza tradire i dati reali, ma furbescamente vestendoli di note sospese, lievi anche quando si sosta, senza ostacolare comunque la scioltezza dei ritmi narrativi, su tutti i tentennamenti e le angosce malate dei protagonisti. Vi danno volto due interpreti di seria qualità, Isabelle Carré, che è Angélique, Benoît Poelvoorde che è il proprietario della fabbrica di cioccolata. Stanno bene insieme, difatti si legge nelle filmografie di entrambi che hanno già recitato in coppia. La loro impresa non era facile: recitare da 'emotivi' non è una passeggiata.
Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 23 dicembre 2011

20/03/12

The Artist



ven 23_3 ore 21.15
sab 24_3 ore 21.15
dom 25_3 ore 18.00 - 21.00


GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
REGIA: Michel Hazanavicius
ATTORI: Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Missi Pyle, Penelope Ann Miller, Malcolm McDowell
Ruoli ed Interpreti
PAESE: Francia 2011
DURATA: 100 Min
FORMATO: B/N
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il trionfatore agli Oscar 2012
(tra cui: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista)




La pellicola dell’anno sembra proprio essere “The Artist”, vincitrice di ben 5 tra gli Oscar più ambiti: Miglior Film, Miglior Regia (Michel Hazanavicius), Miglior Attore Protagonista (Jean Dujardin), Miglior Colonna sonora originale e Miglior Costumi.

Molto si è parlato di questo film in quanto “The Artist” è un lungometraggio muto, in bianco e nero. Già per questo deve essere dato merito al regista Michel Hazanavicius che si cimenta in un’impresa insolita, quanto coraggiosa, in un’ epoca di proiezioni in 3D e tecnologie audio sempre più sofisticate.

“The Artist” non deve però essere considerato un nostalgico amarcord di un cinema che non c’è più o un film di nicchia, solo per cinefili DOC, perché esso è molto di più, pur essendo stato distribuito prevalentemente nelle sale d’essai. Il film è infatti un omaggio, sincero e fatto con il cuore, al cinema come arte e ad una fase storica precisa, in particolare.

La pellicola è infatti ambientata in un momento cruciale, il 1927, anno in cui nell’industria hollywoodiana iniziano ad essere prodotti i film sonori.

Il distacco dal muto è repentino al punto da mettere in difficoltà molti attori, soprattutto coloro che non avevano saputo accettare l’arrivo di quell’innovazione che avrebbe portato delle modifiche sostanziali al modo stesso di recitare.

In “The Artist”, il protagonista George Valentin (il neo premio Oscar Jean Dujardin già vincitore del premio come Miglior attore al Festival di Cannes 2011) è una star del cinema muto che con l’avvento del sonoro viene tagliato fuori dall’industria cinematografica perché non crede in quella novità epocale, pur vedendola avanzare inesorabilmente sotto i suoi occhi. Il sonoro invece elegge a nuova celebrità Peppy Miller (interpretata da Bérénice Bejo) che da semplice comparsa, aiutata ad entrare nel giro giusto da George Valentin, diventa una delle attrici più in vista di Hollywood.

L’omaggio di Hazanavicius, che oltre ad essere regista è anche sceneggiatore di questo film, è ai registi del passato, a quella Hollywood che non c’è più e ad un ambiente che è scomparso, fagocitato dalla corsa alla novità, lasciando dietro di sé pezzi importanti della sua storia. Lo stesso cognome del protagonista, Valentin, è chiaramente un affettuoso omaggio ad uno dei più grandi attori dell’epoca del muto: Rodolfo Valentino.

Il film, pur servendosi di una tecnica non più praticata come quella del muto, riesce a far vivere allo spettatore un’esperienza unica, immergendolo in un’epoca ormai lontana, più dal punto di vista tecnologico che cronologico. Il bianco e nero e la sapiente cura della fotografia rendono il tutto più verosimile e vanno ad arricchire una regia già di per sé perfetta. Nel suo essere retrò “The Artist” si rivela in realtà un film straordinariamente contemporaneo, capace di emozionare e coinvolgere senza il bisogno di tante parole. Le stesse didascalie forse non sarebbero nemmeno necessarie grazie alla recitazione equilibrata ma espressiva degli attori, esse però danno un tocco raffinato ed elegante che completa la pellicola.

La pioggia di Oscar che senza tante sorprese ha investito “The Artist” può far davvero pensare che parlare di capolavoro, in questo caso, non è certo esagerato.

di Caterina Ferruzzi


Approfondimenti
Rassegna stampa
cinematografo.it

13/03/12

Le nevi del Kilimangiaro

ven_16_03 ore 21,15



GENERE: Drammatico
REGIA: Robert Guédiguian
ATTORI: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Grégoire Leprince-Ringuet, Maryline Canto, Anaïs Demoustier, Adrien Jolivet
PAESE: Francia 2011
DURATA: 107 Min

NOTE:
Presentato al Festival di Cannes 2011 nella sezione Un Certain Regard.






Trama
Nonostante sia stato appena licenziato, Michel è felice accanto alla sua Marie-Claire - alla quale è legato da trent'anni - e ai loro figli, nipoti ed amici più cari. Un giorno, la felicità di Michel e Marie-Claire viene spezzata da due uomini armati e mascherati che fanno irruzione nella loro casa e dopo averli picchiati e legati, li derubano. In seguito, quando Michel e sua moglie scoprono che l'aggressione è stata organizzata da Christophe, un suo ex-compagno di lavoro, un operaio che era stato licenziato insieme a lui, ne sono sconvolti, poi capiscono che l'uomo è stato costretto a rapinare per necessità.

Recensione
Michel non ha più un lavoro ma ha ancora una moglie a cui lo legano trent’anni d’amore, due figli e tre piccoli nipoti. La sua vita serena, trascorsa all’insegna dell’amicizia e della solidarietà, viene bruscamente interrotta da una rapina, in cui resta coinvolto e sconvolto insieme alla compagna, alla sorella e al cognato. Deciso ad ottenere giustizia e a recuperare il maltolto e due biglietti per l’Africa, regalo di anniversario dei figli, Michel scoprirà accidentalmente che uno dei suoi rapitori è un giovane operaio licenziato insieme a lui. Amareggiato ma persuaso all’azione, lo denuncia alla polizia che lo arresta davanti agli occhi dei due fratelli minori. Il ragazzo rischia adesso una pena di quindici anni e una detenzione lontana dai fratellini di cui da anni si occupava da solo. Dopo un duro scontro verbale col suo rapitore, Michel lo colpisce con uno schiaffo. Il gesto involontario lo getta in una profonda crisi da cui riemergerà interrogandosi sulla sua vita, sul valore del perdono e sul futuro di due bambini scompagnati.
Ispirato dalla “Les pauvres gens” di Victor Hugo e accompagnato dalla canzone di Pascal Danel (che fornisce il titolo al film), Le nevi del Kilimangiaro è il nuovo dramma sociale di Robert Guédiguian sulla disoccupazione e la dolorosa perdita della dignità. Nondimeno è un’opera leggera come un palloncino, che racconta la vita quotidiana di una coppia aperta e accogliente alla maniera dei cortili che abita. Ancora una volta il regista marsigliese mette in scena una piccola storia che ha il sapore e la solidarietà del cinema del Fronte Popolare. Partendo da un licenziamento, quello del protagonista, il film avrebbe potuto precipitare in un dramma da socialismo reale, al contrario il clima è lieve e gioioso, si ride spesso e si rimane sedotti dalla voglia di vivere di due coniugi operai che lottando negli anni Settanta sono andati 'in paradiso'. Il loro paradiso è la casa che hanno costruito e la famiglia che hanno formato ed educato ad essere onesta e di grande cuore. Ma il cinema di Guédiguian non si è mai fermato alle mura domestiche, scendendo in strada attraverso quelle finestre e quelle porte sempre spalancate sul mondo e sulla società. Ed è proprio da quei varchi che il brutto del mondo entrerà, portandosi via ‘proprietà’ e sicurezze ma insieme offrendo una possibilità di comunione e partecipazione. Perché il ragazzo che ha occupato il loro Eden, derubandoli, è un giovane uomo di una generazione cresciuta senza testimonianze né esempi di quella che un tempo era la lotta di classe, ovvero un modo (giusto) di cambiare la vita di chi è sempre in soggezione. E a questo punto Le nevi del Kilimangiaro gioca le sue carte migliori per rigore e sensibilità, portando alla coscienza del protagonista la necessità di fare qualcosa, individuare una possibile canalizzazione del malessere giovanile in funzione di una nobiltà d’animo che risollevi il morale e la morale.
È la forza dell’etica la cifra del cinema di Guédiguian. L’unica che resta. Come restano nella memoria e negli occhi le immagini dei suoi corpi proletari, fragili nel loro errare, tenaci nel loro cercare, abili a capire la generosità di un gesto. Daccapo Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan interpretano il suo cinema operaio e la forza discreta dell’esempio. L’esempio che emerge dal silenzio commosso di un’intesa in riva al mare. Infine Le nevi del Kilimangiaro è una miscela di disincanto e romanticismo che sta a metà strada tra un poema popolare e una canzone pop. Marzia Gandolfi

Approfondimenti
Scheda su cinematografo.it
Recensione di cineblog.it
Rassegna stampa



10/03/12

Posti in piedi in paradiso

sab 10_3 ore 21.15
dom 11_3 ore 18.00 - 21.00
sab 17_3 ore 21.15
dom 18_3 ore 18.00 - 21.00

GENERE: Commedia
REGIA: Carlo Verdone
ATTORI: Carlo Verdone, Micaela Ramazzotti, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff,
PAESE: Italia 2012
DURATA: 119 Min







Trama
Nel film Posti in piedi in Paradiso, Ulisse, un ex discografico di successo, vive nel retro del suo negozio di vinili e arrotonda le scarse entrate vendendo "memorabilia" su e-bay. Ha una figlia, Agnese, che vive a Parigi con la madre Claire, un'ex cantante.Fulvio, ex critico cinematografico, scrive di gossip e vive presso un convitto di religiose. Anche lui ha una bambina, di tre anni, che non vede quasi mai a causa del pessimo rapporto con l'ex moglie Lorenza.Domenico, in passato ricco imprenditore, è oggi un agente immobiliare che dorme sulla barca di un amico e, per mantenere ben due famiglie, fa il gigolo con le signore di una certa età. Ha un rapporto conflittuale con i due figli più grandi ed è perennemente in ritardo con gli alimenti da versare alla sua ex moglie e all'ex amante Marisa, da cui ha avuto un'altra figlia.Dopo un incontro casuale, durante la ricerca di una casa in affitto, Domenico realizza di avere incontrato due poveracci come lui e propone ad Ulisse e Fulvio di andare a vivere insieme per dividere le spese di un appartamento. Inizia così la loro convivenza e la loro amicizia.
Recensione
Senza esplicite prese di posizione, ma con uno sguardo che non tradisce più la sua abituale fascinazione nei confronti di un femminile imperscrutabile, Verdone sfodera i suoi artigli da gattone e dissacra veri e falsi miti squisitamente contemporanei, a cominciare dalla proverbiale carità cristiana e dalla cieca fiducia in uno stato assistenzialista. Come i padri della grande commedia all’italiana, da Steno a Scola passando per Monicelli, riesce poi nella encomiabile missione di rendere divertenti, a volte perfino spassose, situazioni di cui non c’è nulla da ridere. Carola Proto
Approfondimenti

06/03/12

...E ora parliamo di Kevin


ven 9_03 ore 21.15

GENERE: Drammatico, Thriller
REGIA: Lynne Ramsay
SCENEGGIATURA: Lynne Ramsay, Rory Kinnear
ATTORI: Tilda Swinton, John C. Reilly, Ezra Miller, Ashley Gerasimovich, Joseph Melendez, Siobhan Fallon, Lauren Fox, Ursula Parker
PAESE: Gran Bretagna, USA 2012
DURATA: 112 Min








Trama 
E ora parliamo di Kevin è un thriller che vede Tilda Swinton nel ruolo di Eva, una donna che messo da parte ambizioni e carriera per dare alla luce Kevin. La relazione tra madre e figlio è però molto difficile sin dai primissimi anni. A quindici anni Kevin compie un gesto irrazionale ed imperdonabile agli occhi dell'intera società. Eva lotta contro una profonda amarezza e atroci sensi di colpa. Ha mai amato suo figlio? E' in parte colpevole di ciò che ha fatto Kevin?

Recensione
Per il suo terzo film, la regista Lynne Ramsay ha trovato ispirazione nel controverso romanzo di Lionel Shriver, ovvero di un'altra donna, nonostante il nome. D'altronde al centro del dramma ci sono alcune tra le domande che più scuotono l'identità femminile: come gestire la responsabilità della maternità, per esempio, il suo essere, da un preciso momento in poi, per sempre e nonostante tutto. E il cuore del film è sicuramente nella storia d'amore tra madre e figlio, un amore-odio, pieno di ambiguità e di non detti, fatto non si sa bene se di troppa remissione, di eroica resistenza o di incontrollabile destino. Lo porta in superficie Tilda Swinton, con la rigidità che è corazza del personaggio, in verità esploso dentro, ma anche con una varietà di emozioni ben impressionanti. Non la si vedeva così convincente dalla prova di Michael Clayton.
Sul fronte estetico il film è molto insistito. Troppo. Il colore del sangue è declinato e ripreso in tutti i modi possibili, con la sequenza dedicata e disturbante dei corpi imbrattati e annegati nel pomodoro - che setta immediatamente gli assi cartesiani della tragedia in corso, quello lirico e quello quotidiano, famigliare - e poi con la vernice, la marmellata, la stampa sulla T-shirt, le ferite, i bersagli. Anche il montaggio è studiatissimo, rimescolato al millimetro, costruito per la tensione. A questa estrema eleganza di modi e di temi del girato corrisponde e al contempo sfugge il tappeto sonoro, magnificamente lavorato, dal quale passa, senza soluzione di continuità, il flusso sentimentale del film: il dolore, la paura, la rabbia, lo sprazzo di felicità e la disperazione della protagonista.
Non tutto convince, in ... E ora parliamo di Kevin, ma il colpo arriva comunque allo stomaco, perfettamente assestato, come tirato con l'arco da un professionista. Marianna Cappi    


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